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Analisi del Decreto di Commissariamento dei Francescani dell’Immacolata

“L’atto che si compie secondo diritto si compie secondo giustizia

ed è impossibile che si compia secondo il diritto

l’atto che si compie contro la giustizia”

Sant’Agostino

“Quel che non sopporto è la tolleranza o l’indifferenza

fra la verità e la menzogna, la giustizia e l’ingiustizia”

Carl Ludwig von Haller

  1. 1. Importanza della questione

messa-4(fonte: www.conciliovaticanosecondo.it) Il Decreto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica dell’11 luglio 2013 (prot. 52741/2012) con il quale è disposto il Commissariamento dei Francescani dell’Immacolata, con la conseguente destituzione del Fondatore e Ministro generale dell’Istituto religioso (e del suo Consiglio), e l’interdizione sine die (salvo espressa autorizzazione) della celebrazione della Messa tradizionale (definita da Benedetto XVI “forma straordinaria dell’unico rito romano”) è un atto di gravità tale da non potere essere considerato di mera rilevanza interna per i soli destinatari. Indipendentemente dalla considerazione di comportamenti e di atti particolari di singoli membri dell’Istituto religioso.

La gravità, ovvero il rilievo universale, del Decreto emerge per almeno tre ordini di ragioni:

a) Il Decreto in questione, proprio in quanto esautora il Superiore generale di un Istituto religioso, legittimamente eletto a norma degli Statuti approvati dalla Santa Sede, esprime un atto di radicale sfiducia nei confronti suoi e dei suoi collaboratori, escludendoli dall’esercizio delle funzioni cui sono stati designati. Il Provvedimento suppone, quindi, un giudizio negativo sull’esercizio dell’autorità da parte di tutti coloro i quali sono stati, col Fondatore e Superiore generale, designati al governo dell’Istituto. Pertanto il Decreto ha, evidentemente carattere sanzionatorio ed affittivo (come qualsiasi rimozione o privazione di un ufficio). D’altra parte, l’analogia con provvedimenti consimili è tale da insinuare l’ipotesi secondo la quale il commissariamento presupporrebbe l’esistenza di crimini o un comprovato grave detrimento recato all’Istituto religioso. Pur in presenza di un Istituto religioso ampiamente apprezzato, fiorente di attività e fecondo di vocazioni.

Ora, delle due l’una: o tale Decreto è giustificato da colpe tali da richiedere, esse stesse, una azione penale conseguente, che proprio per questo non può limitarsi al solo Decreto in parola; oppure il Decreto – senza far menzione alcuna di colpe, né di atti espressamente e direttamente contrari al bene dell’Istituto religioso – lede obiettivamente l’onore del Fondatore e Ministro generale dei Francescani dell’Immacolata e con lui di tutto l’Istituto, in quanto a lui legittimamente vincolato e subordinato (a norma delle Costituzioni). Tertium non datur.

Considerato il rilievo pubblico del Decreto di commissariamento – tanto sotto il profilo oggettivo, quanto sotto il profilo soggettivo – in assenza di colpe conclamate ed accertate (da individuarsi eventualmente a norma del Diritto canonico, ed all’accertamento delle quali risulta assolutamente inidonea l’esclusiva somministrazione di un questionario compilato telematicamente) il Decreto medesimo costituisce obiettivamente (ed al di là del riferimento a qualsivoglia intenzione) una lesione del diritto (naturale) alla buona fama (quindi all’onorabilità), cui ogni soggetto umano, in quanto tale, ha titolo. A maggior ragione ogni membro della Chiesa, il cui Codice dichiara lo scopo di “creare tale ordine nella società ecclesiastica che assegnando il primato all’amore, alla grazia e ai carismi, rende più agevole contemporaneamente il loro organico sviluppo nella vita sia della società ecclesiale, sia anche delle singole persone che ad essa appartengono” (GIOVANNI PAOLO II, Costituzione Apostolica Sacrae disciplinae leges).

