OMOSESSUALISMO: il maggior rischio suicidio delle coppie omosessuali

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(Tommaso Scandroglio) Chi contrae un “matrimonio” omosessuale è esposto a rischio di suicidio tre volte di più che un eterosessuale coniugato. E’ il dato che emerge dallo studio scientifico dal titolo “Il suicidio nelle coppie sposate in Svezia:  il rischio è maggiore nelle coppie dello stesso sesso?” redatto da Charlotte Björkenstam, Gunnar Andersson, Christina Dalman, Susan Cochran e Kyriaki Kosidou (http://link.springer.com/article/10.1007/s10654-016-0154-6). La ricerca è stata pubblicata nel maggio di quest’anno sulla prestigiosa rivista European Journal of Epidemiology.

Sono state monitorate ben seimila coppie omosessuali “sposate” o che avevano contratto una registrerat partnerskap (una specie di unione civile) in Svezia tra il 1996 e il 2009 e seguite fino al 2011. I dati sono stati messi in comparazione per lo stesso periodo con le coppie eterosessuali, più di un milione.

In particolare è emerso che la persona omosessuale “sposata” o convivente con altro omosessuale  ha il 2,7 di probabilità in più di togliersi la vita rispetto ad un eterosessuale sposato/convivente. Più nello specifico il 95% del campione oscilla tra l’1,5 e il 4,8 di probabilità di tentare il suicidio. Più a rischio sono i maschi omosessuali (2,9) rispetto alle femmine omosessuali (2,5).

Questo studio ricalca in modo impressionante i risultati di un’altra ricerca condotta questa volta da Morten Frisch e Jacob Simonsen i cui dati sono stati pubblicati nel 2013 nell’International Journal of Epidemiology in un articolo scientifico dal titolo Matrimonio, coabitazione e mortalità in Danimarca: studio nazionale su 6,5 milioni di persone seguite per tre decenni (1982-2011) (http://ije.oxfordjournals.org/content/early/2013/03/08/ije.dyt024.full). Anche in questo caso i ricercatori sono arrivati alla conclusione che il tasso di suicidi che colpisce le persone che vivono una relazione di coppia di carattere omosessuale è del 300% superiore rispetto agli eterosessuali conviventi o sposati.

L’obiezione che si è subito levata è la seguente: la persona gay si toglie la vita non a motivo del legame omosessuale che ha contratto, bensì a causa della cosiddetta “omofobia”. Sarebbe il clima di intolleranza a spingere gli omosessuali a suicidarsi. Le “nozze” gay non c’entrerebbero nulla.

E’ lo stesso studio svedese che smonta simile obiezione. «Anche in un paese come la Svezia con clima relativamente tollerante per quanto riguarda l’omosessualità, individui sposati con persone dello stesso sesso evidenziano un elevato rischio di suicidio rispetto agli altri individui sposati», spiegano gli autori. Se anche in Svezia, paese notoriamente liberal sulle questioni etiche, le persone omosessuali si tolgono la vita, ciò sta a testimoniare che una supposta intolleranza nei confronti dell’omosessualità e delle stesse persone omosessuali è elemento ininfluente nel nesso causale che sfocia nel suicidio. Stesso discorso, in relazione allo studio appena citato, per la Danimarca che di certo non si può tacciare di conservatorismo morale.

Inoltre aggiungiamo noi altre due considerazioni. In primo luogo il numero di atti di discriminazione, veri o presunti che siano, è assai inferiore al numero di casi di disagio psicologico denunciati da persone omosessuali (sull’esiguità dei casi di discriminazione su persone omosessuali si leggano almeno due fonti insospettabili: “Verso una strategia nazionale per combattere le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere” del Dipartimento Pari Opportunità e realizzato da 29 associazioni Lgbt: http://www.unar.it/unar/portal/wp-content/uploads/2014/02/lgbt-strategia-unar-17×24.pdf e “Realizzazione di uno studio volto all’identificazione, analisi e al trasferimento di buone prassi in materia di non discriminazione nello specifico ambito dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere 2007-2013” edito dalla Rete Lenford che è un’associazione che tutela le rivendicazioni gay: http://adapt.it/adapt-indice-a-z/wp-content/uploads/2013/08/retelenford_unar_7_13.pdf). Questo squilibrio dimostra che non esiste correlazione tra fenomeno discriminatorio e fenomeno di disagio nell’ambiente omosessuale.

In secondo luogo, i gruppi sociali oggettivamente discriminati non mostrano tutti quei disturbi né quegli atteggiamenti autolesionisti che si riscontrano nelle comunità omosessuali. Ad esempio i cristiani che nel mondo non sono solo discriminati ma addirittura e non di rado perseguitati a morte non manifestano quell’identico quadro psicologico manifestato invece dall’omosessuale che denuncia un profondo malessere esistenziale. Insomma il paragone con altre situazioni di reale discriminazione ci porta a concludere che la causa del disagio della persona omosessuale non può rinvenirsi in un supposto clima “omofobico”.

Altra obiezione: la persona omosessuale ha una salute fisica peggiore e dunque questo può incidere anche a livello psicologico. La relazione omosessuale non sarebbe quindi causa dei suicidi. In effetti moltissimi studi comprovano che la persona omosessuale, proprio a motivo della sua vita sessuale, è più esposto ad infezioni e, per alcune neoplasie, a tumori (e anche questo dato dovrebbe far riflettere non poco sull’asserita normalità/fisiologicità dell’omosessualità). Ma anche in questo caso lo stato di salute precario non appare determinante. La ricerca svedese precisa infatti che il rischio maggiore di suicidio per gli omosessuali non dipende, ad esempio, dalla sieropositività della persona.

Lo studio svedese conferma sul piano empirico scientifico ciò che è realtà acclarata da tempo su quello metafisico. L’omosessualità è condizione che contrasta con la natura profonda della persona, con la sua reale identità. Questo contrasto può sfociare anche nelle pulsioni suicidarie che, secondo una certa lettura, esprimono l’enorme sofferenza della persona per questo suo orientamento e il relativo suo rifiuto. (Tommaso Scandroglio).

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