Quella strana “tassa” imposta dai vescovi tedeschi

16612-chiesa-cattolica-tedesca(di Mauro Faverzani) La notizia è passata sotto silenzio, ma mercoledì scorso la Conferenza Episcopale tedesca ne ha dato l’annuncio: dopo la comunità evangelica, anche la Chiesa Cattolica ha modificato la propria normativa sul lavoro.

Ne è sortita una sorta di raccomandazione, che verrà inviata a tutte le strutture ecclesiastiche, Caritas comprese, affinché si prenda atto al più presto delle novità introdotte. Novità, che riguardano più che altro il diritto di sciopero e l’ingresso dei sindacati nelle stanze di comando. Ma che, per il momento, non son giunte ancora a toccare la questione cruciale, quella per la quale esercita forti pressioni lo stesso Presidente della Conferenza Episcopale tedesca, il card. Reinhard Marx, ovvero la concessione anche ai dipendenti divorziati risposati o omosessuali di lavorare presso le istituzioni ecclesiastiche, nonostante la loro condotta morale risulti antitetica all’insegnamento della Chiesa.

Dell’argomento si è parlato a lungo, ma senza giungere per ora ad una decisione definitiva. Pare che in Germania sia però già favorevole la maggioranza dei Vescovi e presto potrebbero esser raggiunti i due terzi richiesti per l’approvazione. Lo stesso card. Marx ha precisato come già oggi, nei fatti, per i divorziati risposati non esista alcun licenziamento automatico: «Le infrazioni alle esigenze di lealtà alla Chiesa conducono soltanto in casi gravi al licenziamento», ha aggiunto.

Questo rappresenta in ordine di tempo l’ultima forzatura di una lunga, inquietante serie tentata dalla Conferenza Episcopale tedesca per allineare la Chiesa ai “valori” del mondo. Se il disegno passasse, risulterebbe inamovibile chiunque fosse ritenuto necessario, nonché tutta la manodopera specializzata, quand’anche lo stile di vita non fosse coerente con la Dottrina cattolica.

Ma i Vescovi tedeschi han già dichiarato in più sedi di non avvertire la necessità d’indagare nella vita privata delle persone. Su tali modifiche – caldeggiate in primis dal gesuita padre Hans Langendörfer, Segretario della Conferenza Episcopale tedesca – si sta lavorando nel massimo riserbo da almeno un anno e mezzo.

Sono considerate una sorta di bomba nascosta, con la miccia accesa e pronta ad esplodere da un momento all’altro. Si prevede che possa sortirne un documento dal linguaggio astratto, confuso, passibile di pluriformi e magari contraddittorie interpretazioni. Nella loro speranza di poterlo utilizzare anche per licenziare i dipendenti fedeli all’insegnamento della Chiesa, ma ritenuti «troppo cattolici», quindi causa di “scandalo”.

Ironia della sorte, proprio pochi giorni fa la Corte Costituzionale federale, rovesciando una precedente sentenza della Corte Federale del Lavoro, ha riconosciuto ad un ospedale cattolico di Düsseldorf il diritto di licenziare un medico divorziato risposato, in ottemperanza all’autonomia riconosciuta alla Chiesa lo scorso giugno dalla stessa Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Il potere civile riconosce dunque come ovvie prassi di buon senso che, di contro, la stessa Chiesa sembra affrettarsi a smantellare. Da notarsi come non si stia parlando di bruscolini: la Chiesa Cattolica, in Germania, rappresenta una vera e propria potenza, vale a dire il secondo maggior datore di lavoro di tutto il Paese.

La sola Caritas impiega 500 mila persone a tempo pieno contro le 389 mila di tutto il gruppo Volkswagen. Per tutto questo, un consistente contributo giunge dalla Kirchensteuer ovvero dalla tassa ecclesiastica. Di cosa si tratta? I governi tedesco ed austriaco hanno un sistema fiscale decisamente particolare: per essere cattolici, è necessario pagare un balzello, che il governo riscuote e poi gira agli uffici ecclesiastici competenti: si parla di 5,9 miliardi di euro nel solo 2012. Crisi o no, alla gente si chiede di versare un extra pari circa all’8-9% dell’imposta sul reddito. Non poco.

È possibile cessare di pagare la tassa, scrivendo però una lettera formale, in cui si dichiari contestualmente di non voler più appartenere neppure alla Chiesa Cattolica. Il che comporta la scomunica da parte della Diocesi locale, con l’esclusione quindi da ogni accesso ai Sacramenti, nonché dalla partecipazione attiva alla vita della Chiesa. Funerali compresi. Tra il 1998 ed il 2007 sono stati messi alla berlina, in questo modo, circa 1.100.000 cattolici. Anzi, ex-cattolici.

