Questo Papa piace troppo: l’ultima appassionata opera di Mario Palmaro

Questo Papa piace troppo(di Cristina Siccardi) Mario Palmaro (Cesano Maderno, 5 giugno 1968 – Monza, 9 marzo 2014), prima di lasciare il mondo all’età di 46 anni non ancora compiuti, ha voluto dare un segno profondo della sua perseverante Fede: il funerale. Mercoledì 12 marzo, nel magnifico Duomo di Monza, si è celebrata una sublime Santa Messa solenne da Requiem, alla quale hanno partecipato circa 1500 persone: un atto sacro e pubblico di grande significato e di immenso valore spirituale.

Il rito latino, interamente cantato in gregoriano da un eccellente coro, è stato di una bellezza straordinaria, che tutti i presenti hanno apprezzato e compreso, benché molti abbiano assistito, per la prima volta nella loro vita, a questa forma di esequie. Il silenzio è stato assoluto, rispettato anche dalle decine e decine di bambini, che hanno respirato, in maniera edificante, tutta l’intensità religiosa e cattolica del rito di San Pio V e che Palmaro ha chiesto ed ottenuto non senza difficoltà.

Al rito liturgico erano presenti molti sacerdoti e molti rappresentanti della cultura e del giornalismo italiano, fra cui Giuliano Ferrara, positivamente impressionato dalla funzione. Proprio Ferrara insieme ad Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro ha scritto un libro uscito in questi giorni, dal titolo Questo Papa piace troppo. Un’appassionata lettura critica (Piemme, pp. 220, € 15,90).

Ferrara, uomo che ha attraversato diverse fasi del pensiero politico e filosofico, si dichiara fuori dalla Chiesa, tuttavia come egli afferma è battezzato ed è romano, inoltre non «ho fede, ma considero perduta un’umanità senza fede, fanatizzata e uniformata dall’incredulità come religione dei Lumi e del politicamente corretto» (p. 7). Guarda alla trasformazione della Chiesa e all’istituto del Papato con disincanto, con acume e con lucida preoccupazione. «Penso Francesco come un gesuita del Cinquecento e mi aspetto che illuda il mondo e deluda il demi-monde che lo applaude, corteggia, blandisce in ogni modo», a lui, laico non cattolico, ma interessato al cattolicesimo, in un certo senso piace il gesuita Francesco, lo incuriosisce e lo ritiene un rivoluzionario, e crede che sia intenzione del Pontefice perseguire il combattimento segreto e mimetico con il mondo, seguendo la spiritualità di san Pietro Favre, confratello di sant’Ignazio di Loyola. «Penso e spero che non sia un banale progressista, uno che voglia confondersi con il pensiero dominante per amore di una Chiesa garantita da pacificazione politica, accettazione storica, rassegnazione etica, anonimato culturale» (p. 8).

Riflette Ferrara sul modo bergogliano di governare la Chiesa in maniera autoritaria, brusca e sbrigativa, spogliando il potere pontificio dei segni e degli atteggiamenti sacrali, apparendo come una persona qualunque, demitizzando, così, Chiesa e Papato.

«Questo Papa piace troppo» è un pamphlet, dove troviamo un esame complessivo e sintetico dell’operato, fino ad oggi, di Papa Francesco, amato e idolatrato soprattutto dai malati dell’“ospedale da campo”, i quali vedono in lui il loro tenero e misericordioso difensore, «il beatissimo cocco di quel mondo che si vuole assolto nei peccati e nei vizietti mondani» (pp. 8-9).

Ferrara mette in luce il magistero di un Papa che parla ai figli postmoderni di Diderot e D’Alembert, che si definisce più Vescovo che Papa, che divide le mani giunte di un chierichetto, che utilizza i media a suo piacimento, che incita a prendere l’odore delle pecore, che viaggia con una borsa da lavoro, che telefona ai cittadini, che tratta il gregge riunito in folla con la tecnica sociologica e politica populista, che utilizza i mezzi dei polls per tastare il consenso della base, che ogni mattina fa un discorso «biblico-politico nella modesta cappella della sua precaria residenza» (p. 15), che offusca la persona papae nella sua astrazione e dà energia, individualità e attivismo alla personalità di chi la riveste pro tempore, tanto da dar vita al mito Bergoglio, che la maggioranza esalta e utilizza per i suoi piccoli o grandi interessi: dalla divorziata che convive alle lobby omosessuali. Per il giornalista James Carroll del “New Yorker” Papa Francesco «non è un liberal, ma se darà luogo a una svolta vera nel modo in cui il potere è esercitato nella Chiesa può rivelarsi un radical» (p. 16).

Attraverso una carrellata di gesuiti, teologi e filosofi, Ferrara offre la sua interpretazione su Papa Bergoglio e ragiona ad alta voce per giungere poi ad una decodificazione che, a conti fatti, gli sfugge di mano a causa degli ambigui e pericolosi ammiccamenti del Pontefice all’abissale ignoranza dei nostri tempi. Ignoranza della ragione, della religione, del diritto naturale, del mistero e del senso reale dell’esistenza.

Ferrara si compiace delle critiche vivaci e rispettose, illuminate da reverente devozione, dei cattolici Gnocchi e Palmaro, dei quali nel libro sono riprodotti tutti i profondi, meditati, ironici e sofferti articoli, comparsi su “il Foglio” a riguardo del Papa regnante. La coppia Gnocchi e Palmaro ha posto Francesco non sotto l’obiettivo caduco e fallace delle telecamere o di twitter o di facebook; bensì sotto quello perenne della Tradizione della Chiesa, dalla quale Jorge Mario Bergoglio esce in maniera davvero poco consolante per quei cattolici che vogliono continuare a vivere da cattolici. Leggendo i loro contributi sorge una domanda: la Chiesa è ancora protesa nell’edificazione della Città di Dio (il Dio cattolico e non ecumenico) oppure è prona alle confuse regole di una confusissima città dell’uomo?

Il libro si conclude con un’appendice del Direttore de “il Foglio”, dove in qualche modo si vede la sua simpatia per un Papa scabroso, che definisce cinquecentesco, che utilizza tutti i metodi moderni della propaganda per conquistare, con la parola e il gesto, una civiltà totalmente secolarizzata. Eppure questa sua simpatia non elide la constatazione dei fatti: «Ora la Chiesa si fa figlia del mondo, e il suo adulterio sentimentale è sotto gli occhi di tutti. Gesù è un avvocato delle nostre debolezze, come ha detto Francesco in un Angelus, e il peccato esiste solo per essere cancellato da una penitenza che, non sia mai, per la carità, deve esprimersi in una confessione benigna» (p. 201), dove il giudizio divino non è rigoroso come si è sempre detto, ma viene sostituito da una misericordia dal sapore tutto psicanalitico. (Cristina Siccardi)

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