L’Università d’Estate della Fondazione Lepanto Prassi, tecnocrazia, bene comune – Intervista a Giovanni Turco

norcia(di Chiara Gnocchi) Prassi, tecnocrazia e bene comune. Tre concetti di cui si è perso il vero significato nel mondo moderno, dominato dal caos e dall’incertezza non solo politico-istituzionale, ma anche e soprattutto morale e spirituale. Prassi, tecnocrazia e bene comune sono stati gli argomenti alla base dei quattro giorni dell’Università d’Estate, tenutasi dal 24 al 27 luglio, a Norcia, organizzata dalla Fondazione Lepanto e diretta dal professor Giovanni Turco. Un vero e proprio “college” per dirlo alla maniera moderna, in cui relatori di spicco dell’ambiente cattolico tradizionale hanno cercato di aiutare un nutrito gruppo di partecipanti a capire le cause della crisi moderna, convinti che solo ricercando la verità intima degli accadimenti contemporanei si possa vivere con più consapevolezza e fermezza in una società malata.

giovanni-turcoCon l’intervista al professor Turco, docente di filosofia del Diritto, iniziamo una serie di incontri con i relatori di Norcia, in modo da approfondire i temi affrontati durante l’Università d’Estate. Il professore ha incentrato le proprie lezioni sul concetto di tecnocrazia, definendola, delineandola nelle sue principali manifestazioni e spiegandone la reale natura. Ma a lui bisogna prima chiedere come è nata l’idea di questa iniziativa e quali scopi si sono dati gli organizzatori.

R. Il progetto dell’Università d’Estate nasce da una constatazione e da una esigenza. La constatazione è quella del caos contemporaneo, di fronte al quale, sempre più frequentemente, i giudizi appaiono, essi stessi, caotici. Si assiste ad una incapacità di intendere quello che accade, tutte le volte che gli accadimenti particolari vengono considerati in maniera riduzionistica. Soprattutto vengono equivocati allorché essi vengono corrivamente identificati con una rappresentazione artificiosa o assimilati ad una necessità incoercibile. Magari presentata come conclusione sociologica. Insomma, al caos temporaneo pare corrispondere una sorta di “diaspora intellettuale” generalizzata. D’altra parte, l’esigenza – come dicevo – è quella di capire e di aiutare a capire. Di capire, nell’unico modo in cui è possibile: cercando la verità, ovvero l’intelligenza della natura delle cose. Lasciandosi giudicare dalla verità, cioè dalla realtà. Non cercando interpretazioni tranquillizzanti. Non attuando strategie prassistiche, per ottenere un risultato, quale che sia. Solo, infatti, chi ha capito, in profondità, può agire rettamente (dal punto di vista non semplicemente soggettivo, ma propriamente oggettivo). Tale esigenza corrisponde ad un dovere morale. È con questo spirito che è stata pensata l’Università d’Estate.

  1. Il tema centrale delle lezioni è stata la “tecnocrazia”, cosa si intende con questo termine?

R. Non si può intendere quello che sta accadendo, sotto un profilo epocale, se non si avverte che è in atto il passaggio dalla modernità alla postmodernità, o, in altri termini, dalla “modernità forte” alla “modernità debole”. La prima cede il passo alla seconda. Questa surroga quella. La modernità forte è caratterizzata dalle ideologie che si presentano come la salvezza dell’umanità. Come il rimedio per ogni male. La modernità debole si connota per l’ideologia della fine delle ideologie. La tecnocrazia trova la sua attuazione radicale proprio nel passaggio dove la modernità si compie e si consuma nella postmodernità. La tecnocrazia, teorizzata come la soluzione di ogni problema fin dalle origini della modernità (con la laicizzazione del potere), costituisce l’approdo (coerente) della secolarizzazione, che connota essenzialmente la modernità. In questa prospettiva il potere si fa – o meglio, pretende di essere – pura tecnica. L’avalutatività (assiologica) è il suo presupposto: ogni questione di principio sarebbe pregiudizialmente da escludere. Saint Simon è stato il suo più noto teorico.

  1. Perché essa viene considerata l’invitabile sbocco dello Stato moderno?

R. Va precisato che qui (come nelle considerazioni proposte sopra) il termine moderno è inteso in senso concettuale non temporale, come determinazione assiologica non come indicazione cronologica. Nello Stato moderno – come in ogni concezione naturalistica della politica – vi è la pretesa di pensare il potere come “puro potere”. Talché il potere è radicalmente immanentizzato nella sua effettività. Prescinde da ogni istanza superiore (secondo la nota definizione della sovranità, data da Bodin). In tal modo il potere smette di essere autorità, per farsi tecnica (della sua operatività). Si pone come dominio (secondo l’indicazione di Machiavelli) che, per essere tale, mira ad essere efficace. Si tratta della tecnica di controllo sociale. Tecnica sottratta alla valutazione morale. Tecnica che pretende di essere, essa stessa, l’unica risposta a qualsivoglia problema. Tecnica che presume di prescindere programmaticamente – ma impossibilmente – da ogni verità. Insomma la tecnocrazia – che attualmente è passata dalla teoria alla prassi – è il punto di approdo (coerente) del razionalismo (politico) moderno.