Il rispetto del diritto alla buona fama – salvo ovviamente prova contraria ad essa – costituisce un dovere di giustizia. Perciò esso vincola chiunque. Anche qualsivoglia delle Congregazioni romane. La negazione di tale diritto – proprio in ossequio alla determinazione del giusto – costituisce obiettivamente una lesione della giustizia. In questo caso una lesione pubblica, la quale – proprio in quanto tale – non può non riguardare ogni fedele che ha avuto qualsivoglia relazione con i Frati, ogni cattolico in quanto tale, ogni uomo che, come tale, abbia a cuore la giustizia.

b) Il Decreto impone ai Frati Francescani dell’Immacolata – contrariamente a quanto disposto dalla bolla Quo primum di san Pio V ed al Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI – il divieto di celebrare la Messa tradizionale. Ciò facendo priva di un bene di valore incommensurabile – la Messa (celebrata in rito romano antico) – sia i Frati, sia i fedeli che attraverso il ministero dei Frati hanno potuto partecipare alla Messa tridentina, sia tutti coloro i quali avrebbero potuto, in futuro, eventualmente parteciparvi.

Il Decreto, perciò, non riguarda solo un bene – e con ciò, il bene – di cui sono privati (salvo espressa autorizzazione) i Frati, ma anche un bene – e con ciò, il bene – spirituale dei fedeli, che mediante il ministero dei Frati desideravano e desiderano accedere alla Messa tradizionale. Essi si trovano a subire – loro malgrado ed al di là di qualsivoglia colpa, quindi senza ragione – una sanzione, in palese contrasto, con lo spirito e con la lettera sia dell’Indulto Quattuor abhinc annos, sia della Lettera Apostolica Ecclesia Dei, di Giovanni Paolo II, sia del Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI. Tali Documenti, infatti, sono palesemente mossi dalla finalità di soddisfare l’esigenza di partecipazione alla Messa secondo il rito romano classico, da parte di tutti i fedeli che ne abbiano desiderio.

Pertanto il Decreto evidenzia una obiettiva rilevanza per tutti coloro i quali – per le ragioni più diverse – apprezzano ed amano la Messa latino-gregoriana. Tali fedeli attualmente costituiscono una parte cospicua, e certamente non trascurabile, dei cattolici, sparsi in tutto il mondo. Potenzialmente essi potrebbero coincidere con la totalità stessa dei membri della Chiesa. Il Decreto colpisce obiettivamente anch’essi. Parimenti colpisce tutti coloro i quali, anche acattolici – per diverse ragioni, come storicamente già emerso in occasione dell’appello presentato a Paolo VI nel 1971 – avessero a cuore la continuità della Messa tradizionale. Il Decreto (ben al di là, quindi, della vicenda relativa ad un Istituto religioso) palesa una rilevanza universale anche sotto questo profilo.

c) Il Decreto impone due misure obiettivamente vessatorie (il commissariamento e la proibizione della Messa secondo il vetus ordo), senza fare riferimento ad alcuna questione o motivazione che riguardi propriamente né la fede, né la morale, né la disciplina (di rilievo universale o particolare che sia). Neppure fa il benché minimo riferimento a delitti specifici che riguardino tali materie.

Esclusa ogni questione riguardante la fede, la morale o la disciplina, tale da giustificare il commissariamento dei Francescani dell’Immacolata, non ci si può esimere dal chiedersi quali motivi possano fondare l’emanazione del Decreto. A rigore, esclusa ogni infrazione che riguardi la fede, la morale e la disciplina – intese nel senso più ampio ammissibile – non resta alcun ambito sanzionabile dall’Autorità ecclesiastica. A meno che non si intenda assimilare – surrettiziamente e contraddittoriamente – la mera prassi (sociologica) o l’opinare (soggettivo) di fatto prevalenti, alla fede, alla morale o alla disciplina. A meno che non si intenda assimilare – surrettiziamente e contraddittoriamente – alla fede, alla morale o alla disciplina, le tesi o le interpretazioni di fatto prevalenti, in campo storiografico, filosofico e teologico.

