Papa Francesco usato come testimonial in una “Lettera di Natale” post-sessantottina

papa-francesco-natale2013(Mauro Faverzani) Sono 11 i preti del Triveneto, firmatari di una “Lettera di Natale 2013”, sorta di sperticato panegirico a Papa Francesco, cercando però nel contempo di dettargli anche l’agenda prossima ventura. Intendiamoci, nulla di nuovo sotto il sole: è una sorta di manifesto del cattoprogressismo spinto, farcito coi soliti luoghi comuni contro il celibato dei preti ed a favore del sacerdozio femminile.

Quel che stupisce non è il contenuto, quindi, quanto la fonte, ove i reverendi cercano legittimità per i propri mantra: per la prima volta la individuano nello stesso Pontefice. Lo citano, quando definisce «falso profeta» chi affermi di aver «incontrato Dio con certezza totale»; quando invita ad aprire i conventi vuoti ai «rifugiati, che sono la carne viva di Cristo nella storia»; quando si mostra insofferente verso chi parli «di verità assoluta» e verso chi ostenti «un Dio cattolico». Esaltano la sua esortazione apostolica, l’Evangelii Gaudium, quando spalanca a tutti la partecipazione alla vita ecclesiale e specifica come «nemmeno le porte dei sacramenti si dovrebbero chiudere per una ragione qualsiasi». Esultano quando giudica impossibile «l’ingerenza spirituale nella vita personale», quando dice ai fedeli «buonasera», quando si definisce «vescovo di Roma», quando vive a Santa Marta, si prepara da solo il pasto o va in refettorio tra gli altri, quando usa i mezzi pubblici, quando lascia il posto vuoto al concerto in Sala Nervi, quando parla di odor di pecore, di periferie esistenziali e della Chiesa come «ospedale da campo».

Certo, affermazioni che vanno contestualizzate. Ma che non tutti contestualizzano, anzi che molti strumentalizzano. Ciò era talmente evidente ai Pontefici precedenti, da evitare l’utilizzo di formule o atteggiamenti, che si prestassero all’equivoco. Di quanto importante fosse quella prudenza abbiamo indiretto riscontro oggi. Tanto da spingere i sacerdoti firmatari di questa lettera a individuare espressamente in Papa Francesco «un’evidente discontinuità» rispetto ai suoi predecessori. Gli 11 preti firmatari accarezzano il sogno di un nuovo umanesimo, fatto di «dignità» e «diritti», mai di doveri; vagheggiano un ambientalismo dove la «Terra» (con la maiuscola) è chiamata «madre» ed un femminismo d’antan, che reclama che le donne « vivano finalmente in pace» (non si capisce da cosa). Si presentano come “profeti” di una «teologia del popolo di Dio» contro ogni gerarchia e contro ogni autoritarismo, vanno pazzi per chi ami crogiuolarsi in un eterno dubbio metodico, più comodo dell’accoglier la risposta che è Cristo.

In questa fiera del “politicamente corretto”, non stupisce che chiamino il «papa» (con la p minuscola) confidenzialmente «fratello», esprimendogli «gratitudine» già per il nome, definito «una scelta programmatica e impegnativa», ma proponendo poi la parodia del vero San Francesco all’insegna del peggior pauperismo, del pacifismo spinto e di un acritico dialogo ad oltranza –interreligioso e non, anzi meglio ancora se con atei e mangiapreti-, come se Cristo non si fosse presentato in quanto «Via, Verità e Vita» (Gv 14,6), bensì come uno tra i tanti. Sono i rischi, che si corrono a legger troppo “certi” quotidiani e poco la Sacra Scrittura. Così questi nipotini del Sessantotto finiscono per sognare: la trasformazione dello Ior in una sorta di “banca etica”, la nomina degli otto Cardinali come primo passo verso la collegialità nella Chiesa, la riforma della Curia romana quale premessa d’un pluralismo delle teologie e delle liturgie, vagheggiando in un crescendo rossiniano i soliti spot catto-progressisti della «libertà del celibato, ordinazione di uomini sposati, ministero sacerdotale alle donne». Non mancano ovviamente, nella loro lettera, i “cattivi”, individuati altrettanto ovviamente in quei «membri e movimenti legati a una tradizione chiusa in sé stessa» ed in chi voglia «continuare ad utilizzare la religione come mezzo da affiancare ai vari poteri».

Tutte posizioni fortemente ideologiche, è chiaro. Posizioni, tuttavia (e questo fa indubbiamente riflettere), ch’essi proclamano per la prima volta legittimate proprio dalle parole e dai gesti compiuti da Papa Francesco. Persino un autore quale Georg Wilhelm Friedrich Hegel – che col suo storicismo e col suo idealismo generò correnti di pensiero, come il marxismo, che tanto male fecero alla Chiesa ed all’umanità – si rese conto di come nulla vi sia «di più profondo, di ciò che appare in superficie». Del resto, già per Aristotele la forma era sostanza. Tenendo conto dei primi frutti visibili del presunto “nuovo corso” d’Oltretevere, appare chiara allora l’urgenza di un ripensamento. (Mauro Faverzani)

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