Quando lo Stato di diritto crolla…

lo Stato di diritto crolla…(di Danilo Quinto) È il 10 maggio 1927. I giornali titolano: Gino Girolimoni, l’osceno martoriatore di bambine, è stato arrestato. Roma, in quegli anni, era stata teatro di una serie di crimini contro bambine, seviziate e poi uccise.  Dopo un anno, il “mostro” viene assolto «per non aver commesso il fatto», l’autore dei delitti – un pastore protestante inglese – rimpatriato in patria e il commissario di pubblica sicurezza che aveva dimostrato la sua innocenza e scoperto il colpevole, internato in manicomio.

Girolimoni trascorse tutta la sua vita con il “marchio” di “mostro”. Sono trascorsi quasi novant’anni. Storie vecchie, si dirà. Sarà vero? «L’opinione pubblica andava informata», ha commentato il Ministro dell’Interno dopo aver twittato: «Le forze dell’ordine, d’intesa con la magistratura, hanno individuato l’assassino di Yara Gambirasio. Secondo quanto rilevato dal profilo genetico in possesso degli inquirenti, è una persona del luogo, dunque della provincia di Bergamo».

Esiste un diritto all’informazione della pubblica opinione che precede il principio di presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva, sancito dalla Costituzione? Quel “diritto” non corrisponde forse al desiderio di dare in “pasto” all’opinione pubblica il “mostro” che questa si attende, oltretutto in presenza di indagini ancora in corso, che dovrebbero rimanere secretate? Quale necessità c’è di rivelare – e questo riguarda gli inquirenti – che il presunto assassino di Yara è figlio di una relazione extra-coniugale della madre, stravolgendo così le vite, estranee ai fatti, di più famiglie? Il «figlio della colpa», si diceva un tempo – anche Girolimoni lo era – diventa così un perfetto sequestratore, seviziatore, torturatore e uccisore di bambine. Non diciamo che quel muratore e padre di tre figli sia innocente. Diciamo che bisogna andar cauti con le vite delle vittime e dei carnefici. Sempre.

Se non si va cauti, lo Stato di diritto crolla, com’è crollato in quest’Italia dove tutto viene spettacolarizzato e dove la cosiddetta “prova regina” – l’indagine sul dna – può riguardare qualche decina di migliaia di persone, senza che nessuno si ponga il problema di chi conserva, di come vengono conservati e di come dovranno essere distrutti questi dati sensibili. Delitti orrendi si tramutano in merce di consumo televisiva.

Vengono esibiti a bavosi spettatori che fanno aumentare l’audience e la pubblicità. Senza alcuna pietà, si scandaglia sui particolari delle vite delle persone e delle loro famiglie. Ore di trasmissioni televisive, ogni giorno, su tutte le reti, con un cumulo di esperti, si occupano dell’uomo che sgozza la moglie e due figli piccoli, del marito che uccide la moglie perché non sa come gestire il rapporto con l’amante, di due giovani accusati di aver ucciso la loro collega universitaria a causa di un gioco sessuale, della madre che sopprime il proprio bambino, di una bambina eliminata da un’intera famiglia, di una donna che mette alla luce una bambina in casa e la deposita nella lavatrice, di un ventenne che stupra la sorellina di due anni della sua fidanzata. I presunti “mostri” vengono ripresi con le manette ai polsi ed esibiti, nonostante le norme che lo vietano.

Le intercettazioni ambientali, che dovrebbero rimanere riservate, vengono pubblicate sui giornali e su internet. È tutto un rincorrere di scoop, di frenetica e pruriginosa voglia di sapere tutti i particolari, di alimentare l’azione di altri psico-labili, che potrebbero compiere – per puro spirito di emulazione – gesti simili. Se una volta si diceva “l’ha detto la televisione, quindi è vero”, oggi si potrebbe dire: “l’hanno fatto vedere in televisione, quindi lo faccio anch’io”. Senza rispetto di nessuno e tanto meno della dignità di ogni persona umana, vengono esibite la barbarie e la crudeltà. (Danilo Quinto)

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