In assenza di colpe conclamate, commesse da chicchessia tra i Frati conformi alle direttive del Fondatore e Ministro generale, contro la fede, la morale e la disciplina, non resterebbe che concludere che il Provvedimento di commissariamento faccia riferimento a questioni meramente prassiologiche. La loro valutazione, però, richiede il riferimento alla fede ed alla morale (autentiche), e non viceversa. Oppure faccia riferimento ad iniziative riferentisi all’ambito della legittima libertà di ricerca, di riflessione e di discussione, in campo storiografico, filosofico e teologico (ove si diano problemi aperti e non vi siano definizioni magisteriali vincolanti). Tale libertà, però, costituisce una libertà nella verità e per la verità (esemplarmente testimoniata dai grandi maestri del pensiero cattolico), richiesta dal dovere naturale di cercare la verità ed apprezzata dal Magistero della Chiesa.

Per tali ragioni il Decreto non riguarda semplicemente un Istituto religioso, ma tutti coloro i quali, avendo consapevolezza della consistenza propria della fede, della morale e della disciplina, hanno ben chiaro che non è possibile assimilarle ad alcuna prassi né ad alcuna corrente di opinione sociologicamente prevalenti (tanto più se si considera che le prassi e le opinioni diffuse attualmente nell’ambito ecclesiale manifestano, non di rado, caratteri problematici e deficitari, ove non siano presenti, come è noto, deviazioni e scandali, di carattere sia dottrinale sia morale). Parimenti, tale Decreto presenta un obiettivo rilievo per quanti esercitano, e per quanti hanno a cuore, la legittima libertà nella ricerca storiografica, filosofica e teologica. A maggior ragione, se tale riflessione (come consta nel caso di specie) è esercitata esplicitamente nel solco della lezione dei Padri della Chiesa, dei suoi Dottori e delle definizioni del suo Magistero. Anche sotto tale profilo il Decreto manifesta un rilievo universale.

  1. 2. Analisi del Decreto

2.1. Il testo del Decreto nulla dice sulle motivazioni che avrebbero sostenuto la sua emanazione. Nulla dice sulle conclusioni dell’istruttoria che lo ha preceduto, e che lo avrebbe reso necessario. Nulla dice sugli obiettivi immediati da conseguire. Nulla dice sui termini temporali che ne segnano l’arco di applicazione e di vigenza. In luogo di specifiche motivazioni, il Decreto indica solo generiche finalità (peraltro proprie del compito istituzionale della Congregazione emanante, quindi riferibili alla generalità dei casi), quali: “tutelare e promuovere l’unità interna degli istituti religiosi”, “l’adeguata formazione alla vita religiosa”, “l’organizzazione delle attività apostoliche”, “la corretta gestione dei beni temporali”. Mentre è chiaro che le finalità indicate sono tali da potere sollecitare qualsiasi intervento della Congregazione, per qualsivoglia Istituto religioso. Anzi, attesa la loro consapevolezza non si riesce ad intendere l’assenza di interventi in relazione alla situazione attuale – di pubblica notorietà – nella quale versano moltissimi Istituti religiosi.

Ora, trattandosi di un provvedimento che interrompe la vita ordinaria del governo di un Istituto religioso (di diritto pontificio), privando di effetti l’elezione del Ministro generale e del suo Consiglio, nonché la loro potestà di governo dell’Istituto stesso (a norma delle costituzioni), tali elementi fondanti e vincolanti – motivazione, conclusioni dell’istruttoria, obiettivi immediati del provvedimento, termini temporali di applicazione e di vigenza – a) sono obiettivamente richiesti dall’esigenza di razionalità e di giustizia di qualsivoglia provvedimento di commissariamento (che come tale ha carattere sospensivo e restrittivo rispetto alla disciplina particolare ordinaria); b) sono specificamente richiesti dall’esigenza di assicurare la continuità della missione specifica dell’Istituto religioso, nella fedeltà allo specifico carisma, secondo le costituzioni legittimamente approvate. Pertanto, l’assenza di esplicite indicazioni – relative a motivazione, conclusioni dell’istruttoria, obiettivi immediati del provvedimento, termini temporali di applicazione e di vigenza – compromette obiettivamente tanto la razionalità – e l’equità – del Decreto, quanto la sua specifica congruità a raggiungere le pur generiche finalità dichiarate.

