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L’Arcidiocesi del Lussemburgo firma la ‘Carta della diversità’

Diversità

Si chiama Charte de la diversité ed è evidente che cosa si riproponga: la promozione della «diversità». A qualunque costo. E di qualunque tipo. Lgbt compresa, naturalmente. Tant’è vero che, non più tardi dello scorso 12 gennaio, la banca Bnp Paribas, aderente a questa piattaforma, ha organizzato una conferenza dedicata alla galassia gay-lesbo-bisexual-transgender in azienda, invitando tra i relatori anche il portavoce del Pride France.

Un patto d’acciaio tra i “poteri forti”

Questa sorta di “cartello” riunisce, in Lussemburgo, realtà apparentemente diversissime tra loro come aziende, enti pubblici ed associazioni. Per «rovesciare stereotipi e luoghi comuni», nonché per rilanciare la «non discriminazione» ed «una società più inclusiva». I soliti mantra, insomma. Per questo, la Charte de la diversité organizza ogni anno, il 12 maggio, una sorta di «Giornata nazionale», il «Diversity Day», giunto già alla sua seconda edizione. Si tratta di una kermesse, fatta di conferenze, incontri, workshop, stand, esposizioni, partnership, prodotti e servizi, tutti reclamizzati tramite un apposito sito dedicato. Ma l’obiettivo della manifestazione, che ha per slogan «Agire per la diversità», è molto più ambizioso: vuole incidere nel quotidiano, entrare nelle case dei cittadini del Gran Ducato, condizionare le loro abitudini, far parte della loro vita di ogni giorno.

Come? Stringendo una sorta di “patto d’acciaio” tra poteri forti ed istituzioni, in grado effettivamente d’influenzare mode e costumi. Solo così non stupisce notare, nella leadership degli enti promotori, niente meno che la Commissione Europea (ovvero l’autentica regia dell’Ue, il suo “cuore pulsante”), il ministero lussemburghese della Famiglia e dell’Integrazione, nonché quello delle Pari Opportunità; così come non stupisce trovare nella cabina di comando la Deutsche Bank, oltre alle principali agenzie di servizi fiscali, tesoreria ed investimenti (Pwc, Rbc Investor & Treasury Services e l’Ims, una rete d’affari per la promozione della responsabilità sociale d’impresa). Inoltre, ecco la Sodexo, leader mondiale nei servizi per la qualità della vita, presente in 80 Stati e con 428 mila collaboratori; e poi anche le categorie imprenditoriali e l’American Chamber of Commerce Luxembourg, che, benché si presenti come organizzazione internazionale di “volontariato”, non pare proprio dedita a semplice filantropia, riunendo di fatto uomini d’affari e professionisti di tutto il mondo per promuovere relazioni ed opportunità tra il mondo anglofono in generale ed il Gran Ducato.

Madrina della Carta della diversità è Corinne Cahen, 43 anni, ministro della Famiglia, niente meno, nonché presidente del Partito Democratico – in Lussemburgo, espressione di una sorta di socialismo liberista -.

Un momento davvero delicato per mons. Hollerich

La firma ufficiale della Carta da parte delle realtà aderenti avviene nel corso di una solenne cerimonia, all’interno degli eventi previsti per il «Diversity Day». Cerimonia, durante la quale ciascuno dei sottoscrittori si impegna a promuovere azioni concrete a favore della «diversità». Ed è qui che, a sorpresa, si scopre, proprio tra i sottoscrittori, anche l’Arcivescovato del Lussemburgo: come «categoria d’impresa» figura nelle «Fondazioni, Associazioni, Ong» e può rivendicare il proprio reale status solo nelle specifiche, definendosi «Chiesa Cattolica-Arcidiocesi del Lussemburgo». Si presenta nella veste di azienda con 300 dipendenti e si impegna al «rispetto della diversità» nel contratto collettivo di lavoro sottoscritto coi sindacati.

Difficile immaginare che l’Arcivescovo, mons. Jean-Claude Hollerich, un gesuita, non ne fosse al corrente. Una nuova tegola, che peraltro lo coglie in un momento particolarmente delicato per il proprio ministero episcopale: proprio lui ha firmato, circa un anno fa, una nuova convenzione con lo Stato. Convenzione, dalle conseguenze devastanti: cancella definitivamente la religione dalle materie scolastiche curricolari; trasforma il seminario cattolico di Weimershof in una sorta di «centro studi interfedi»; taglia drasticamente (30%) il sostegno pubblico alla Chiesa, disconoscendone implicitamente il valore anche soltanto sociale ed educativo; pone a carico delle Diocesi la pesante gestione economica degli edifici ecclesiali. Mons. Hollerich ha cercato di minimizzare il tutto al grido di «Chiesa più povera, Chiesa più ricca», citando papa Francesco, ma la cosa non è per niente piaciuta, anzi ha scatenato «forti tensioni» in Diocesi, come riferito dall’emittente Rtl, che ha anche specificato come ora, combinato il patatrac, cerchi di volatilizzarsi: secondo indiscrezioni, avrebbe infatti presentato le proprie dimissioni alla Santa Sede, ufficialmente per «motivi di salute». Ma ha solo 57 anni, niente da fare. Sembra che gli siano state respinte. Ha ottenuto solo un Vescovo ausiliare di supporto, niente di più. Col rischio che i guai possano ulteriormente aumentare (M. F.).