Si possono discutere gli atti di governo del Papa?

papa francesco(di Roberto de Mattei) Sandro Magister ha documentato il vulnus inferto al matrimonio cristiano dai due Motu proprio di Papa Francesco con un approfondito articolo (http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351131) che si aggiunge alle osservazioni di Antonio Socci su “Libero” (http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/11827644/Socci–Papa-Francesco-scatena-il.html), di Paolo Pasqualucci su “Chiesa e postconcilio” (http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2015/09/chi-ha-detto-che-nel-recente-motu.html) e al mio intervento su “Corrispondenza Romana (http://www.corrispondenzaromana.it/una-ferita-al-matrimonio-cristiano/).

Una conferma dell’esistenza di un clima di seria preoccupazione in Vaticano è venuta d’altra parte dal servizio di “Die Zeit” del 10 settembre (http://www.zeit.de/gesellschaft/zeitgeschehen/2015-09/papst-vatikan-aufstand) sul dossier che circolerebbe in Vaticano contro la riforma dei processi di nullità matrimoniale di papa Francesco.

Un delicato problema si pone a questo punto per molte coscienze. Quale che sia il giudizio che portiamo verso il Motu proprio, esso si presenta come un atto di governo personale e diretto del Sommo Pontefice. Ma può un Papa errare nella promulgazione di leggi ecclesiastiche? E, in caso di dissenso, non è comunque doveroso un atteggiamento di silenzio nei suoi confronti? La risposta ci viene dalla dottrina e dalla storia della Chiesa.

Molte volte è avvenuto infatti che dei Papi abbiano errato nei loro atti politici, pastorali e perfino magisteriali, senza che questo abbia in alcun modo pregiudicato il dogma dell’infallibilità e del Primato romano. La resistenza dei fedeli a questi atti errati, e in taluni casi illegittimi, dei Sommi Pontefici è sempre stata benefica per la vita della Chiesa.

Senza risalire troppo indietro nel tempo, mi soffermerò su un evento che risale a due secoli addietro. Il pontificato di Pio VII (Gregorio Chiaramonti: 1800-1823), come quello del suo predecessore Pio VI, conobbe momenti di dolorosa tensione e di aspra lotta tra la Santa Sede e Napoleone Bonaparte, imperatore dei Francesi. Pio VII, il 15 luglio 1801, firmò un concordato con Napoleone, pensando di chiudere l’epoca della Rivoluzione francese, ma Bonaparte mostrò presto che la sua vera intenzione era quella di formare una chiesa nazionale asservita al suo potere.

Il 2 dicembre 1804 Napoleone si incoronò imperatore con le proprie mani e pochi anni dopo invase nuovamente Roma, annettendo alla Francia gli Stati pontifici. Il Papa fu imprigionato e trasferito a Grenoble e poi a Savona (1809-1812). Il contrasto si acuì in occasione del secondo matrimonio dell’Imperatore. Napoleone aveva sposato Giuseppina Beauharnais il 2 dicembre 1804, alla vigilia dell’incoronazione, quando l’imperatrice si era buttata alle ginocchia di Pio VII e gli aveva confessato di essere unita all’Imperatore solo col matrimonio civile.

Il Papa aveva fatto sapere a Napoleone che non avrebbe proceduto all’incoronazione se non dopo il matrimonio religioso. Il matrimonio fu celebrato precipitosamente nella notte dal cardinale Fesch, zio di Napoleone. Giuseppina però non diede eredi a Napoleone e le sue origini erano troppo umili per chi voleva governare l’Europa imparentandosi con i suoi sovrani. L’imperatore decise dunque di far annullare il matrimonio per poter sposare Maria Luisa d’Austria, figlia del più importante sovrano europeo.

Nel 1810 un senatus consultus dissolse il matrimonio civile e subito dopo il tribunale diocesano di Parigi sentenziò la nullità del matrimonio religioso di Napoleone con Giuseppina. La Santa Sede non riconobbe questa dichiarazione di nullità, emanata da prelati compiacenti e, quando, il 2 aprile 1810, l’Imperatore entrò nella Cappella del Louvre per le sue seconde nozze con Maria Luisa, trovò vuoti i posti di tredici cardinali invitati alla cerimonia. L’Imperatore li trattò da ribelli e da nemici dello Stato, perché essi con il loro gesto avevano voluto esprimere la loro convinzione secondo cui la nullità del suo matrimonio poteva essere ratificata solo dal Papa. Per questo i tredici cardinali furono condannati a deporre immediatamente abiti e insegne e a vestir l’abito di semplici preti: da qui il nome di “cardinali neri”, o “zelanti”, in contrapposizione ai “rossi”, ligi a Napoleone e favorevoli al suo matrimonio.

Pio VII oscillò tra le due tendenze, ma il 25 gennaio 1813, spossato dalla lotta, firmò un Trattato tra la Santa Sede e dell’Imperatore in cui sottoscrisse alcune condizioni incompatibili con la dottrina cattolica. Il documento, noto come “concordato di Fontainebleau” (cfr. il testo in Enchiridion dei Concordati. Due secoli dei rapporti Chiesa-Stato, EDB, Bologna 2003, nn. 44-55), accettava infatti il principio della sottomissione della Santa Sede all’autorità nazionale francese, collocando di fatto la Chiesa nelle mani dell’Imperatore. Questo atto, in cui il Papa agiva pubblicamente come capo della Chiesa cattolica, fu immediatamente giudicato dai cattolici contemporanei come catastrofico e tale è ancora considerato dagli storici della Chiesa.

