Negli Stati Uniti il popolo della Vita non molla

March For Life Marks 40th Anniversary Of Roe v. Wade(di Tommaso Scandroglio) In terra americana sui principi non negoziabili spira a volte un vento favorevole e a volte contrario. Il 4 novembre scorso i cittadini USA sono stati chiamati ad esprimere la loro opinione su vari argomenti tra loro assai disparati – dalla caccia all’orso agli Ogm – tramite il voto referendario.

Ben 147 sono stati i quesiti proposti in tutta la nazione. Tra questi c’erano anche domande che riguardavano l’aborto. Negli ultimi anni in molti stati USA si sono registrate significative restrizioni alle pratiche abortive e allora, sulla spinta di queste vittorie pro-life, si pensava che i referendum sull’aborto proposti in North Carolina e Colorado registrassero la vittoria dei difensori della vita nascente. Ma così non è stato.

In particolare in North Carolina non è passata la proposta di inserire nella Costituzione questa frase: «L’inalienabile diritto alla vita di ogni essere umano in ogni stadio di sviluppo deve essere riconosciuto e protetto». Referendum simile è stato proposto in Colorado ed anche lì è stata bocciato. È la terza volta che in questo stato non passa una proposta a difesa del nascituro. In questo caso si voleva modificare il codice penale in materia di omicidio ricomprendendo come soggetto tutelato anche il nascituro.

Vittoria invece dei pro-life nel Tennessee. Nella Costituzione verrà inserito l’emendamento 1 in cui si specifica che nulla nell’ordinamento giuridico dello Stato «assicura e garantisce un diritto all’aborto». L’emendamento consente al Parlamento di «emanare, modificare o abrogare leggi in materia di aborto». Questa novella costituzionale è stata elaborata come risposta ad una sentenza del 2001 della Corte Suprema la quale aveva affermato che l’aborto rientrava sotto l’ombrello di garanzia costituzionale dello Stato al fine di tutelare il diritto alla privacy.

Dall’aborto passiamo alla famiglia. Giovedì 6 novembre una corte d’appello federale di Cincinnati, in Ohio, ha confermato il divieto di “nozze” omosessuali per gli stati del Kentucky, Michigan, Ohio e del Tennessee, divieto che invece era stato cancellato da tribunali di grado inferiore. Il giudice che ha firmato la sentenza, Jeffrey Sutton, si è rifatto ad una sentenza del 1972 della Suprema Corte la quale «conferma il diritto del popolo di uno Stato di definire il matrimonio così come vuole».

Ricordiamo che nel giugno 2013 la Corte Suprema aveva mandato in soffitta il Defense of Marriage Act, legge che tutelava il matrimonio tra uomo e donna, perché discriminatoria nei confronti delle coppie gay. Di recente la stessa Corte non aveva ricevuto alcuni ricorsi inerenti sentenze di tribunali minori che avevano annullato i divieti di contrarre “matrimonio” tra persone dello stesso sesso. Sutton ha spiegato che tali decisioni della Corte Suprema non contrastano con quanto essa stessa aveva deciso nel 1972.

La Corte infatti, secondo l’interpretazione del giudice Sutton, ci dice che il “matrimonio” gay non è vietato, ma non è neppure obbligatorio. Che ogni stato si regoli come vuole. Sutton ha aggiunto: «in appena 11 anni, 19 stati americani e Washington D.C., pari a circa il 45 per cento della popolazione americana, hanno esercitato il loro potere sovrano per ampliare una definizione di matrimonio che era universalmente accetta dai primi giorni della storia dell’umanità fino ai tempi nostri. Quando i tribunali non lasciano che siano le persone a risolvere nuovi problemi sociali come questo, perpetuano l’idea che gli eroi di questi cambiamenti siano giudici e avvocati». Da qui il suggerimento di Sutton di risolvere la questione attraverso «i processi democratici di stato».

Dagli Usa viene a noi italiani una lezione significativa. Il fronte che difende la vita e la famiglia non molla. Poco importa quante sconfitte si sono incassate: si torna sempre alla carica. Il terreno conquistato dal nemico non deve essere mai considerato perso del tutto. Facciamo invece finta che la sentenza Roe vs Wade – la famigerata sentenza che introdusse l’aborto procurato negli States – fosse stata emessa qui in Italia. I più, anche in casa cattolica, avrebbero inteso quella sconfitta come irreversibile, proprio come si è considerato il varo della legge 194 e il referendum perso sull’aborto nel 1981. E in modo analogo avremo lo stesso atteggiamento remissivo e rinunciatario nel caso in cui il disegno di legge Scalfarotto sulla cosiddetta omofobia e il disegno di leggi sulle unioni civili omosessuali dovessero passare. Dagli Usa invece il popolo dei principi non negoziabili pare che ci voglia ammonire così: non importa quante volte ti hanno steso a terra. Importa quante volte ti sei rialzato. (Tommaso Scandroglio)

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