Quell’“esameˮ che fa perdere la coscienza del peccato

 

p. Gianni Notari(di Luigi Bertoldi) È un testo, che circola ai ritiri per istituti religiosi. Quattro paginette fitte, ma che presentano numerose criticità. Sono state recentemente proposte da padre Gianni Notari, gesuita, al ritiro delle suore Canossiane ‒ provenienti da tutta Italia ed alcune anche dall’estero ‒, svoltosi a Roverè, nel Veronese.

È uno schema che, sotto un’apparenza di ortodossia cattolica, si rivela essere un autentico campo minato, contrapponendo al tradizionale esame di coscienza una versione davvero problematica della cosiddetta «preghiera di alleanza». Ne girano anche altre edizioni, più o meno accettabili. Ma questa è densa di insidie. In cosa consiste? Nello spostare pericolosamente il centro della questione, invitando a prestar attenzione non più «alle mie azioni per distinguerle e classificare in buone e cattive», bensì «all’azione di Dio in me per far crescere e “fiorireˮ la mia relazione con Lui».

Lo sguardo al «vissuto di oggi», agli «avvenimenti interiori ed esteriori» ed ai «sentimenti che li hanno accompagnati» non sarebbe più finalizzato quindi ad individuare le proprie colpe ed a farne ammenda, bensì semplicemente a «scoprire la presenza e le opere» del Signore. Per questo lo schema proposto crea anche neologismi, bollando il primo come «esame morale di coscienza», quasi squalificandolo, ed il secondo appunto come «esame spirituale» o «preghiera di Alleanza», compiendo distinzioni inesistenti, operando distinguo insussistenti e così rischiando di confondere le carte, almeno nell’ordinaria Dottrina cattolica.

È corretta tale procedura? No, e lo dice in modo esplicito il Catechismo Maggiore di San Pio X: «L’esame di coscienza si fa col richiamare diligentemente alla memoria, innanzi a Dio, tutti i peccati commessi, non mai confessati, in pensieri, parole, opere ed omissioni, contro i Comandamenti di Dio e della Chiesa, e gli obblighi del proprio stato, a cominciare dall’ultima confessione ben fatta» (n. 697).

Il proposito è quello di individuare e denunciare «le abitudini cattive e le occasioni del peccato» (n. 698), in particolar modo ricercando eventualmente «il numero dei peccati mortali» (n. 699) ovvero quelli per i quali vi sia «materia grave, piena avvertenza e perfetto consenso della volontà» (n. 700).

Non solo. Secondo tale schema “innovativo” andrebbe cambiato «l’oggetto» cui applicare il «dialogo con il Signore»: non più la Parola di Dio, bensì «il vissuto della giornata appena trascorsa», come se i famosi «segni dei tempi», di cui parla la Costituzione pastorale Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II, dovessero prevalere sulla Sacra Scrittura. La realtà è un’altra e ben la precisa il Catechismo della Chiesa Cattolica, laddove spiega come sia da compiersi l’esame di coscienza: «Alla luce della Parola di Dio» (n. 1454) con particolare riferimento al Decalogo, ai Vangeli ed alle Lettere degli Apostoli. Ovvero l’esatto contrario.

Strategico il lessico, cui fa ricorso l’«esame spirituale di coscienza»: non esiste più la parola «colpa», non si commette più il «peccato»; sono termini aboliti. Quindi, nemmeno è possibile emendarli. Né l’una, né l’altro. Al massimo, si parla di «non risposte», di «vuoti», di «chiamate non accolte, perché scomodanti oppure accolte a metà oppure non prese in dovuta considerazione». Ed ora è chiaro come, nell’immaginario collettivo, un invito non accolto, quand’anche fattoci da Dio, appaia meno grave del male da me volutamente compiuto, dell’errore da me volutamente commesso.

Un altro aspetto è quello del perdono: in questo schema pare esser gratis. Non più solo «per quanti si convertono a Lui», ma incondizionato, per tutti: «Ti ringrazio del Tuo perdono», si dà per scontato nel testo, come se fosse automatico, dimenticando così quanto dice la Sacra Scrittura: «Non esser troppo sicuro del perdono, tanto da aggiungere peccato a peccato. Non dire: “La Sua misericordia è grande; mi perdonerà i molti peccatiˮ, perché presso di Lui ci sono misericordia e ira, il Suo sdegno si riverserà sui peccatori» (Sir 5, 5-6).

La Lettera ai Galati spiega come Cristo ci abbia «liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù» (Gal 5, 1), specificando come questa tale prospettiva sia possibile. Non esclude il giogo, anzi. Dice solo che, per evitarlo, occorre guardarsi da «fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose chi le compie non erediterà il Regno di Dio» (Gal 5, 19-21). Non erediterà. Ergo, non è gratis.

L’«esame spirituale di coscienza» o «preghiera di Alleanza» si chiude con una sorta di riso, che richiama quel che Qoelet chiama «follia» (Qo 2, 2), tutto pieno di bei sentimenti, di sguardi acritici verso l’avvenire col «cuore nuovo colmo di fiducia, di coraggio, di ottimismo». Nessuno spazio per la mortificazione derivante dalla consapevolezza delle mancanze compiute. Ci si dimentica totalmente di ciò che scrisse S. Agostino: «Signore, fa ch’io Ti conosca per amarTi e che mi conosca per disprezzarmi». E guai al contrario, poiché – si legge – ciò significherebbe esser stati sviati «dallo spirito del male».

L’esatto contrario – anche in questo caso – di quanto contenuto nella Sacra Bibbia, laddove si dice: «È preferibile la mestizia al riso, perché sotto un triste aspetto il cuore è felice. Il cuore dei saggi è in una casa in lutto e il cuore degli stolti in una casa in festa» (Qo 7, 3-4). E l’invito contenuto nella Lettera di San Giacomo è molto chiaro: «Gemete sulla vostra miseria, fate lutto e piangete; il vostro riso si muti in lutto e la vostra allegria in tristezza. Umiliatevi davanti al Signore ed Egli vi esalterà» (Gc 4, 9-10).

In realtà, il Catechismo della Chiesa Cattolica invita a compiere l’esame di coscienza in tutt’altro modo, ovvero in modo «diligente», quand’anche si trattasse «dei peccati più nascosti e commessi soltanto contro i due ultimi Comandamenti del Decalogo, perché spesso feriscono più gravemente l’anima e si rivelano più pericolosi di quelli chiaramente commessi» (n. 1456). Il desiderare la donna o la roba d’altri appartiene cioè a quei «peccati impuri», che – come rivelò la Madonna alla piccola Giacinta, veggente di Fatima – son poi quelli che «più offendono Dio e portano più anime all’inferno». Aggiunse Giacinta: «Verranno certe mode che offenderanno molto Nostro Signore. Le persone che servono Dio, preti, religiosi, buoni cristiani, non devono seguire le mode. La Chiesa non ha mode. Nostro Signore è sempre lo stesso».

Impossibile non scorgere, in queste parole della Beata Vergine, una fotografia di quel che oggi, tragicamente, accade, proprio grazie anche alla crescente inconsapevolezza del peccato, alla perdita del senso della colpa. Il che erode la nostra coscienza. Anche a causa di schemi come questa «preghiera di Alleanza». Che non pare proprio esser di aiuto. Tutt’altro. (Luigi Bertoldi)

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