Dov’è, qui, la tanto decantata misericordia? È evidentemente una “prassi pastorale”, come oggi si suole ripetere, da mutarsi immediatamente. Benedetto XVI ci ha provato, nel 2006, chiedendo al Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi di diffondere a tutte le Conferenze Episcopali una lettera, in cui si specificava come un atto amministrativo – la richiesta d’esonero dalle tasse – non corrispondesse ad un abbandono formale della Chiesa, almeno non nel senso indicato dal Diritto Canonico, in quanto il singolo potrebbe anche voler restare in comunione con Roma. Ma non è servito a nulla.

L’emorragia di fedeli così verificatasi – nell’ordine delle centinaia di migliaia – non rappresenta, dunque, in Germania “solo” un fatto pastorale, bensì anche un tracollo economico. Nel 2010 circa 180 mila sono coloro che han chiesto di cessare i versamenti fiscali alla Chiesa e quindi la rimozione dai relativi registri. Nel 2011, altri 126.488 han compiuto lo stesso passo. In Austria sono oltre 40 mila ogni anno. Molti di loro sono finiti nelle fila protestanti. In Germania la frequenza alla S.Messa settimanale ha recentemente registrato un’ulteriore flessione del 13%.

Il tribunale di Friburgo aveva accolto come un diritto la richiesta di Hartmut Zapp, deciso a non versare il balzello, benché desideroso di restare nella comunione cattolica. Ma la Conferenza Episcopale tedesca non ha perso tempo nel denunciare l’“anomalia”, chiedendo che fosse immediatamente punita, nel timore che altri potessero seguirne l’esempio. Così una nuova decisione giudiziaria ha affossato tutto, impedendo di distinguere il piano confessionale da quello amministrativo.

È interessante notare come l’Arcidiocesi di Friburgo, quella di cui Zapp era fedele, è la stessa che l’anno scorso ha pubblicato un documento pastorale per l’accesso dei divorziati risposati ai Sacramenti. Allora, quando papa Francesco nell’omelia a Santa Marta se la prende con la «lista dei prezzi» per Sacramenti e intenzioni per la Messa, appare evidente come debba partire proprio da qui, dalla Germania e dall’Austria, per fare davvero un pò di pulizia… Un sondaggio d’opinione recentemente commissionato dai Vescovi tedeschi ha mostrato come i cattolici “scontenti” chiedano “misericordia”.

Ch’è dunque subito diventata la nuova parola d’ordine, nel tentativo di fermare l’emorragia di fedeli. Anche a costo di “accomodare” la dottrina della Chiesa alle singole situazioni soggettive, pur di non perder consensi e, di conseguenza, soldi. Le posizioni di “rottura”, di cui si è fatto capofila il card. Walter Kasper, si collocano in questo stesso solco.

Quando ritiene che «la dottrina della Chiesa non sia un sistema chiuso» intende, come ha precisato lo scorso 29 settembre in un’intervista all’“America Magazine”, non esservi «solo la questione dei divorziati risposati, ma anche le unioni omosessuali, le famiglie arcobaleno, le famiglie acquisite, l’intera problematica del gender e molti altri problemi».

Già nel 1993, da Vescovo di Rottenburg-Stuttgart, egli scrisse col vescovo Karl Lehman una lettera pastorale, in cui acconsentiva ai divorziati risposati di ricevere la Comunione. Dal 2005 spinge, affinché l’accesso all’Eucarestia sia, per così dire, vieppiù “liberalizzato”. Ed il fatto di non esservi tecnicamente riuscito all’ultimo Sinodo, non lo ha demoralizzato, anzi. Ha dichiarato, questo, non essere «il risultato finale». In gioco ci sono i Comandamenti. Sposandosi con una persona divorziata, si commette adulterio. Vietato dal sesto Comandamento.

Ergo, la Comunione non è possibile. Semplice. Ricevere la Comunione in stato di peccato oggettivo arreca grave danno spirituale a chi La riceve: «Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, (…) mangia e beve la propria condanna» (cfr. I Cor 11, 27-31). Il card. Kasper ritiene che la Verità dipenda dai risultati. Ma la proclamazione della Rivelazione non è in funzione di quante persone ascoltino e seguano l’insegnamento della Chiesa.

Il Vangelo di Giovanni, al capitolo 6, spiega come molti discepoli abbiano lasciato Nostro Signore, dopo che Questi parlò della propria vera presenza nell’Eucaristia. E non lo seguirono più. Ma Lui proseguì imperterrito, senza curarsi dei sondaggi. Al punto da chiedere addirittura ai Dodici, se anche loro volessero andarsene. Il card. Kasper, il card. Marx ed i vertici “progressisti” della Chiesa tedesca ritengono di poter fare meglio? (Mauro Faverzani)

Donazione Corrispondenza romana