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Cremazione: nuovo attacco ipergiacobino alla Chiesa

Purtroppo la massoneria italiana ce l’ha praticamente fatta. E’ dal 1874 che pone a tema la cremazione ed ora è ad un passo dal suo obiettivo. A programma, 143 anni fa, pose il proposito che i cimiteri diventassero esclusivamente civili, senza distinzioni di credenze e di riti. C’è sostanzialmente riuscita. In più auspicava che la cremazione rimpiazzasse l’interramento. Purtroppo le cifre, drammatiche, lo dimostrano. In tante, troppe realtà.

Secondo gli ultimi dati disponibili, quelli del 2015, si parla di 137.165 cremazioni a livello nazionale, con un incremento del 16,3% rispetto all’anno precedente, quando furono “solo” 117.956. Numeri anno dopo anno in costante crescita rivelano come ad esser cambiati siano la testa ed il cuore della gente, complice il «grande sforzo pubblicitario delle agenzie funebri, che gestiscono queste pratiche», come ha osservato la Conferenza Episcopale. In molte zone, soprattutto della Lombardia e dell’Alto Adige, son più quelli che si fan cremare di coloro che si fanno inumare.

In merito lo scorso 15 agosto è uscita una specifica Istruzione dal titolo Ad resurgendum cum Christo, messa a punto dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Istruzione, che, benché nei contenuti ricalchi il Rito delle esequie, ha lasciato l’amaro in bocca agli ipergiacobini: aperte critiche sono giunte dal capo della massoneria italiana, Stefano Bisi, Gran Maestro del Grand’Oriente d’Italia, che ha bocciato il testo, in quanto, a suo dire, «presenta dei paletti, che impediscono di parlare al momento di una totale e definitiva apertura e libera scelta». Anche l’Uaar, Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, ha definito il documento «un ulteriore passo indietro», evidenziandone la «differenza sostanziale di non poco conto con le leggi dello Stato». Perché? Perché, spiega esplicitamente l’Istruzione, «la Chiesa continua a preferire la sepoltura dei corpi», mostrandosi con essa «maggiore stima verso i defunti», come già espresso peraltro a suo tempo dal Catechismo e dal Codice di Diritto Canonico. Nulla di nuovo sotto il sole. Detto questo, però, ammette la cremazione, «a meno che questa non sia scelta per ragioni contrarie alla Dottrina cristiana». Più frequenti di quanto non si creda, benché camaleontiche.

La Chiesa, infatti, non consente «la conservazione delle ceneri nell’abitazione domestica», né la loro «dispersione nell’aria, in terra o in acqua» o la loro «conversione in ricordi commemorativi, in pezzi di gioielleria o in altri oggetti»; viceversa, la normativa civile, vigente in molti Comuni, permette tutto questo. E lo scontro, qui, si fa frontale con gli ipergiacobini in pervicace, aperto contrasto con quanto previsto dalla Chiesa. Molti degli enti che promuovono la cremazione invocano, infatti, a gran voce dalle pubbliche amministrazioni la realizzazione dei cosiddetti «giardini dei ricordi» o «delle rimembranze», aree attrezzate ove spargere le ceneri dei defunti, ed esultano per il crescente numero di urne cinerarie affidate presso le abitazioni. Che le loro ragioni siano contrarie alle indicazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede, al di là dei grandi proclami, risulta evidente.

Non che la cosa stupisca, è la Storia ancora una volta ad esser maestra di vita: la prima Socrem, Società per la Cremazione Italiana, fu infatti fondata nel 1878 da un massone, Gaetano Pini. Il marchio è in origine. Ben presto tale sigla attecchì in diverse realtà, che poi si riunirono in un’unica Lega Italiana, ma sempre a stretta regia massonica. E fu proprio sfruttando il materiale predisposto da Pini, che venne elaborata la legge Crispi, con cui dal 1888 la pratica della cremazione venne introdotta nell’ordinamento italiano, nonostante il parere negativo della Chiesa. Già allora. Un parere negativo formulato in modo felicemente chiaro ed inappellabile, cosicché non prestasse il fianco a fraintendimenti ed equivoci, confluito poi nel Codice di Diritto Canonico del 1917, che al can. 1203 condannava formalmente la cremazione ed al can. 1240 comminava la privazione dei Sacramenti e delle esequie ecclesiastiche a quanti la scegliessero.

La recente Istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede, invece, non è più così chiara. Nemmeno al n. 5, dove afferma: «Le ceneri del defunto devono essere conservate di regola in un luogo sacro, cioè nel cimitero», ma subito dopo aggiunge «se è il caso, in una chiesa o in un’area appositamente dedicata a tale scopo dalla competente autorità ecclesiastica». Questo «se è il caso» lascia spazio alla discrezionalità ed alle libere interpretazioni dei sacerdoti più “creativi” o “innovativi”. Come don Andrea Foglia, parroco di S. Abbondio, a Cremona. Durante un’omelia e sul bollettino parrocchiale ha lanciato l’idea di dedicare il corridoio del lato sud del chiostro alla custodia delle ceneri dei propri fedeli. Ora è in attesa che il Vescovo gli dica che fare. L’Istruzione Ad resurgendum cum Christo non esclude tale eventualità. Il documento vaticano specifica anzi poter ciò «contribuire a ridurre il rischio di sottrarre i defunti alla preghiera ed al ricordo dei parenti e della comunità cristiana». In più eviterebbe il rischio di «pratiche sconvenienti o superstiziose». In realtà, l’unico pericolo che qui davvero si corre è quello di un’indebita promozione della cremazione presso i fedeli, che vedono tale pratica non solo ammessa, bensì addirittura promossa all’ombra del proprio campanile, nelle sacre mura. Tant’è vero che l’ipotesi di don Foglia ha trovato subito emuli come don Angelo Piccinelli, parroco di Soresina, sempre nel Cremonese. Le maggiori criticità, in tal senso, si registrano proprio nelle realtà di provincia, dove purtroppo i numeri sono in crescita esponenziale. A Cremona, ad esempio, tra il 2015 ed il 2016 le richieste di cremazione sono addirittura quintuplicate, da 500 a 2.500. E’ evidente come assecondarle ulteriormente significhi incentivarle. In chiaro contrasto, nonostante tutto, anche con lo spirito della recente Istruzione, che auspica l’esatto contrario. Almeno questo è scritto ancora chiaramente (M. F.).