Natale a Betlemme, 1943

Matt-Lybia

Mentre i nemici di Nostro Signore Gesù Cristo rinnovano la folle aggressione di Erode contro tutto ciò che nel mondo è innocente e simile a Cristo, scagliandosi persino contro il Natale, il Santo Bambino di Betlemme rinasce, come ogni anno, vincitore sulla terra. Il racconto che segue è tratto dal Diario di guerra del giornalista Walter L. Matt, fondatore della rivista cattolica americana The Remnant, che nel 1943, aveva 28 anni e serviva nell’esercito americano in Europa e in Medio Oriente.

Il figlio Michael, che ora dirige la rivista, l’ha ripubblicato per ricordarci che per quanto gravi e numerose siano le guerre che lacerano il mondo, gli adoratori del Bambino di Betlemme vinceranno, purché non perdano la speranza. Proponiamo questo racconto di Natale ai nostri lettori, augurando loro un Santo Natale ed un felice Anno Nuovo.

Mi ricordo il sentimento di estasi che provai una volta, nel coro del mio college, ascoltando il prorompere di un centinaio di voci nelle note trionfali del Messia di Haendel. Un simile sentimento di settimo cielo mi ha preso di nuovo l’altro giorno quando sono arrivato con i miei compagni a Betlemme!

È una cittadina da fiaba, un piccolo posto tranquillo annidato sul fianco d’una collina coperta di fiori. Tutte le campane di Natale che avete mai sentito sembrano concentrate all’ombra di queste colline verdeggianti e il cuore vi batte in petto mentre vi avvicinate al luogo dove «i pastori hanno vegliato» e la buona novella ha risuonato dal cielo sulla terra: «Oggi è nato a voi un Salvatore che è il Cristo Signore!»

Vorreste allora far tornare indietro l’orologio dei secoli ed entrare qui di notte, pieni di stupore, in compagnia di semplici pastori. Invece, si sale la collina in compagnia del rauco coro di ragazzi arabi che vi tallonano per condurvi contro la vostra volontà in minuscole botteghe dalle quali uscite con rosari di madreperla, pietre del Mar Morto, vassoi di legno d’olivo, conchiglie del Mar di Galilea o qualunque altra cosa attragga la fantasia.

Un pezzo di Cristianità intatto è evidente a Betlemme. È caratterizzato dall’assenza di muezzin e, d’altro canto, dalla prevalenza di chiese e di campane che suonano. Ma quanto è diversa la piccola grotta buia sotto la Chiesa della Natività dalla mangiatoia e dalla stalla dei nostri sogni d’infanzia!

Mentre ci avvicinavamo pensavo a quando sbirciavo con occhi incantati, sotto un grande albero di Natale scintillante, il piccolo presepe pittoresco allestito da mio fratello. Pensavo al piccolo tetto di paglia, alle pareti come nelle stalle, con i recipienti del fieno, ed il gran monticciolo di paglia sui cui s’inginocchiavano i Re Magi per adorare «il Bambino appena nato». Osservavo affrettarsi intorno a me la folla di coloro che, come me, avevano fatto il pellegrinaggio a questo magnifico santuario edificato da Costantino, e mi sembrava di sentire delle voci di bambini che cantavano in una notte silenziosa d’inverno: «Venite o Fedeli, lieti e trionfanti, venite, venite a Betlemme!»

In questa grande chiesa si svolgeva una celebrazione e la gente s’inginocchiava da vicino e da lontano, e alcuni di noi entrarono. Credetti che il coro fosse pieno di Suore, ma si rivelarono essere donne di Betlemme, con l’alto copricapo velato che è usuale da queste parti. Sotto l’altare maggiore c’è la grotta dove è nato Cristo. Vi accedemmo attraverso una corta rampa di scale e fu difficile oltrepassarla quando arrivarono diversi preti greco-melchiti in una vorticosa nube d’incenso. Cinquantatré lampade d’argento dissipano a malapena la penombra di questa grotta dalla volta bassa e annerita dal fumo. Ho visto la stella di bronzo incastonata in una nicchia nel pavimento, con intorno la scritta in latino: «Qui è nato Gesù Cristo dalla Vergine Maria».

