L’ultima follia: la “trans-abilità”

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(Lupo Glori) L’ultima confine dell’incessante moto rivoluzionario si chiama “trans-abilità“. La nostra è infatti una società in perenne transizione e divenire, il cui tratto principale sembra essere quello di voler abbattere ogni sorta di barriera etico-culturale, additata come un castrante limite di cui è necessario sbarazzarsi. L’uomo contemporaneo in preda ad un delirio di onnipotenza pretende dunque di rimuovere ogni tipo di veto o remora che in qualche modo possa porre un freno ai propri insaziabili e sempre nuovi appetiti.

Specchio emblematico di tale folle scenario è il sempre più frequente utilizzo nel nostro linguaggio del prefisso “trans”, oggigiorno anteposto ai più svariati termini per sottolineare la necessità di “evolversi”, andando al di là della opprimente “norma sociale” stabilita. In questa prospettiva, oltre ai trans-sessuali e ai transgender, fenomeni che oramai non fanno più notizia, la stampa italiana e internazionale ha recentemente riportato il delirante caso dei trans-specie, neologismo con il quale s’indicano i cosiddetti uomini-cane di cui l’Osservatorio Gender ha scritto in un articolo intitolato Dai “transgender” ai “transspecies”: la comunità degli uomini-cane.

Ma al peggio e alla follia, come si sa, non c’è limite. L’ultimo caso di transizione, in questi giorni sulle prime pagine di alcuni quotidiani online, è infatti il fenomeno dei cosiddetti “trans-abili“, vocabolo con cui si identificano un numero sempre crescente di persone che decidono di infliggersi atti di autolesionismo per procurarsi volontariamente una disabilità. A muoverli, verso lo scriteriato gesto di amputarsi un braccio, una gamba o perdere la vista o l’udito, è la fantasiosa e delirante convinzione di non sentirsi a proprio agio nei loro corpi “integri” e sani.

Tra questi uomini trans-abili, il sito www.unilad.co.uk racconta la storia di ‘Jason’, il nome è di fantasia, che ha trascorso alcuni mesi studiando le “migliori” modalità per amputarsi un braccio e ha dedicato ore alle formazione in pronto soccorso per evitare di morire dissanguato, facendo pratica su pezzi di carne comprati in macelleria.

Un accademico del Quebec Alexandre Baril, che tiene lezioni sulla “trans-ability” ha dichiarato che Jason non è il solo ad essere affetto da tale disturbo: «Definiamo transabilità il desiderio o la necessità di una persona identificata come abile da altre persone a trasformare il proprio corpo per ottenere una menomazione fisica. La persona potrebbe desiderare di diventare sorda, cieca, amputata, paraplegica. È un desiderio davvero forte».

Alcuni ricercatori canadesi, che stanno portando avanti degli studi per cercare di capire la psicologia che si cela dietro a tali persone hanno intervistato 37 individui “tran-sabili”, provenienti da differenti paesi del mondo, di cui circa la metà dalla Germania e dalla Svizzera, riscontrando come l’amputazione degli arti non sia l’unico desiderio di tali persone: «la maggior parte di loro brama un’amputazione o una paralisi, ma c’è anche una persona che desidera l’amputazione del proprio organo genitale e una che vuole diventare cieca». Per raggiungere i loro sconsiderati scopi molti di essi arrivano ad organizzare degli “incidenti” finalizzati a menomare premeditatamente, in maniera irrimediabile, il proprio corpo. Il team di ricercatori ha sottolineato l’evidente parallelo esistente tra trans-gender e trans-ability, spiegando come i partecipanti allo studio siano, in tutto e per tutto, paragonabili alle persone transgender: se i primi sentono l’impellente bisogno di liberarsi di una parte del proprio corpo, i secondi, analogamente, si sentono “intrappolati” nel corpo sbagliato.

In questo senso, secondo Clive Baldwin, ricercatore canadese che insegna alla St. Thomas University di Fredericton, la mutilazione di un arto, “percepito” come non desiderato, equivale alla rimozione di un organo genitale ,”avvertito” come estraneo: «l’amputazione può aiutare tali soggetti nello stesso modo in cui la chirurgia estetica aiuta i transgender a ottenere i loro corpi ideali».

La crescita e la progressiva diffusione della comunità trans-abile ha, però, suscitato forti polemiche e malumori, soprattutto all’interno delle due specifiche categorie interessate: i disabili, quelli veri, e i trans-gender. Diversi sono i motivi alla base del dissenso ma identiche sono le veementi reazioni di protesta ed irritazione. Coloro che hanno drammaticamente subito la disabilità, da un lato, fanno fatica, ovviamente, a comprendere ed accettare la follia di persone che scelgono deliberatamente di auto-infliggersi la disabilità, dall’altro lato, queste stesse persone vedono di malocchio il fatto che tale assurda idealizzazione della menomazione fisica possa paradossalmente arrivare a sottrarre risorse preziose per la ricerca scientifica.

Dal canto suo, la comunità transgender ed LGBT ha cercato di prendere le distanze da tale fenomeno, per paura che i soggetti trans-abili possano in qualche modo finire col danneggiare e screditare la loro causa di depatologizzazione del disturbo dell’identità di genere, meglio conosciuto come “disforia di genere“, per il logico parallelismo tra individui trans-abili e trans-gender, gli uni e gli altri, accomunati da una folle e irreale percezione di sé.

L’analogia tra transgender e transabili è quanto mai azzeccata e calzante. La diffusione della comunità dei trans-abili non è infatti, in alcun modo, in contraddizione con il pensiero alla base dell’ideologia gender che teorizza la libera e illimitata affermazione della volontà dell’individuo al di là di ogni principio di realtà, fondato sul dato biologico e naturale. In questo senso, gli individui trans-abili non spuntano dal nulla ma rappresentano il logico e coerente compimento di un approccio ideologico soggettivista che, dopo aver divelto le porte del “buon senso” e dell’oggettività, ha preteso che fosse lo stesso soggetto a “crearsi”, a proprio piacimento, una realtà “su misura” dei suoi variabili gusti e delle sue, sempre mutevoli, percezioni. (Lupo Glori)

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