D. In quale modo la tecnocrazia ha trasformato la società da un “essere sociale” in una “macchina”?

R. La prospettiva tecnocratica costituisce una vera e propria ideologia. Come tale essa è teoria e prassi insieme. Teoria che si fa prassi. Prassi che è teoria in atto. Ben si intende, quindi, che il progetto tecnocratico pretenda di farsi realtà (o meglio, di prendere il posto della realtà). La realtà, sotto il profilo giuridico-politico, è quella della naturale giuridicità e della naturale politicità del soggetto umano. È quella della comunità politica, che a partire dalla famiglia, attua la socialità umana. Ove al riconoscimento obiettivo dell’essenziale si intende sostituire l’attuazione razionalistica del programma ideologico, l’artificiale pretende di subentrare al naturale (supposto inesistente). Anche nella politica, ciò che è naturale (cioè essenziale in quanto principio di attività) si sviluppa al modo della vitalità dell’organismo. In alternativa ad esso, ciò che è artificiale si impone al modo della concatenazione delle procedure della macchina. Il progetto tecnocratico sostituisce all’organismo sociale il meccanicismo dell’organizzazione. All’ordine naturale l’ordinamento pianificato.

D. Quale è la differenza tra Bene Comune e Bene Pubblico? Quale tra essi prevale nel mondo moderno?

R. Il bene comune è un concetto giuridico e politico. Si tratta di una nozione sostanziale. In quanto tale si intende, per se stessa, sotto il profilo metafisico. È il bene in quanto è comune. Perché bene è fine. Analogamente, è il fine dell’universo, della comunità politica, dell’uomo in quanto tale. Come tale è il criterio della politica autentica. Classicamente, ciò che è comune è ciò che è essenziale, non un qualsivoglia obiettivo posto in comune. L’ordine del bene comune è l’ordine al fine ultimo del soggetto umano, il quale deriva dall’ordine perfettivo iscritto nella natura umana. L’ordine del bene comune è l’ordine del bene (morale) conforme alla natura umana. Il bene comune non è il bene pubblico, né l’interesse generale. Entrambi consistono in obiettivi convenzionali, poste del potere. Il bene pubblico è il bene della persona civitatis dello Stato, è quello che lo Stato indica (in un certo momento) come tale. L’interesse generale è quello stabilito dalla “volontà generale” (intesa alla maniera di Rousseau) o, concepito politologicamente, è l’interesse dei gruppi che riescono a prevalere nella competizione per il potere. In entrambi i casi si tratta di nozioni che possono assumere qualsiasi contenuto – anche iniquo e disumano – e che si risolvono in un fine privato, posto effettivamente dal potere.

D. Dal suo punto di vista quali sono i sintomi più evidenti della tecnocrazia?

R. La tecnocrazia – come prospettiva e come sistema – è già in atto, sul piano mondiale. Anzi, si presenta come la linea caratterizzante la politica globalizzata. L’impostazione dell’Unione Europea e gli orientamenti prevalenti in Italia ne costituiscono indizi evidenti. Tutte le volte che si riducono i problemi politici a quelli economici (o meglio, alla loro rappresentazione standardizzata), e si pretende di risolvere questi in chiave “tecnica”, si è già fatta propria (implicitamente o esplicitamente) una opzione tecnocratica. Allorché si propongono i “tecnici” in alternativa ai “politici”, additando i primi come gli unici in grado di trovare soluzioni efficaci, si è già fatta propria (di principio o di fatto) la concezione tecnocratica.

D. Da tecnocrazia viene definita “anarchia costituzionalizzata”, cosa si intende con questo termine?

R. L’espressione da Lei riferita sembra paradossale, mentre è semplicemente diagnostica. La visuale tecnocratica pretende di coniugare (impossibilmente) il massimo di individualismo con il massimo di socializzazione. La più radicale possibilità di libertà (da qualsiasi vincolo, anzitutto morale) con la più ampia dilatazione dell’organizzazione (perciò necessariamente pervasiva e globale). In questa prospettiva, l’ipertrofia della organizzazione è consentanea all’ipertrofia del volere autoreferenziale. L’umano si svuota nella rappresentazione (socialmente ammessa) di ciò che ciascuno intende fare di se stesso. A sua volta, questa si rende attuale attraverso la macchina della autorappresentazione del potere (che, come è evidente, non coincide più con quello degli Stati nazionali, secondo il modello della Rivoluzione francese, ma ha caratteri innegabilmente globali e mondiali). Ecco perché la formula – per sé paradossale – di “caos istituzionalizzato” (adoperata da studiosi e teorici della tecnocrazia) non è affatto una bizzarria, ma solo una categoria realistica.

D. Quali studi e quali letture consiglierebbe ad un giovane che voglia formarsi criticamente e approfonditamente su tale argomento?

R.. Consiglierei, anzitutto, di osservare attentamente quello che sta accadendo sotto il profilo politico-istituzionale (interno ed internazionale). Suggerirei di leggere i testi dei teorici della tecnocrazia (remoti e recenti), da Saint Simon in poi. Per un primo incontro (necessariamente sintetico e sommario) segnalerei un testo di Louis Daménie tradotto qualche decennio fa in italiano dall’editrice Il Falco con il titolo La tecnocrazia.

(di Chiara Gnocchi)

 

 

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