Meditazione sulla solitudine di Cristo sulla Croce

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA(di Maike Hickson) Riportiamo, in occasione della Settimana Santa, le considerazioni della dott.ssa Maike Hickson, una cattolica americana già nota, anche in Italia, per una bella e accorata lettera a Papa Francesco sulla drammatica situazione della Chiesa (riscossacristiana.it)

Nell’attuale stato di ambigua e mutevole confusione della Chiesa cattolica, alcune famiglie cattoliche, e anche singoli cattolici, avvertono un dolore indefinibile per il triste fatto (in realtà un dato psicologico), di avere poche persone con cui poter anche solo parlare di questi argomenti in maniera sincera e profonda. E questo situazione si risente soprattutto nel caso in cui si voglia anche agire: cioè prendere in considerazione una resistenza comune, impegnata e attiva contro alcune delle novità contrarie alla Fede che ora giungono da Roma.

In questa difficile situazione e in questa prova personale sembra spesso verificarsi un crescente “isolamento dell’anima umana” e quindi, una solitudine snervante e deprimente. E questa prova ci spinge a considerare la solitudine di Cristo stesso, non solo durante l’ultima fase della sua Passione, ma anche in quegli altri momenti della Sua vita tra noi nella Sua sacra umanità sensibilmente passibile. Chi crede realmente che “l’Incarnazione è avvenuta” può anche opportunamente affermare che “Dio ha un cuore umano”.

Egli conosce intimamente l’agonia che possiamo avere nel nostro cuore, e sa anche se l’abbiamo per un giusto motivo. Dopo aver pubblicato la mia Lettera aperta a Papa Francesco, dove ho espresso la mia resistenza alle nuove idee provenienti da Roma circa il matrimonio e la famiglia, molti amici della mia famiglia mi hanno chiamata o sono venuti a parlare con me di persona, per raccontarmi il loro sentirsi smarriti di fronte a un Papa (con piccolo gruppo di Cardinali al suo seguito) che sembra voler cambiare l’immutabile: alterare l’irriformabile dottrina morale, e forse anche sovvertire alcuni dogmi definiti della Fede.

Sono giunti a questa conclusione dopo aver appreso del sostegno esplicito di Papa Francesco alla proposta del Cardinale Kasper di ammettere le coppie “risposate” alla Santa Comunione e, dopo la scioccante Relatio post disceptationem del Sinodo dei Vescovi dello scorso ottobre, che era stata approvata precedentemente dal Papa, e successivamente ribadita dalle parole dello stesso Francesco nella sua intervista argentina a La Nacion (dicembre 2014), in cui egli sostiene che l’ammissione di questi divorziati “risposati” alla Santa Comunione, non è la sola soluzione. Perché, ha aggiunto, essi dovrebbero essere pienamente “integrati” nella vita della Chiesa, e quindi essere in grado di diventare padrini e lettori alla S. Messa.

Tuttavia, alcuni dei nostri altri amici cattolici hanno osservato: «Ma un Papa non può farlo». Oppure: «Dio certo non lo permetterà». Dopo tali rifiuti o scappatoie, un’altra amica ci ha raccontato del suo conseguente senso di solitudine, dal momento che quasi nessuno dei suoi amici cattolici vuole affrontare questa situazione inquietante, e la maggior parte di loro vorrebbe piuttosto evitare del tutto questo argomento. (Eppure, non dovremmo tutti noi agire, per ispirazione della Grazia, come se lo Spirito Santo potesse anche voler utilizzarci come Suoi strumenti secondari di cooperazione per prevenire un tale sovvertimento o, se possibile, la distruzione disastrosa della Fede?).

Dopo aver inviato ad alcuni amici il mio atto pubblico di resistenza e cri de cœur al Papa, mi sentivo quasi la stessa. Infatti, solo pochi amici e anche conoscenti hanno risposto alla mia lettera. E la maggior parte delle risposte si è focalizzata sulla mia sincerità, senza entrare nel merito specifico della Lettera. Ciò che è preoccupante in questo fatto è che sembra esserci una certa mancanza di ferma volontà di lottare per Cristo, e un’inclinazione a non voler resistere a qualsiasi sviluppo equivoco che arriva da Roma. Sembra che compiere un ulteriore passo di resistenza diretta e senza mezzi termini a un Papa, provochi maggiore disagio.

