Ombre inquietanti sulla Relatio Synodi

Relatio Synodi(di Tommaso Scandroglio) La Relatio Synodi della III Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei Vescovi presenta sicuramente delle luci, ma accanto queste non mancano ampie zone d’ombra. Concentriamo la nostra attenzione su ciò che dice il documento sinodale in merito a coloro i quali hanno contratto il solo matrimonio civile, ai divorziati risposati e ai conviventi.

Al n. 25 leggiamo: «In ordine ad un approccio pastorale verso le persone che hanno contratto matrimonio civile, che sono divorziati e risposati, o che semplicemente convivono, compete alla Chiesa rivelare loro la divina pedagogia della grazia nelle loro vite e aiutarle a raggiungere la pienezza del piano di Dio in loro. Seguendo lo sguardo di Cristo, la cui luce rischiara ogni uomo (cf. Gv 1,9; Gaudium et Spes, 22) la Chiesa si volge con amore a coloro che partecipano alla sua vita in modo incompiuto riconoscendo che la grazia di Dio opera anche nelle loro vite dando loro il coraggio per compiere il bene, per prendersi cura con amore l’uno dell’altra, ed essere a servizio della comunità nella quale vivono e lavorano». In questa sezione vi sono almeno due passaggi che fanno problema.

I padri sinodali ci dicono che «la grazia di Dio opera» anche nelle vite di queste persone che vivono condizioni gravemente illecite sotto il profilo morale. Con buona probabilità queste persone vivono in stato di peccato mortale (posto che naturalmente sussistano anche la condizione di piena avvertenza e deliberato consenso). Ora Tommaso D’Aquino – e tutta la tradizione dottrinale – ci insegna che «chi è in peccato mortale è privo della grazia di Dio» (In 4 Sent. d. 16, q. 2, a. 1, sol. 3). Vero è che Dio non cessa di prendersi cura di costoro per farli “tornare all’ovile”, ma asserire che vivono in grazia di Dio è scorretto. Infatti una cosa è l’azione salvifica di Dio che agisce dal di fuori a beneficio della persona, un’altra è la condizione interiore di quest’ultima che se non accetta l’azione di grazia divina ne rimane ovviamente esclusa.

Altro passaggio non proprio limpido: la grazia di Dio aiuterebbe i conviventi, i coniugi non stretti da vincolo sacramentale e i divorziati risposati a «prendersi cura con amore l’uno dell’altra». Non si comprende come Dio possa incoraggiare l’“amore” dei conviventi, delle persone sposate solo civilmente e dei divorziati risposati, perché significherebbe che Dio vuole confermare uno stato di vita gravemente immorale, rinsaldare un rapporto che ai suoi occhi è intrinsecamente disordinato.

C’è chi però obbietta che da una parte queste persone vivono sì una situazione irregolare – aspetto negativo – però su altro fronte – aspetto positivo – si vogliono bene, si amano. Valorizziamo dunque almeno questo fattore positivo. Risposta: purtroppo quel bene del “volersi bene” inserito in un contesto di peccato diventa malum. Quell’amore non è tale, non è autentico. Ciò appare evidentissimo nel caso dei divorziarti risposati: qui il Sinodo incoraggerebbe ad amare l’altra persona che non è il proprio coniuge e quindi incoraggerebbe l’adulterio.

Infine il n. 45, in merito a separazioni e divorzi, così si esprime: «i Padri sinodali hanno avvertito l’urgenza di cammini pastorali nuovi, che partano dall’effettiva realtà delle fragilità familiari, sapendo che esse, spesso, sono più ‘subite’ con sofferenza che scelte in piena libertà». Limitandoci alla realtà italiana però le cose pare che stiano in modo differente. Secondo un report dell’Istat del 2012 i primi tre motivi per cui un matrimonio va a gambe all’aria sono: la routine quotidiana (40%), il tradimento (30%) e l’ingerenza dei suoceri (20%). Forse a parte l’ultimo motivo, le altre motivazioni che portano alla tomba il matrimonio rimandano a scelte fatte in piena libertà e consapevolezza dai coniugi e non a calamità “naturali” che si abbattono sulla coppia annientandola contro la loro volontà. (Tommaso Scandroglio)

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