In particolare, per quanto riguarda il commissariamento dei Francescani dell’Immacolata, disposto dal Decreto, non si può non osservare che – in assenza di motivazioni che individuino comprovati delitti del Fondatore e Ministro generale nonché del suo Consiglio – l’atto stesso di commissariamento, vista la sua obiettiva gravità, il giudizio che implicitamente esso contiene e gli effetti che esso comporta, o è del tutto sproporzionato, cioè mancante della proporzione propria della giustizia tra pena e colpa, come tra fatto verificato e provvedimento adottato; o lascia supporre una o più colpe che, se accertate, dovrebbero comportare sanzioni ben più gravi a carico dei responsabili. Sicché tanto nella prima ipotesi, quanto nella seconda, il commissariamento appare non solo propriamente ingiustificato, ma anche sproporzionato, quindi ingiusto.

Inoltre, dal Decreto emerge singolarmente una condizione gravosa per i Francescani dell’Immacolata: “il rimborso delle spese sostenute da detto Commissario e dai collaboratori da lui eventualmente nominati” e la corresponsione di un “onorario per il loro servizio”. Ora, al di là del paradosso dell’imposizione di un onere pecuniario ad un Istituto religioso che pratica rigorosamente la povertà, si palesa dal testo del Decreto la concezione secondo la quale il compito del Commissario apostolico costituisce una prestazione professionale, che, come tale, comporta la corresponsione di un onorario. Non avrebbe ragion d’essere, altrimenti, l’onorario da attribuire al Commissario, nominato dalla Congregazione ed imposto a coloro in capo ai quali viene imputato anche l’obbligo di pagare un onorario. Sicché il testo del Decreto fa emergere (al di là delle intenzioni di chicchessia) che il compito del commissario apostolico – diversamente da ogni connotazione teologale – è obiettivamente equiparato, in qualità di prestazione professionale da remunerare per la sua effettuazione, a quella dell’espletamento di una amministrazione coatta o a quella di una consulenza a carico dell’inquisito.

Non si può non notare, ancora, che tali oneri pecuniari risultano del tutto imprecisati, sia quanto a limiti di spesa per i rimborsi, sia quanto ad onorario per l’attività del Commissario e dei suoi collaboratori. Mentre è chiaro che ogni facoltà di esigere rimborsi spesa (quindi di imputare spese a carico di altri) richiede logicamente dei limiti. Anzi, dalla lettura del Decreto si può evincere che a disporre l’entità del rimborso e dell’onorario sia non la determinazione di esigenze derivanti da dati obiettivi, non colui a carico del quale essi incombono, non un accordo tra le parti, ma esclusivamente colui a beneficio del quale vengono corrisposti tanto i rimborsi quanto l’onorario. Al quale, in assenza di vincoli espressi, viene implicitamente conferita la facoltà di fissarli unilateralmente. Ciò che appare, obiettivamente, contrario ad ogni considerazione di ragionevolezza e di equità.

2.2. Per quanto riguarda la proibizione della celebrazione della Messa in rito romano antico (detta anche “forma straordinaria”) si rilevano numerosi e gravi problemi posti dal Decreto in parola, che evidenziano obiettivamente altrettante manifeste anomalie logiche e giuridiche.

Anzitutto, in merito a tale proibizione imposta ai Frati Francescani dell’Immacolata, derivante dalla imposizione ad essi della sola facoltà di celebrare in modo esclusivo secondo il Nuovo Messale (detto anche “forma ordinaria”) salvo espressa autorizzazione, non si può non rilevare che essa risulta palesemente in contrasto con quanto disposto per la Chiesa universale tanto dalla Bolla Quo primum di san Pio V (1570) quanto dal Motu proprio Summorum pontificum di Benedetto XVI (2007).