Sì, questo è quello che ancora mi turba. Dov’è la vibrante protesta del mondo fedele cattolico all’assalto lanciato contro Cristo e il Suo insegnamento irriformabile? Non siamo in debito con Lui così tanto da doverci sentire in dovere di agire insieme e in modo intelligente? E non ci sentiamo nemmeno onorati di essere in grado di difenderLo? Come molti di noi sanno, l’attacco al matrimonio, alla famiglia e ai figli è in fondo un attacco alla divinità di Cristo stesso.

Si tratta, dopo tutto, del fatto che il suo insegnamento è oggi considerato antiquato, troppo rigido, troppo irrealistico, troppo inflessibile, troppo poco caritatevole, anche se i sostenitori di queste riforme proposte non si esprimerebbero così. Ma un’“evoluzione della dottrina” così discontinua è implicita. In fondo, infatti, l’attacco alla dottrina di sempre della Chiesa sul matrimonio e la famiglia e quindi alla protezione e all’educazione dei bambini indifesi fino alla vita eterna, è un attacco a Cristo stesso e alla Sua missione redentrice per la nostra salvezza.

In che misura, e quando, abbiamo intenzione di levarci in difesa Sua, del Suo insegnamento e del Suo esempio istruttivo? Durante le mie passeggiate fatte qualche decina di anni tra le colline e sui sentieri del pellegrinaggio svizzero al Santuario della Natività di S. Maria a S. Pelagiberg (vicino a S. Gallo), mentre mi convertivo gradualmente alla Fede cattolica, ho improvvisamente scoperto la seguente iscrizione scritta in caratteri gotici su di un crocifisso lungo il percorso, e posta sotto la rappresentazione di Nostro Signore sulla Sua Croce: «Questo l’ho fatto per te. E tu che cosa fai per me?» (“Das tat ich für dich. Und was tust du für mich?”)

Queste parole incisive e molto penetranti all’epoca mi hanno confusa e turbata perché non avevo ancora la nostra fede soprannaturale, ma nel corso degli anni queste parole hanno sempre di più toccato il mio cuore; e questa iscrizione, oserei dire, mi ispira ora. Infatti, ritengo che sia un momento speciale nella storia della Chiesa che richiede di prendere parte a una lotta dottrinale e morale, che non è solo una questione di integrità, ma è anche così radicalmente seria da andare alle radici profonde della nostra Fede.

Molti ci hanno preceduto e hanno combattuto questa battaglia, persone mosse da un amore così fervente per Cristo, che hanno sussultato quando hanno visto le Sue parole calpestate, imbrattate e derise: in particolare le Sue parole sulla nostra vita, la nostra possibile salvezza eterna, e il Regno glorioso di Suo Padre. Questi discepoli ferventi e fedeli sono chiamati con forza in molteplici modi quando Roma sembra confondersi promiscuamente con le altre religioni, sia nella preghiera che nel canto di festa, come se le parole di Nostro Signore non importino più e non siano più il nostro modello: «Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14, 6).

Nella loro diligenza, questi discepoli fedeli al Signore si sono seduti e hanno redatto studi, come alcuni coraggiosi e bravi Cardinali hanno fatto di recente sulla questione della famiglia e del matrimonio sacramentale, in difesa della Verità di Cristo e con l’intenzione di aiutarci a rimanere in quella Verità con fedele amore. Questi cattolici che ci hanno preceduto dovrebbero ancora essere onorati da noi. Essi un giorno saranno forse annoverati tra i Santi.

Infatti, essi sono stati profondamente sensibili e si sono subito impegnati contro i disordini sovversivi nella dottrina e nell’ordine morale e hanno dovuto affrontare proprio la stessa derisione e lo stesso tipo di solitudine che oggi alcuni di noi sono riluttanti ad affrontare: la solitudine isolante. Solitudine nella battaglia. Solitudine nel cuore.

