L’umiltà e il coraggio di Giovanni Battista

(di Danilo Quinto) «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali» (Lc. 3,16). Sta in queste parole la grandezza della figura di Giovanni Battista, colui che dice: «Egli deve crescere e io invece diminuire» (Gv. 3,30). Come ha ricordato Benedetto XVI, parlando ai fedeli della parrocchia romana di San Patrizio a Colle Prenestino e poi all’Angelus di domenica 16 dicembre, Giovanni si fa umile nella consapevolezza di avere solo il compito preparare la strada per Gesù Cristo. Dall’umiltà, Giovanni Battista – che è l’unico Santo, oltre la Santa Vergine, del quale si celebra sia la nascita sia la morte  ̶  trae la forza, il coraggio per rivolgersi ai giudei, che si vantano delle loro origini e li ammonisce, dicendo «Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sfuggire all’ira immanente?» (Lc. 3,7), invitandoli a fare «opere degne della conversione» (Lc. 3,8), abbandonando le loro pratiche esteriori, prive di adeguata penitenza per ricevere la salvezza, perché «ogni albero che non porta buon frutto, sarà tagliato e buttato nel fuoco» (Lc. 3,9).

Alle folle che chiedono «Che cosa dobbiamo fare?», risponde: «Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto» (Lc. 3,11). Un criterio di giustizia, animato dalla carità, afferma il Papa, per il quale «la giustizia chiede di superare lo squilibrio tra chi ha il superfluo e chi manca del necessario; la carità spinge ad essere attento all’altro e ad andare incontro al suo bisogno, invece di trovare giustificazioni per difendere i propri interessi. Giustizia e carità non si oppongono, ma sono entrambe necessarie e si completano a vicenda. “L’amore sarà sempre necessario, anche nella società più giusta”, perché “sempre ci saranno situazioni di necessità materiale nelle quali è indispensabile un aiuto nella linea di un concreto amore per il prossimo” » (Enc. Deus caritas est, 28). Ai pubblicani, esattori delle tasse per conto dei romani, che in forza della loro posizione di potere, si arricchivano, Giovanni Battista chiede «di non esigere nulla di più di quanto è stato fissato».

È un richiamo all’onestà, «al compimento onesto del proprio dovere», sostiene Benedetto XVI. Lo stesso che il profeta rivolge ai soldati, che chiedono anche loro «che dobbiamo fare?». La risposta è «non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe» (Lc. 3,14). Anche qui, la conversione comincia dall’onestà e dal rispetto degli altri: un’indicazione che vale per tutti, specialmente per chi ha maggiori responsabilità, afferma il Papa. Che cosa se ne trae da queste indicazioni, peraltro semplici e nello stesso tempo profonde? Innanzitutto che non esiste lavoro che non possa essere oggetto di santificazione. Anche il lavoro più umile, che preserva la dignità della persona umana, intesa nella sua integrità, può essere realizzato per servire Dio. Questo vale ancora di più, quando si tratti di lavoro che viene svolto, come negli esempi che porta Giovanni Battista, per conto dello Stato, del potere, che esige per la sua stessa essenza i connotati della giustizia e dell’onestà.

L’altra indicazione è parimenti importante, per prepararci alla rinnovata nascita di Nostro Signore nei nostri cuori: «Questo grande profeta – sostiene Benedetto XVI ‒ usa immagini forti per invitare alla conversione, ma non lo fa con lo scopo di incutere timore, piuttosto lo fa per spronare ad accogliere bene l’Amore di Dio, che solo può purificare veramente la vita. Dio si fa uomo come noi per donarci una speranza che è certezza: se lo seguiamo, se viviamo con coerenza la nostra vita cristiana, Egli ci attirerà a Sé, ci condurrà alla comunione con Lui; e nel nostro cuore ci sarà la vera gioia e la vera pace, anche nelle difficoltà, anche nei momenti di debolezza». (Danilo Quinto)

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