Quando il medico ha l’obbligo di astenersi

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(di Tommaso Scandroglio) Ne hanno parlato tutti i giornali. Valentina Miluzzo, di 32 anni, si sottopone a fecondazione artificiale e rimane incinta di due gemelli. Al quinto mese di gravidanza viene ricoverata all’ospedale Canizzaro di Catania per «sospetta dilatazione dell’utero». Dopo qualche giorno insorge la febbre e la donna ha vomito e accusa dolori. Si accerta poi la sofferenza fetale di uno dei due gemelli. Successivamente i due gemelli vengono alla luce – pare per aborto spontaneo – ma privi di vita. Infine la stessa madre muore. Il marito accusa il medico che assisteva la moglie di non essere intervenuto perché obiettore di coscienza.

Non vogliamo entrare qui nel dettaglio della vicenda dal punto di vista cronachistico perché i profili della stessa, allo stato attuale, sono ancora assai confusi e quindi sarebbe imprudente pronunciarsi. Vogliamo invece indicare alcuni giudizi di carattere morale e giuridico su possibili scenari diversi. Sul piano morale, non è lecito per un medico provocare direttamente la morte di un nascituro anche perseguendo il fine buono di salvare la vita della madre. Tale azione si concretizza non solo quando si aspira il feto, ma anche quando – sempre al fine di eliminare il bambino – si provoca un parto anticipato. Il giudizio di illiceità cambia se invece il parto anticipato è realizzato non perseguendo il fine di eliminare il feto, bensì di salvarlo e così salvare la vita anche della madre (azione lecita anche quando, in applicazione del principio del duplice effetto, il parto provochi la morte del bambino, ma tale evento letale deve essere effetto indiretto non voluto provocato da un atto terapeutico a favore della madre).

Naturalmente dovremmo ricadere in stato di necessità: se ci fosse una soluzione utile per salvare la vita della madre evitando di far partorire prima la stessa, tale strada dovrebbe essere intrapresa in modo prioritario. Inoltre occorre verificare nel concreto le possibilità di sopravvivenza del bambino mettendole in rapporto con l’aumentata possibilità di salvare la madre. Ad esempio un rischio remoto di morte del bambino consente sul piano morale di indurre il parto in modo prematuro se questa scelta ingenera un aumento elevato di chances di sopravvivenza per la madre. Invece nel caso specifico che ha coinvolto l’ospedale di Catania, un parto prematuro alla 20 settimana di gestazione vanta sicuramente un esito infausto per i gemelli, tanto più che uno di essi era già in sofferenza.

Inoltre, sul piano terapeutico, sembra che a nulla sarebbe giovato questo parto prematuro, dato che il focolaio infettivo che ha compromesso la salute della donna, così sempre pare, non proveniva dai feti: quindi nulla avrebbe giustificato nella prospettiva terapeutica né l’aborto (provocare scientemente la morte dei feti per salvare la madre), né il parto anticipato (tentare di salvare sia i bambini che la madre).

Infatti sembra che la setticemia interessasse qualche organo della madre e sia stata comunicata almeno a quel feto che appariva in sofferenza. Da qui infatti probabilmente, ma è tutto da verificare, l’aborto spontaneo. A tutto questo si deve aggiungere che le condizioni in cui versava la povera signora Miluzzo sconsigliavano fortemente di procedere al parto anticipato, sia perseguendo un fine abortivo o meno.

Quindi tutta la vicenda pare che ci possa far concludere – con tutte le cautele del caso – che a nulla c’entri il tema dell’obiezione di coscienza perché – lo ripetiamo – una scelta abortiva sarebbe stata inutile e dannosa anche per la salute della stessa donna. Transitiamo dal piano morale a quello giuridico. L’art. 9 della legge 194 permette al medico di avvalersi dell’obiezione di coscienza in merito alle pratiche abortive. Esiste un solo caso in cui il medico è obbligato a prestare la sua opera per fini abortivi, caso indicato dal comma 5° dell’art. 9: «L’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario, ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo».

Vero è che anche quando la donna è in pericolo di vita, il medico obiettore si può astenere, secondo quanto disciplinato dal combinato disposto dell’art. 9 comma 1 e dell’art. 6 lettera a). Ma l’eccezione a questa regola generale è data proprio dal comma 5 dell’art. 9. E dunque in sintesi, obiezione permessa anche nel caso in la vita della donna è in pericolo, eccetto il caso in cui quest’ultima sia in imminente pericolo di vita.

Ciò detto, sempre il comma 5 afferma che il dovere di procurare l’aborto in questa particolarissima circostanza – più teorica che reale – si concretizza solo se l’intervento del medico obiettore è indispensabile, cioè se non vi sono presenti altri medici non obiettori che possono intervenire. Situazione frequente negli ospedali. Ovviamente sul piano morale, anche nel caso di imminente pericolo di vita per la donna, se l’unico modo per salvare la madre fosse quello di procurare direttamente la morte del bambino – così come prescritto dal comma 5 – il medico deve comunque astenersi.

Infatti né un fine buono (salvare la vita della madre) né le circostanze (imminente pericolo per la vita della donna, cioè a dire: stato di necessità) hanno il potere di mutare la natura di un’azione intrinsecamente malvagia come quella abortiva in un’azione buona. Ergo anche in questo caso, sebbene la legge imponga al medico di procurare l’aborto, il medico ha l’obbligo morale di astenersi. (Tommaso Scandroglio)

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