Santi Francesco di Sales e Giovanni Bosco orate pro Ecclesia

(di Cristina Siccardi) «Ricco di misericordia, Iddio non mancò mai alla sua Chiesa che milita in questo mondo (…). Mentre nel secolo XVI visitava con la verga del suo furore le genti cristiane, e permetteva che molte province dell’Europa fossero avvolte nelle tenebre delle eresie che ampiamente si dilatavano, non volendo respingere da sé il suo popolo, suscitò provvidamente i nuovi lumi di uomini santi, affinché, illustrati dallo splendore di questi, i figli della Chiesa si confermassero nella verità, e gli stessi prevaricatori si riducessero soavemente all’amore di lei. Francesco di Sales Vescovo di Ginevra, esemplare d’inclita santità e maestro della vera e pia dottrina, fu nel novero di tali chiarissimi uomini: egli non solo con la voce, ma anche con immortali scritti, trafisse i mostri degli insorgenti errori, consolidò la fede, abbattuti i vizi emendò i costumi, e a tutti mostrò la via che conduce al cielo».

Con questo incipit si apre il Breve Dives in Misericordia del Beato Pio IX, documento con il quale il Pontefice consacrò l’autorità del vescovo savoiardo nel mondo, dichiarandolo Dottore della Chiesa. San Francesco di Sales fu direttore spirituale di san Vincenzo de’ Paoli e di Giovanna Francesca Frémiot vedova del Barone de Chantal, e dalla loro amicizia spirituale sorse la fondazione dell’Ordine della Visitazione. Furono proprio le Visitandine a promuovere il culto del Sacro Cuore di Gesù, che il Vescovo aveva fatto porre al centro dei loro armadi, con una croce sopra e trafitto da due frecce, che simboleggiavano l’amore di Dio e del prossimo.

San Giovanni Eudes dedicò la sua vita a questo culto, prima che una visitandina di Paray-le-Monial, santa Margherita Alacoque, riuscisse a dargli un impulso decisivo. L’iconografia della fine del XVII secolo e del XVIII secolo ha preso l’abitudine di rappresentare il santo savoiardo con un cuore infiammato circondato da una corona di spine. Una mezza dozzina di quadri poi, risalenti al XVIII secolo e sparsi per l’Europa, nel convento dei Salesiani a Madrid e nelle chiese della Visitazione a Milano, a Torino e a Lubiana lo rappresentano nella luce dell’apoteosi.

Per tre secoli, dal XVII al XIX secolo, il pensiero cattolico è stato ampiamente influenzato dalla spiritualità salesiana: fra i più grandi interpreti san Giovanni Bosco, che abbiamo appena festeggiato (31 gennaio), il quale mise tutte le sue opere sotto la protezione, oltre che di Maria Ausiliatrice, trionfatrice contro ogni eresia, anche di san Francesco di Sales, il grande battitore delle eresie. Errori e menzogne che anche san Giovanni Bosco (1835-1888) dovette affrontare e combattere: il liberalismo, la massoneria, la religione valdese. E senza risparmio si impegnò con la stessa amorevolezza e la stessa tenace determinazione del suo protettore: lo fece con l’esempio, con la parola, con gli scritti.

Mezzo efficacissimo: l’editoria. Numerose le collane che pubblicò: Letture cattoliche, Biblioteca della gioventù italiana, Selecta ex latinis scriptoribus, Latini christiani scriptores, Bollettino Salesiano, Letture ascetiche, Letture drammatiche, Letture amene, Bibliotechina dell’operaio. Don Bosco condivideva l’opinione del cardinale Louis-Edouard Pie: «Quando tutta una popolazione, fosse anche la più devota ed assidua alla Chiesa ed alle prediche, non leggesse che giornali cattivi in meno di trent’anni diventerebbe un popolo di empi e di rivoltosi. Umanamente parlando non vi è predicazione di sorta che valga contro la forza della stampa cattiva».

Per confutare i protestanti si servì sempre della roccia della Tradizione, attingendo particolarmente alle fonti dei Padri e Dottori della Chiesa. L’autore sosteneva che i protestanti facevano ogni sforzo per imitare gli gnostici nel muovere guerra agli insegnamenti della Chiesa cattolica: «Pretendono che la parola di Dio sia contenuta solamente nella Santa Scrittura, e che perciò per sapere quali cose convengasi credere e fare per salvarci non ci resta altro che leggere la santa scrittura e interpretarla secondo che pare alla nostra ragione. Ora S. Ireneo insegna tutto il contrario: cioè egli insegna: 1° che la parola di Dio è contenuta non solo nelle S. Scritture, ma anche nella Tradizione, cioè nell’insegnamento a viva voce della Chiesa; 2° che vi possono essere, e vi sono in realtà molti cristiani i quali professano la vera fede benché non abbiano mai letto la santa Scrittura, conciossiacosaché non sappiano o non possano leggerla, ma conoscono le verità della fede solo per averle apprese dalla voce dei Pastori della Chiesa» (G. Bosco, Vita di S. Ireneo Vescovo di Lione e martire, capo VII, Osservazioni www.donboscosanto.eu). Il vento impetuoso degli errori preme più che mai sulle anime di oggi, spesso private della Tradizione della Chiesa, non più trasmessa da una scellerata pastorale, elevata a dottrina.

