Sarà Renzi a “sbancare” anche il centrodestra?

matteo-renzi(di Danilo Quinto) È durata lo spazio di un mattino la protesta del PDL rispetto all’elezione di Rosy Bindi a Presidente della Commissione Antimafia. Eppure lo “schiaffo” non è di poco conto. I candidati del centrodestra non si sono “arresi” davanti a Claudio Fava, ad esempio ‒ eletto vicepresidente ‒ che oltre ad essere un profondo conoscitore della mafia, ha avuto suo padre Giuseppe, giornalista, morto ammazzato nel 1980 proprio dalla mafia. Si sono “arresi” di fronte a chi, dal 1989 ‒ 35 anni di onorato servizio tra Parlamento europeo e Parlamento italiano ‒ si è occupata di tutto, ma mai di mafia.

Sì, l’ultima volta è stata paracaduta dal PD come capolista in Calabria, ma neanche durante la campagna elettorale ha rilasciato una dichiarazione, una presa di posizione, come quelle che i politici fanno ogni giorno per far sapere che esistono. Titolo di merito, quindi, nessuno. La sua elezione all’Antimafia è stata solo una ritorsione del PD nei confronti di un PDL, che ormai non esiste più.

Non perché Berlusconi l’abbia dichiarato sciolto, ma perché il PDL è quello descritto da Barbara Berlusconi nell’intervista a Huffington Post del 28 ottobre: «Ci sono tanti che hanno finto di sposare le idee politiche di mio padre, ma che in realtà agivano per interesse personale. Per le poltrone e per il potere. Il loro interesse privato, unito a una palese inadeguatezza, oggi si manifesta in una totale assenza di idee e contenuti politici». Come darle torto del resto? Come giustificare il fatto che personaggi politici creati da Berlusconi e che ora siedono al Governo non preannuncino loro le dimissioni ‒ vere ‒ nel caso in cui il PD, loro alleato, estromettesse dal Parlamento il loro leader politico, per giunta in base all’applicazione retroattiva di una legge? Invece di fare questa cosa elementare, coerente, prima agitano la formazione di un nuovo partito, minacciano di raccogliere firme per la costituzione di nuovi gruppi parlamentari, per poi precipitarsi a dire ‒ come ha fatto Alfano ‒ «Il leader è Berlusconi», dopo l’annuncio della rinascita di Forza Italia.

C’è chi sostiene che il segretario del defunto PDL abbia fatto questo per fermare una parte dei cosiddetti “falchi”, pronti a sancire una rottura definitiva. Può darsi. È più verosimile che il cambio di rotta sia dovuto da un lato alla certezza che se ci fosse una lista elettorale capeggiata dagli attuali Ministri al Governo, non raggiungerebbe neanche il 4%, perché sarebbe annientata da una lista che facesse capo a Berlusconi, anche se questi non potesse candidarsi; dall’altro, alla volontà di giocare su più tavoli. Uno di questi tavoli è quello di Renzi che diventerà “proprietario” del PD a dicembre e che è in grado ‒ grazie alla sua demagogia post-ideologica ‒ di attrarre molti elettori del centrodestra, insieme a molti parlamentari che hanno l’obiettivo di “salvarsi”. Del resto, l’arte del ri-posizionamento, in politica, è sempre esistita. Ne sa qualcosa Mario Monti, che ha dovuto subire la fuoriuscita dei cattolici che sono entrati in Parlamento grazie alla sua lista e che sembrava dovessero ‒ in base all’autorevole parere di certuni ‒ cambiare il destino dell’Italia.

Chi non può ri-posizionarsi sono i sei milioni di disoccupati, il 40% dei giovani che non ha lavoro e non lo cerca, le aziende che chiudono al ritmo di centinaia al giorno, le famiglie che in numero sempre maggiore diventano povere. Possono attendere all’infinito decisioni e provvedimenti che li dovrebbero riguardare, che non verranno mai presi in considerazione in questo contesto. Da 24 mesi, con il Governo delle “larghe intese” ‒ anche quello di Monti lo era ‒ di una cosa si può essere certi: non si era mai vista un’estraneità così netta tra le “esigenze” della politica e i bisogni delle persone. (Danilo Quinto)

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