Regno Unito, è scontro fra chiese e governo sulle unioni gay

(di Maria Teresa Pontara Pederiva su Vatican Insider del 12-12-2012) Sono ancora i matrimoni  tra persone dello stesso sesso a scuotere i paesi europei in queste settimane.Non si sono ancora spenti gli echi della forte opposizione dei vescovi cattolici francesi alla proposta di legge del presidente Hollande  (medesime reazioni della conferenza episcopale americana dopo l’esito dei referendum che ha sancito l’approvazione delle unioni gay in ben 3 stati) che in Gran Bretagna scoppia un caso analogo nei confronti della legge voluta dal premier Cameron.

E’ significativo che questa volta sia un governo conservatore, non il democratico Obama o il socialista Hollande, quasi che la legalizzazione delle unioni civili per le persone omosessuali siano una sorta di “conquista” legislativa assolutamente trasversale tra gli schieramenti politici. Ma non tra le Chiese. E il dibattito si accende in queste ore.

Non si è fatta attendere la reazione dei vescovi cattolici di Inghilterra e Galles alla notizia della consultazione avviata da Cameron martedì scorso in una vista di una legalizzazione nel 2015 con possibilità di validità civile anche per le unioni celebrate in chiesa. “Sono un grande estimatore dell’istituto del matrimonio – aveva affermato Cameron  il 7 dicembre – e non ho intenzione di escludere nessuno da questa grande istituzione sociale”. Il disegno di legge lascerebbe libertà alle diverse confessioni religiose di scegliere se celebrare o meno le nozze tra persone dello stesso sesso (tra le altre Chiese alcune si sono già espresse a favore, come i quaccheri, gli unitariani e gli ebrei liberal). Il ministro per la cultura, Maria Miller, ha fornito ampie rassicurazioni sul fatto che “nessuna chiesa sarà mai costretta a celebrarli dal momento che la legislazione europea garantisce la libertà religiosa”.

In un breve documento mons. Vincent Nichols, arcivescovo di Londra e presidente della Conferenza episcopale, e il suo vice Peter Smith (che guida la commissione cittadinanza e responsabilità), hanno espresso con decisione tutta la loro contrarietà appellandosi al significato stesso dell’unione matrimoniale, così come intesa da secoli, a fondamento stesso dell’istituzione famiglia. “L’unione amorosa di un uomo e una donna per un sostegno reciproco aperto alla procreazione si è andata formando nel corso dei secoli dando vita alla creazione di una comunità stabile che chiamiamo famiglia”, si legge nel documento. Che continua “Legiferando in maniera contraria, e avviando contemporaneamente una modifica parlamentare della definizione stessa di matrimonio, il Governo ha scelto di ignorare la volontà di 600 mila persone (riunite nella “Coalizione per il matrimonio”) che avevano firmato una petizione contraria”. La conclusione dei vescovi, nella convinzione che non sia troppo tardi, è netta: “ci opponiamo con forza ad un simile progetto di legge”.

E non dimenticano di ricordare al Premier come il tema delle unioni gay non fosse inserito nel suo programma elettorale, né abbia mai costituito oggetto di qualche minimo riferimento nel discorso della Regina: quindi, concludono, si tratta di un modo di procedere quantomeno “caotico” e improvvisato.

Il governo però aveva annunciato l’11 dicembre che la Chiesa anglicana di Inghilterra e Galles, a differenza delle altre chiese,  sarebbe stata esclusa dalla possibilità di celebrare matrimoni gay, vista la sua ferma opposizione. Barry Morgan, arcivescovo anglicano del Galles ha reagito con prudenza e in un’intervista alla BBC ha definito il passo “troppo lungo” e tale da escludere ogni altra possibilità in futuro, lasciando intendere la presenza di un dibattito interno alla Chiesa d’Inghilterra tutt’altro che concluso. “Ci sono tra di noi quanti ritengono che la decisione dovrebbe essere lasciata ad una libera scelta, senza ridurre per legge la libertà della Chiesa”. In una nota della Chiesa d’Inghilterra era stata espressa opinione contraria con la motivazione che, se venisse modificato il concetto stesso di matrimonio a livello parlamentare, la definizione cambierebbe per tutti, indipendentemente che uno sia omo o eterosessuale finendo così per “indebolire” la famiglia tradizionale . “Cambiare la natura del matrimonio – scrivevano gli anglicani – comporterà divisioni e non porterà maggiori guadagni dal punto di vista legale rispetto ai diritti già riconosciuti a livello civile” (dal 2004). John Sentamu in un’intervista al Daily Telegraph nel mese di gennaio aveva affermato: “non seviziamo la lingua inglese, “marriage” per noi significa relazione tra un uomo e una donna”.

Di parere opposto i movimenti gay e lesbiche cristiane (LGCM) che hanno accolto con favore la proposta di legge dichiarandosi “felici” della svolta avviata dal premier. Il direttore generale, rev. Sharon Ferguson ha definito la notizia “un anticipo di Natale, inteso come uguaglianza autentica tra le persone, un passo coraggioso che attendeva da tempo di essere compiuto”. “La possibilità che sarò finalmente in grado di sposare il mio compagno in chiesa, davanti a Dio, e circondato da mia comunità, famiglia e amici mi riempie di gioia. Essendo poi un ministro ordinato sono anche eccitato dall’idea di essere in grado di svolgere cerimonie di matrimonio per la mia comunità”.

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