Il padre Ilario Rinieri che ha dedicato tre volumi allo studio dei rapporti tra Pio VII e Napoleone scrive che il concordato di Fontainebleau «era rovinoso quanto mai e per la sovranità del Pontefice romano e per la stessa apostolica Sede» (Napoleone e Pio VII (1804-1813). Relazioni storiche su documenti inediti dell’archivio vaticano, Unione Tipografico-Editrice, Torino 1906, vol. III, p. 323), aggiungendo: «Come mai il S. Padre Pio VII abbia potuto lasciarsi indurre a sottoscrivere un trattato il quale conteneva condizioni così rovinose, è uno di quei fenomeni, la cui spiegazione oltrepassa i diritti della storia» (ivi, p. 325).

«Non può descriversi la sinistra impressione e il pessimo effetto che aveva prodotto la pubblicazione di questo Concordato», ricorda il cardinale Bartolomeo Pacca (1756-1844), nelle sue Memorie storiche (Ghiringhello e Vaccarino, Roma 1836, vol. I, p. 190). Non era mancato chi aveva accolto il Concordato con entusiasmo e chi, pur criticandolo sottovoce, non aveva osato esprimersi pubblicamente, per servilismo o per cattiva dottrina teologica. Il cardinale Pacca, pro-segretario di Stato di Pio VII, apparteneva invece a quella schiera di cardinali che, dopo aver invano cercato di dissuadere il Papa dal sottoscrivere il documento, dichiararono che «non v’era altro rimedio allo scandalo dato al cattolicesimo e ai gravissimi mali che avrebbe arrecati alla Chiesa l’esecuzione di quel Concordato, che una pronta ritrattazione ed un annullamento generale di tutto da parte del Papa; e allegavano l’esempio notissimo nella storia ecclesiastica di Pasquale II» (Memorie storiche, vol. II, p. 88).

La ritrattazione venne. Di fronte alle rimostranze dei cardinali “zelanti”, Pio VII , con molta umiltà, si rese conto dell’errore e, il 24 marzo, firmò una lettera a Napoleone, in cui si leggono queste parole: «Di quel foglio, benché da noi sottoscritto, diremo a Vostra Maestà quello stesso ch’ebbe a dire il nostro Predecessore Pasquale II nel consimile caso di uno scritto da lui segnato contenente una concessione a favore di Errico V, della quale la di lui coscienza ebbe ragione di pentirsi, cioè ‘come riconosciamo quello scritto per mal fatto, così per mal fatto lo confessiamo, e coll’aiuto del Signore desideriamo che immediatamente si emendi, acciò niun danno alla Chiesa, e niun pregiudizio all’anima nostra ne risulti’» (Enchiridion, cit., n. 45, pp. 16-21).

In Italia non si conobbe subito la ritrattazione del Papa, ma solo l’avvenuta firma del Concordato. Così, il venerabile Pio Brunone Lanteri (1759-1830), che guidava il movimento delle Amicizie Cattoliche, compose immediatamente uno scritto di ferma critica all’atto del Pontefice, scrivendo tra l’altro: «Mi si dirà che il S. Padre può tutto, ‘quodcumque solveris, quodcumque ligaveris etc.’ è vero, ma non può niente contro la divina costituzione della Chiesa; è vicario di Dio, ma non è Dio, né può distruggere l’opera di Dio» (Scritti e documenti d’Archivio, II, Polemici-Apologetici, Edizione Lanteri, Roma-Fermo 2002, p. 1024 (pp. 1019-1037)).

Il ven. Lanteri, che era uno strenuo difensore dei diritti del Papato, ammetteva la possibilità di resistere al Pontefice in caso di errore, sapendo che il potere del Papa è supremo, ma non illimitato e arbitrario. Il Papa, come ogni fedele, deve rispettare la legge naturale e divina, di cui egli è, per mandato divino, il custode. Egli non può mutare la regola della fede né la divina costituzione della Chiesa (ad esempio i sette Sacramenti), così come il sovrano temporale non può cambiare le leggi fondamentali del regno, perché come ricorda Bossuet, violandole, «si scuotono tutte le fondamenta della terra» (Sal. 81, 5) (Jacques-Benigne Bossuet, Politique tirée des propres paroles de l’Ecriture Sainte, Droz, Ginevra 1967 (1709), p. 28).

Nessuno potrebbe accusare di linguaggio eccessivamente forte il cardinale Pacca o di scarso attaccamento al Papato Pio Brunone Lanteri. I concordati, come i motu proprio, le costituzioni apostoliche, le encicliche, le bolle, i brevi, sono atti legislativi che esprimono la volontà pontificia ma che non sono infallibili, a meno che il Pontefice, nel promulgarli, non intenda definire punti di dottrina o di morale in maniera vincolante per ogni cattolico (cfr. R. Naz, Lois ecclésiastiques, in Dictionnaire de Théologie catholique, vol. VI, coll. 635-677).

Il motu proprio di papa Francesco sulle nullità matrimoniali è un atto di governo che può essere discusso e rimosso da un atto di governo successivo. Il motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI del 7 luglio 2007 sulla liturgia tradizionale fu dibattuto e pesantemente criticato (cfr. ad esempio, il confronto a due voci Andrea Grillo-Pietro De Marco, Ecclesia universa o introversa. Dibattito sul motu proprio Summorum Pontificum, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2013).

Il motu proprio di Papa Francesco, che è fino a questo momento il suo più rivoluzionario atto di governo, non è ancora in vigore, fino all’8 dicembre 2015. E’ illegittimo chiedere che nel Sinodo si discuta di questa riforma matrimoniale e che un gruppo di cardinali “zelanti” ne chieda l’abrogazione? (Roberto de Mattei)

 

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