Sorgono alcune domande: dove sono i nostri confratelli, tanto attesi e ricchi di spirito di cooperazione, che ricevono ogni giorno Nostra Signore nella Santa Comunione, che hanno ricevuto gli altri Sacramenti fortificanti e hanno regolarmente ricevuto il sacramento della Penitenza e addirittura recitano il Rosario tutti i giorni? Quando Gli restituiranno ciò che Gli è dovuto in opere e in quello che Jean Ousset ha definito l’«azione dottrinale»? Ho il timore che la nostra inazione diventi una colpevole omissione, a causa dell’indolenza e dell’inquietudine interiore causata o da accidia spirituale o da passivo quietismo.

Ora è il momento di agire in modo concreto e prudente, come la prima virtù cardinale ci insegna, ma anche in modo tempestivo e intelligente, prima che sia troppo tardi. Le autorità cattoliche di Roma devono vedere e sentire l’ardente serietà della resistenza cattolica e la concreta indignazione di chi è fedele a Cristo. “Come osate voler cambiare le leggi di Dio!?” alcuni di noi vorrebbero esclamare! “Pensate che la natura umana sia cambiata da quando Dio ha dato le Sue leggi, le Sue “istruzioni per l’uso” per far funzionare le cose bene e meglio?”

Come deve essersi sentito Cristo stesso quando ha camminato su questa terra, in confronto a quello che noi poveri peccatori sentiamo nella nostra debolezza. Ha dato tanto, tutto Se stesso, e fino alla fine. Ma anche prima della sua Passione finale e mortale, ha guarito corpi e anime, ha amato i bambini, ha pianto per la morte di un suo amico, si è meravigliato per la fede e la fiducia del centurione pagano, ha più volte avuto pietà per gli storpi e per le debolezze contro la purezza, ha istruito e rimproverato, e non solo gli ipocriti e i cambiavalute profanatori ma anche chi scandalizzava i bambini. E alla fine, durante la prova finale, molti ancora non Lo avevano capito e molti addirittura si sono allontanati e Lo hanno abbandonato (ad eccezione, ovviamente, della Madonna, di san Giovanni, di santa Maria Maddalena e di poche altre donne fedeli).

Egli era quasi completamente solo. Come deve essersi sentito solo nella sua sacra umanità, appeso sulla croce. Così deriso e così ignorato. La tentazione nel Getsemani Lo aveva messo alla prova, non solo suggerendo l’inutilità del Suo sacrificio imminente, ma tentandoLo ad abbandonare la Sua missione redentrice che avrebbe meritato la salvezza dell’uomo. Questi sono misteri profondi e insondabili.

Come ha scritto G.K. Chesterton: «L’uomo non deve tentare Dio; ma è possibile (e può succedere) che Dio tenti Dio». Sembra quasi che lo stesso possa presto accadere con la passione e la solitudine della Sua Chiesa, o forse ciò sta già sensibilmente accadendo al Suo corpo mistico sulla terra, la Sua Chiesa militante. «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti (perseguiti la Mia Chiesa)»? (Atti 22, 7) È già stato spogliato delle Sue vesti? È già caduto per la terza volta? Negli ampi limiti della mia conoscenza e comprensione, non credo che Egli sia già appeso alla Croce. Ma forse ciò avverrà, ed anche presto. Di sicuro, Cristo è perseguitato di nuovo, proprio come avvenne alla Sua nascita.

Così, dunque, tutti noi che a volte patiamo questa agonia della solitudine nelle nostre lotte per raggiungere e mantenere una maggiore fedeltà a Cristo, includendo in essa anche la battaglia per la conversione e la grazia della salvezza delle anime, proviamo ad unirci più profondamente a Lui e alla Sua amata Madre. Uniamoci alla solitudine di Cristo sulla croce e alla compassione della Nostra Santissima Madre. E, come è avvenuto il Venerdì Santo e il Sabato Santo, quando le luci sembravano quasi svanire, possiamo attendere con attenzione, profonda fiducia e speranza la Sua Resurrezione nella sovrabbondante vita di grazia del suo corpo mistico militante ancora supra terram. «Quello che abbiamo è la Natura; quello di cui abbiamo bisogno è la Grazia» (P. John A. Hardon, SJ). (Maike Hickson)

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