OLANDA – 700 mila spettatori per il documentario pro eutanasia

Nachtvlinder_ Priscilla Brouwer(di Mauro Faverzani) Oggi i veleni non si somministrano soltanto per via orale o per endovena, bensì anche per via mediatica: lo dimostra la messa in onda dell’annunciato documentario sull’eutanasia, intitolato “Nachtvlinder”, propinato nei giorni scorsi dalla televisione di Stato olandese Nederland 2. Pare che sia stato visto da circa 700 mila spettatori. Non cifre da capogiro, troppo pochi per parlare di un successo: circa l’11,8% dello share contro il 17 riscosso – per intenderci – da un documentario con accuse di doping alla Juventus, trasmesso in Olanda il mese scorso e rivelatosi in grado di catturare oltre un milione di teleutenti. Nessun record di ascolti, dunque: comunque troppi.

Il documentario tratta della “buona morte” – cosiddetta nell’”antilingua” -, decisa da una 26enne, Priscilla Brouwer, affetta da una malattia degenerativa, benché -il che va ben evidenziato- non ancora in fase terminale o acuta. Malattia, diagnosticatale da quando aveva 16 anni e che aveva già stroncato anche sua madre.

Definita nel film come la “regina della disco”, questa giovane intende confermare il ruolo assegnatole, dimostrando un’estrema e superficiale leggerezza nel concepire ed interpretare la propria vita, da cui afferma di voler anzi «fuggire felicemente. Preferisco lasciare a 26 anni piuttosto che a 30, dopo anni di sofferenza». Unico criterio di giudizio, dunque, sembra essere il proprio “io”, unico valore di riferimento quello della propria “scelta”, incapace di speranza, di fiducia, di prospettiva.

Il documentario descrive gli ultimi giorni della “protagonista”, prima dell’estrema, assurda decisione, assunta d’intesa col medico di famiglia, come previsto dalla legge olandese sull’eutanasia, consentita anche ai minori, dai 12 anni in su, indipendentemente dal parere di mamma e papà, oppure al di sotto dei 12 anni purché col consenso del medico e dei genitori in caso di “sofferenza insopportabile”, come vuole il Protocollo di Groningen.

Le solite strazianti scene strappalacrime, il solito romanticismo di maniera e musiche scelte ad hoc fanno il resto, creando nel pubblico forti suggestioni: si vede la giovane camminare mano nella mano con un amico sulla spiaggia, truccarsi con la sorella Steffie prima della “festa d’addio” indetta in suo “onore” in un night-club, festa durante la quale beve, canta e balla a più non posso, per provare -lo dice espressamente- il massimo piacere conseguibile: «Domani piangere, oggi bere e festeggiare», afferma.

E poi la fine, inflitta – come una sentenza di condanna per il reato di futilità – da un’iniezione letale di barbiturici presso una casa di riposo, con attorno le persone care. Nel filmato non si vede l’iniezione vera e propria, si vede Priscilla Brouwer cadavere a 26 anni sul lettino di un’hospice, per non aver voluto affrontare la vita, fatta anche di sofferenza, preferendovi la fine del disco di una balera. Un bacio di familiari ed amici, poi via tutti. Come se tutto questo fosse normale, scontato. Particolarmente disgustoso l’effimero veicolato dalle ultime scene, quelle del funerale con i partecipanti non contriti, figuriamoci in preghiera, bensì danzanti con in sottofondo musica da night-club. Trasformando il senso profondo della vita e della morte in una vergognosa, sterile, dissacrante farsa.

Secondo quanto riportato dall’agenzia LifeSiteNews, l’associazione olandese “per il fine-vita volontario” ha dichiarato che questo filmato intende essere uno strumento “didattico”: «I giovani devono essere più consapevoli della possibilità di eutanasia», han dichiarato. Il regista del film, Peter Bosch, ha preteso addirittura di vedere del «divino» in quel che ha raccontato, trasformando la sua dichiarazione in bestemmia. Bene ha fatto Riposte Catholique, un giornale web in lingua francese, con un proprio editoriale, a chiedersi dove Priscilla nella propria vita abbia fatto posto a Dio: «Come si fa a non capire che la sua morte è prima di tutto un atto d’accusa contro una società, che ha ridotto tutto al mero godimento materiale, rendendoci incapaci di comprendere collettivamente qualcos’altro?». Già. Come si fa?

C’è da interrogarsi ancora una volta sul ruolo e sulle responsabilità che i mezzi di comunicazione sociale, specie quando pubblici, di Stato, abbiano e debbano esercitare: quando, anziché veicolare Ideali, divengono strumenti dell’ideologia imperante, v’è da chiedersi se ancora possano pretendere di ricorrere a risorse pubbliche -quindi ai soldi di tutti- o se, anche in questi casi, non si possa invocare una legittima obiezione di coscienza. Ciò ancor più in quanto è prevedibile, dopo il passo compiuto dalla televisione olandese, che anche altre emittenti in Europa e nel mondo intendano scimmiottarla, propinando in pasto al proprio pubblico il vergognoso filmato.

Una sola domanda resta, purtroppo volutamente, inevasa: che senso ha tutto questo? Ciò su cui il documentario ben si guarda dall’interrogarsi, ma che s’intuisce sottotraccia, è: che senso ha un’esistenza di questo tipo? Rispondere a tale interrogativo, forse, avrebbe condotto ad un altro finale. Quel finale verso cui non 700 mila spettatori, ma miliardi di persone sulla faccia della Terra, tendono, col coraggio di affrontare ogni singolo giorno per quello che è, nel bene e nel male, nel dolore e nella salute, chi con la propria fede, chi in nome di una morale. Senza sfuggire alla vita. Nemmeno “felicemente”. Ma di loro, di questi miliardi di persone, i media purtroppo non parlano. (Mauro Faverzani)

Donazione Corrispondenza romana