La Bolla di san Pio V, infatti, stabilisce universalmente ed in perpetuo: “in virtù dell’autorità Apostolica noi concediamo, a tutti i sacerdoti, a tenore della presente, l’Indulto perpetuo di poter seguire, in modo generale, in qualunque Chiesa, senza scrupolo alcuno di coscienza o pericolo di incorrere in alcuna pena, giudizio o censura, questo stesso Messale, di cui avranno la piena facoltà di servirsi liberamente e lecitamente, così che Prelati, Amministratori, Canonici, Cappellani e tutti gli altri Sacerdoti secolari, qualunque sia il loro grado, o i Regolari, a qualunque Ordine appartengano, non siano tenuti a celebrare la Messa in maniera differente da quella che Noi abbiamo prescritta né d’altra parte possano venir costretti e spinti da alcuno a cambiare questo Messale”.

A sua volta, il Motu proprio di Benedetto XVI stabilisce che “è lecito celebrare il Sacrificio della Messa secondo l’edizione tipica del Messale Romano promulgata dal b. Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato”. E precisa che “Per tale celebrazione secondo l’uno o l’altro Messale il sacerdote non ha bisogno di alcun permesso, né dalla Sede Apostolica, né dal suo Ordinario”. Altresì il Motu proprio afferma che “Le comunità degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica, di diritto sia pontificio, sia diocesano, che nella celebrazione conventuale o «comunitaria» nei propri oratori desiderano celebrare la Santa Messa secondo l’edizione del Messale Romano promulgato nel 1962, possono farlo”. Analogamente dichiara che “Ai chierici costituiti «in sacris» è lecito usare il Breviario Romano promulgato dal b. Giovanni XXIII nel 1962”. Il medesimo Motu proprio fissa inequivocabilmente che “Tutto ciò che da Noi è stato stabilito con questa Lettera Apostolica data a modo di Motu proprio, ordiniamo che sia considerato come «stabilito e decretato» e da osservare dal giorno 14 settembre di quest’anno [2007] […] nonostante tutto ciò che possa esservi in contrario”.

Come è chiaro dai due testi summenzionati e dai loro connotati essenziali, la libertà di celebrazione della Messa tridentina appartiene alla legislazione universale della Chiesa e configura un diritto per ciascun sacerdote. Analogamente ne deriva un diritto per i fedeli aderenti a tale “tradizione liturgica”. Quanto ad essi, infatti, il Codice di Diritto Canonico riconosce: “I fedeli hanno il diritto di rendere culto a Dio secondo le disposizioni del proprio rito approvato dai legittimi Pastori della Chiesa” (can. 214). Perciò la proibizione, salvo autorizzazione, disposta dal Decreto misconosce obiettivamente tale legislazione universale della Chiesa, deliberando – mediante un atto evidentemente da subordinarsi ad essa (sia per materia sia per forma) – in modo contrastante con la disciplina universale e permanente. La quale, in ragione delle sue origini apostoliche, gode – come argomentano illustri studiosi – del carattere dell’irreformabilità.

La proibizione della celebrazione della Messa tridentina da parte del Decreto, risulta ingiustamente discriminante nei confronti del rito latino-gregoriano, il quale, non solo risale dal Concilio di Trento a san Gregorio Magno e da questi alla tradizione apostolica, ma, secondo l’inequivocabile apprezzamento del Motu proprio Summorum pontificum “deve essere tenuto nel debito onore per il suo uso venerabile e antico”. Esso, infatti, è espressione della «lex orandi» della Chiesa. Pertanto un bene da custodire. Non un male da cui allontanare.

Inoltre, l’imposizione ai Frati della sola celebrazione del Nuovo Messale, suppone una normativa di autorizzazione speciale nei confronti del Messale latino-gregoriano, la quale è obiettivamente inesistente. O altrimenti ne introduce l’applicazione, a fronte di una legislazione di contenuto palesemente diverso ed opposto. È chiaro, infatti, che il regime di autorizzazione di un atto o attività particolare presuppone una proibizione ordinaria, alla quale eventualmente si può derogare in casi straordinari (particolari e determinati). Ma questo (ovvero l’ordinaria interdizione) è escluso esplicitamente dalla legge della Chiesa, la quale dichiara come facoltà del sacerdote, da esercitarsi liberamente e senza alcuna autorizzazione, quella della celebrazione della Messa tridentina.

