Perché i Frati Francescani dell’Immacolata non devono firmare

ffi_community(Maurizio Grosso) È ormai noto a tutti che con provvedimento dell’8 dicembre 2013, il Commissario dei Frati Francescani dell’Immacolata, il cappuccino p. Fidenzio Volpi, ha ordinato immediata chiusura del Seminario teologico dei frati dell’Immacolata e ha richiesto quanto segue:

tutti i seminaristi, sviati e in odore di eresia, devono «sottoscrivere personalmente un’accettazione formale del Novus Ordo quale espressione autentica della tradizione liturgica della Chiesa e dunque della tradizione francescana…e dei documenti del Concilio Vaticano II, secondo l’autorità riconosciuta loro dal Magistero». Con la minaccia abituale: «Chi non accettasse tali disposizioni verrà immediatamente dimesso dall’Istituto».

Mentre, tutti gli altri frati, dovranno «chiaramente e formalmente manifestare per iscritto di continuare il proprio cammino nell’Istituto dei Francescani dell’Immacolata…, secondo le direttive sulla vita religiosa contenute nei documenti del Concilio Vaticano II».

Dunque, il Seminario è chiuso, l’insegnamento buttato all’aria, l’apostolato culturale attraverso le riviste della Casa Mariana Editrice sospeso, perché i frati hanno negato l’autorità magisteriale del Concilio Vaticano II e con ciò la Messa di Paolo VI. Sarebbe interessante chiedere al Commissario dove ciò è avvenuto e se riesce, almeno qualche volta, a indicare precisamente il luogo. L’accusa è fumosa e per questo falsa.

Difatti, con questo provvedimento, il giuramento dei professori del Seminario Teologico dei Frati dell’Immacolata è abolito e sostituito con un nuovo giuramento, o forse con una semplice autocertificazione, in cui si sottoscrive di voler essere ancora cattolici, di voler rimanere nella Chiesa e nell’Istituto, accettando il Concilio Vaticano II e la S. Messa riformata da Paolo VI.

È d’uopo però ricordare che nella professione di fede per assumere un ufficio da esercitare in nome della Chiesa, come l’ufficio di docente in un seminario, a cui segue il giuramento di fedeltà (che riprende il giuramento antimodernistico di Pio X, aggiornato dalla Congregazione per la Fede nel 1988), così il candidato dice:

«Credo pure con ferma fede tutto ciò che è contenuto nella parola di Dio scritta o trasmessa e che la Chiesa, sia con giudizio solenne sia con magistero ordinario e universale, propone a credere come divinamente rivelato. Fermamente accolgo e ritengo anche tutte e singole le verità circa la dottrina che riguarda la fede o i costumi proposte dalla chiesa in modo definitivo. Aderisco inoltre con religioso ossequio della volontà e dell’intelletto agli insegnamenti che il romano pontefice o il collegio episcopale propongono quando esercitano il loro magistero autentico, sebbene non intendano proclamarli con atto definitivo».

Questo hanno professato anche i docenti di quel Seminario di Sassoferrato nelle Marche. Si potrebbe però osservare che ora il Commissario chiede il giuramento non ai professori ma agli alunni, ai frati in formazione. I docenti, come ognuno che assume un ufficio nella Chiesa, professavano pubblicamente quella fede della Chiesa per insegnarla poi correttamente agli studenti.  Professavano la fede della Chiesa per rimanervi fedeli davanti a Dio, e solo così per rimanervi fedeli davanti a ogni uditore. Non c’era da aggiungere altro a quella fede, né da togliere.

Il messaggio però che arriva dall’operato di P. Volpi è molto chiaro: resa difatti vacua e inconsistente questa professione di fede ecclesiale, abolita, in qualche modo, con la chiusura del Seminario, gli studenti ora devono riconoscere il Concilio Vaticano II e la Messa di Paolo VI. Come a dire: congelata la professione di fede che animava il Seminario, ora se ne dovrà accettare una nuova; si avrà una nuova formula per esprimere una nuova obbedienza, che non potrà che essere, per forza di cose, contro la formula della fede e riguarderà solo due aspetti del magistero, estrapolati dal loro contesto.

Il Commissario offrirà agli studenti una nuova formula di «accettazione formale» di quanto chiede? Sarebbe interessante conoscerla e sapere da quale autorità ecclesiastica è stata approvata.