Quel messaggio quasi non mi sembrava antico. Avevo l’irresistibile sensazione che Egli fosse nato solo pochi momenti prima e che noi Lo vedessimo allora, e che di nuovo il mondo avrebbe avuto la pace! Si è poco inclini a parlare di queste cose, che sono in fondo così sacre. Ma mi ricordo della preghiera che mi venne quasi inconsciamente mentre ero lì in piedi in quel luogo santo: «Signore non son degno», e quanto fortemente lo sentii! Era la felicità più assoluta che ho mai provato. Sarà per me uno dei ricordi più sacri negli anni a venire.

Dalla “stalla di Betlemme” risalimmo nella chiesa della Natività soprastante. Vi si celebrava una Messa e la gente entrava nella navata della chiesa, a uno o a due, in silenzio, con venerazione, come fa tutta questa gente che viene ad adorare nel luogo dove è nato Cristo.

Le donne di Betlemme sono alte, erette, e piene di graziosa dignità. Indossano delle gonne blu ed un copricapo tipico che ne accresce la grazia. Anche gli uomini sono alti, di costituzione vigorosa, e nella luce delle candele della chiesa si muovono quasi maestosamente nei loro abiti orientali, come antichi cavalieri barbuti. Ora tutti procedono verso l’altare, togliendosi le scarpe prima di inginocchiarsi.

I pensieri dovrebbero concentrarsi sulla Messa, ma le impressioni sono state così copiose e hanno fatto irruzione con tanta soverchiante forza che la mente continua a riandare alla povera culla della grotta di sotto. Come deve essere stata poco adatta e povera! Di sicuro noi, in un modo o nell’altro, avremmo trovato “posto all’albergo”! Avremmo di sicuro allestito un alloggio più appropriato di questo per il Re appena nato! o no?

Il celebrante legge ora la storia del Vangelo, come la racconta San Giovanni: «Egli era nel mondo, ed il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non lo ha conosciuto». Allora vi dite che in realtà le cose non sono tanto diverse oggi e che anche adesso “non c’è posto” per Lui negli alberghi e nei khans (in Medio Oriente: gli alberghi, gli ostelli, ndt) dei nostri cuori, e che nonostante che il mondo sia stato messo a fuoco già due volte ancora non vi è la pace.

Ma il prete all’altare prosegue, e c’è speranza e consolazione in quello che legge: «…ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio: a quelli, cioè, che credono nel suo nome; che non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio».

Allora cerchi di non pensare al brutto aspetto del mondo, qui in questo luogo sacro. I pensieri sono invece pieni di beatitudine, di pace e di consolazione. Ed al Gloria in excelsis Deo, che il prete canta solennemente, rispondi con intimo fervore: «e sulla terra pace», o Dio, «pace agli uomini di buona volontà»! Quello è in effetti il messaggio più chiaro che vi giunge dalla culla di Betlemme. Alla fine lasci la chiesa della Natività di Cristo con la certezza che il messaggio di Natale è la chiave di volta della tua stessa pace e felicità e di quella del mondo in generale, e che, qualunque cosa avvenga, tu sarai d’ora in poi «di buona volontà» e che non dubiterai, più di quanto hanno fatto i pastori, e che come questi uomini semplici “comprenderai” la verità delle cose, ovvero che il Verbo si è fatto carne ed abita fra noi e che è nostro compito diffondere la buona novella del primo Natale di Betlemme affinché essa arrivi ai cuori delle più remote sponde!

Ora scendi la collina lungo un sentiero coperto di pietre e attraversi i campi d’erba dove ha camminato Ruth e sui quali il fanciullo Davide ha pascolato le sue pecore. Più in basso, i frutteti rigogliosi e i vigneti e, più oltre, le montagne desolate di Moab, ad est.

Ovunque nella valle le campane dei conventi risuonano di nuovo piene di gioia e mentre guardi, oltre i frutteti, verso le cime delle colline lontane, ti domandi se non t’inganna l’udito e se un coro di voci che risuona piano non ti mormora dall’infanzia e ti fa ritornare giovane. «Oggi vi è nato un Salvatore, che è il Cristo Signore». Venite ad adorarlo. (Pagina di Diario. Natale 1943, di Walter L. Matt, pubblicato per la prima volta su The Remnant, il 15 dicembre 1968).

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