Va rilevato, altresì, che l’interdizione (salvo espressa autorizzazione) di tale celebrazione evidenzia tre ulteriori obiettive anomalie del Decreto. Questo, infatti, stabilisce un regime di autorizzazione per la Messa tradizionale, indicando genericamente come titolare della potestà autorizzativa le “competenti autorità”. Ma, risultando abrogata la normativa prevista dall’Indulto Quattuor abhinc annos e dalla Lettera Apostolica Ecclesia Dei, non si intende quale sia precisamente l’autorità competente a rilasciare l’autorizzazione in parola. Tanto più che la competenza in tale materia prescinde certamente dalla Congregazione degli Istituti di vita consacrata, e sarebbe semmai da riferirsi alla Commissione pontificia «Ecclesia Dei».

Risulta singolare, peraltro, che l’autorizzazione di cui al Decreto sia da concedersi “per ogni religioso e/o comunità”, quasi che a celebrare la Messa non sia il singolo sacerdote, ma anche una comunità tutta intera, nel suo insieme (compresi eventualmente i Frati non sacerdoti). Quasi che la comunità autorizzata possa autorizzare a sua volta, trasmettendo (come?) l’autorizzazione (da parte di chi?), proceduralmente (a quali condizioni?) al singolo celebrante.

A segnare una ulteriore anomalia del Decreto vi è il fatto che tale regime di autorizzazione è temporalmente indeterminato. Non vengono, cioè, indicati i termini di applicabilità del regime di autorizzazione imposto ai soli Frati Francescani dell’Immacolata. Fino a quando sarà ad essi imposta la richiesta dell’autorizzazione? Fino ad un determinato giorno? Fino al conseguimento di un certo obiettivo? In perpetuo? Al riguardo il testo del Decreto nulla dice. Contrariamente alla necessità di determinatezza – ovvero di razionalità e di giustizia – di qualsivoglia provvedimento (difatti, anche una pena che coincida con l’intero arco della vita o che sia perpetua ha una sua determinatezza). Si tratta di una istanza di diritto naturale e di diritto canonico (cfr. can. 1319). Ignorata la quale si manifesta un evidente detrimento tanto del carattere retributivo, quanto del carattere medicinale di qualsivoglia provvedimento restrittivo (in questo caso, di una facoltà propria di ogni sacerdote).

D’altra parte, la proibizione della celebrazione della Messa latino-gregoriana – pur riferita dal Decreto come decisa dal Papa – resta obiettivamente circoscritta nell’ambito di un Decreto di una Congregazione romana. Ne consegue che – almeno quanto alla sua forma ed al vincolo che da essa deriva – non può che condividere i limiti del Decreto medesimo e la sua necessaria sottomissione alla legislazione universale della Chiesa. Infatti, diversamente da una qualsiasi deliberazione disciplinare pontificia – tale ex professo, se compiuta nell’ambito della sua potestà di giurisdizione, ovvero del munus gubernandi, e secondo quanto legittimamente possibile in conformità al diritto divino positivo ed alle definizioni solenni ad esso relative – la disposizione in oggetto non può che restare circoscritta al Decreto medesimo, nei limiti delle facoltà di una delle Congregazioni romane.

In ogni caso, l’imposizione derivante dal Decreto come qualsiasi deliberazione disciplinare di chicchessia non può non essere obiettivamente misurata dal diritto naturale – ovvero dalla giustizia – e dal diritto divino positivo, cui il diritto canonico, la disciplina e la giurisprudenza ecclesiatiche devono necessariamente conformarsi. Infatti, come ha ricordato Benedetto XVI (Discorso in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario del tribunale della Rota romana, 21/1/2012) “la lex agendi non può che rispecchiare la lex credendi”.

Roberto de Mattei – Mario Palmaro – Andrea Sandri – Giovanni Turco

Coordinatori della Commissione di studio Bonum veritatis

(fonte: www.conciliovaticanosecondo.it)