Se una “formula” non c’è, ma è una sottoscrizione spontanea delle direttive del Commissario su Vaticano II e S. Messa, ciò dimostra, a maggior ragione, che si tratta di un atto in sé illecito, e soprattutto ideologico: non solo non si professa la fede della Chiesa, ma si urge, in modo subdolo, una manifestazione della propria sottomissione alla linea d’azzeramento e di rieducazione Volpi-Bruno, forti del fatto, del tutto sbagliato, che chi non obbedisce a Volpi non obbedisce al Papa.

Stranamente quell’infallibilità che il Papa ha a determinate condizioni – che da un po’ di anni a questa parte preferisce non invocare a sostegno del suo insegnamento – Volpi c’è l’ha sempre, e con lui i suoi collaboratori.

Il problema più grave è però un altro: il “neo-giuramento” è in se stesso un grande equivoco e oltremodo pregiudica l’intera dottrina della Chiesa. È un chiaro esempio di rottura con la dottrina precedente, con il semplice Catechismo. Con questa ingiunzione del Commissario si accoglie l’ermeneutica della discontinuità e della rottura, perché, isolando il Concilio Vaticano II rispetto a tutta la Tradizione della Chiesa, lo si reputa de facto l’unico vero concilio, catalizzatore di tutta la dottrina precedente. Paolo VI ha insegnato, invece, che il Concilio non è sintesi di tutta la fede della Chiesa. A maggior ragione la liturgia nuova. Benedetto XVI l’ha detto chiaramente, ed è la nota più forte e più dolente di tutto il Summorum Pontificum, che alcuni liturgisti fanno finta di non capire: il nuovo Messale non ha abolito quello precedente. Non lo poteva, nessuno ha l’autorità di farlo, neppure il Papa. Questi è “custode” della Tradizione non l’inventore. Anche quello nuovo non si può abolire, ma senza il Messale precedente il nuovo non ha un contesto, è senza radici.  

Invece, dalla lettera dell’8 dicembre del P. Volpi emerge proprio questo: il Concilio ha abolito la dottrina di prima, anzi la stessa dottrina della fede, e la nuova Messa quella precedente. Difficile capire però da dove prende forma il nuovo se l’antico è all’improvviso scomparso o deve scomparire. Si compromette anche il nuovo, e i poveri seminaristi presto perderanno la fede.

In realtà, è proprio questa mentalità soggiacente al neo-giuramento o “accettazione formale” che dir si voglia, che ha causato un rigido inverno della Chiesa di questi ultimi cinquant’anni, atmosfera del super-dogma conciliare che p. Volpi ha respirato a pieni polmoni e che ora scialacqua con magnanimità, forte del suo “rappresentare” la Chiesa.

Considerato tutto ciò, gli studenti e i frati dell’Immacolata in formazione, come pure ogni altro frate, dovrebbero astenersi dal sottoscrivere una simile ingiunzione. È il momento di dire: in coscienza non si può firmare, facendo valere, una volta tanto correttamente, la coscienza davanti alla mera autorità. Non perché si rifiutino il Concilio e le innovazioni post-conciliari – sembra che i frati sono nati dopo il Concilio e grazie al Perfectae caritatis, letto autenticamente da Paolo VI – ma perché la mens che anima una tale richiesta non è cattolica.

Non firmare significa rimettere al centro non il potere ma la ragione e con la ragione la fede. Non firmare significa esigere chiarezza sui principi dottrinali; esigere che la mens del Superiore si espliciti, e che proprio in questa situazione così grave non rimanga sul vago di presunte “cripto-eresie” o di “derive tradizionaliste”, che neppure esistono; che il Concilio e la nuova Messa non siano l’unicum della fede ma una parte, l’ultimo sviluppo, non definitivo, né definito, capace di miglioramento e di sviluppo ulteriore.

A queste condizioni non sarà possibile l’espulsione dall’ordine dei frati non-firmatari, a meno che non sia negata anche la possibilità di difendersi prevista dal Codice e di intavolare un dialogo sereno, a partire dal Catechismo della Chiesa Cattolica.

Perché non chiamare in causa la Congregazione per la Dottrina della Fede in tutta questa faccenda? Ci sarà qualcuno, che più in alto, possa spendere una parola? (Maurizio Grosso)

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