L’Amoris laetitia si discosta dalla saggia e sicura Tradizione che preserva le persone dai peccati, il grande vero male delle esistenze degli uomini. «Nella mens di Papa Francesco questo è un documento pastorale», ha dichiarato monsignor Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo, «di una Chiesa che deve declinare i tempi che viviamo, nella consapevolezza che siamo tutti peccatori perdonati, accolti e ammessi gratuitamente alla mensa Eucaristica. Noi dobbiamo fare il nostro cammino certi del passo dell’oggi e maturare un itinerario penitenziale e di fede» (www.agensir.it).

Il 28 gennaio, in quella Torino che appartiene a Maria Ausiliatrice e a san Giovanni Bosco, si è celebrato il funerale nel Santuario di Santa Rita di Franco Perrello (83 anni), che si era unito civilmente cinque mesi fa con un altro uomo. Alle esequie si è presentato il delegato diocesano per la pastorale delle persone omosessuali, don Gian Luca Carrega, il quale così si è espresso: «So che tanti pensano che la prima parola da dire sarebbe “scusa”, per le incomprensioni, la freddezza, la rigidità, una Chiesa troppo Chiusa che non ascolta. Dovrebbe farlo qualcuno più importante di me. Io invece vi dico grazie, perché voi, con la vostra ostinazione, ci avete dato la possibilità di pensare a una Chiesa grande, la Chiesa che noi sogniamo» (www.lastampa.it).

In una società malata di pornografia e di peccati contro natura, ancora don Carrega, che “sogna” una chiesa che non è la Chiesa di Cristo, si è cimentato nella due giorni (6-8 gennaio 2017, foresteria del Convento dei Francescani di via Sant’Antonio da Padova 7) «Liberare le esistenze», titolo del ritiro organizzato dal tavolo di lavoro «Fede e omosessualità» della Diocesi di Torino, a conclusione degli incontri «Alla luce del sole», rivolti alle persone religiose omosessuali che desiderano proseguire nel loro stato, ai loro familiari e a coloro che operano in questo ambito pastorale.

L’iniziativa, sostenuta dall’arcivescovo Cesare Nosiglia, ha voluto offrire «uno spazio di incontro, di confronto e di riflessione per fare il punto sul senso di colpa nel vissuto delle persone Lgbt (Lesbiche, gay, bisex e trans)», come ha riportato il portale web Progetto Gionata, teso a coniugare omosessualità e fede. All’incontro ha partecipato anche l’associazione Kairos di Firenze, sostenitrice delle «famiglie Arcobaleno», fondate non sulla biologia, ma «sulla responsabilità, l’impegno quotidiano, il rispetto, e l’amore».

Don Carrega, intervistato da Avvenire per commentare la due giorni di «formazione», ha detto: «Non voglio entrare in questioni dottrinali ma non si può negare che esista un valore quando ci si trova di fronte a persone che vivono in modo stabile e dignitoso la loro condizione». Con l’intervista di questo prete a Repubblica, la blasfemia è diventata paradossale: «Il riconoscimento di queste unioni dovrà rientrare nella pastorale ordinaria». Riconoscimento giuridico come per le unioni civili? «Se una persona decide di fare questo passo (unione civile) credo sia un segno bello, perché ci si assume insieme delle responsabilità pubbliche. E la Chiesa ha sempre incoraggiato l’assunzione di responsabilità. Potrebbe essere anche un segno dello Spirito». Ha commentato Tommaso Scandroglio: «Quindi il peccato mortale proprio degli atti omosessuali è diventato segno dello Spirito Santo» (www.lanuovabq.it).

C’è un affresco blasfemo sulla controfacciata della Cattedrale di Santa Maria Assunta a Terni, opera dell’argentino Ricardo Cinalli, caldeggiata sia dal parroco, Don Fabio Leonardis, sia dall’allora Vescovo di Terni-Narni-Amelia, Monsignor Vincenzo Paglia. Si intitola Risurrezione, è stata realizzata dieci anni fa ed è lì a testimoniare la “chiesa sognata” dal clero delle tenebre: fra le reti cariche di anime che il Cristo porta in Cielo anche impenitenti gay, trans, prostitute, spacciatori, malavitosi. La misericordia basta, per questa religione che si fa Dio, a salvare tutti. San Francesco di Sales e san Giovanni Bosco orate pro Ecclesia et Pontifice. (Cristina Siccardi)

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