«l’UE è il modello di integrazione più oppressivo al mondo»

eu(di Mauro Faverzani) Nell’Unione Europa, oggi, prevale la legge del più forte ovvero della Germania. Non è solo questione di leadership. È molto di più. E di peggio. Lo afferma in un’intervista, di cui vi anticipiamo alcuni stralci, il prof. Alberto Bagnai, docente associato di Politica economica presso l’Università Gabriele d’Annunzio di Chieti, specializzato nelle crisi dei Paesi emergenti e dell’Eurozona.

L’intervista in forma integrale uscirà sul numero di ottobre del mensile Radici Cristiane, diretto dal prof. Roberto de Mattei. «Il problema è un modello di integrazione sbagliato – spiega Bagnai – Il motto dell’Ue è “uniti nella diversità”, ma non puoi accedere (o resistere) se non sei uguale alla Germania. Un modello di integrazione così oppressivo non esiste in alcun’altra zona al mondo».

Del resto, anche paragonare l’Ue agli Usa, come fanno alcuni, è assolutamente fuori luogo e fuorviante: «Gli Usa sono un gigantesco Stato nazionale, unito da lingua e istituzioni uniformi. L’Europa non lo sarà mai – afferma il docente nell’intervista concessa a Radici Cristiane –. Peraltro Martin Feldstein dell’Università di Harvard ci ricorda che agli Usa l’unione è costata 19 milioni di morti: 18 milioni di indiani e un milione di vittime della guerra di secessione. Non mi sembra un modello da seguire».

Eppure c’è chi considera la Germania una sorta di “locomotiva” per l’Europa: «In realtà io non vedo alcuna locomotiva – replica Bagnai, senza peli sulla lingua –. Fra il 1999 ed il 2007 l’unico Paese cresciuto meno della Germania (1.7% in media) è stata l’Italia (1.5%). La Germania ha poi prosperato sulla crisi altrui, grazie alla sua egemonia che le ha permesso di volgere le altrui disgrazie in propri vantaggi. Come? Seminando il panico in Europa con la sua intransigenza, si è proposta quale porto sicuro per gli investimenti, cosa che le ha consentito di finanziarsi a tassi irrisori con enorme risparmio. I ricercatori dell’IWH di Halle hanno dimostrato che, solo dalla crisi greca, la Germania ha guadagnato 100 miliardi di euro». Incredibile ad immaginarsi per i profani della finanza, eppure c’è chi, sulla crisi, ci guadagna. Eccome.

La vicenda della Grecia ha mostrato con chiarezza una cosa: che la moneta unica non serve proprio a nulla, se mancano una visione culturale ed un progetto politico condivisi. Allo stesso tempo, però, ha permesso anche di far tramontare il dogma dell’irreversibilità dell’euro: «E’ stato sconfessato da Schäuble, che ha anche smentito la panzana secondo cui un altro euro, più solidale, sarebbe possibile – ha spiegato nell’intervista il professore –. L’euro, ha detto Schäuble, non può esistere senza austerità, cioè senza infliggere tagli dei salari».

Il fatto che l’Europa sia priva di una chiara identità, dimentica delle proprie radici e priva di ideali comuni lo si paga caro e rende il progetto fallimentare. Molti lo dissero fin dal costituirsi della cosiddetta Unione, i fatti oggi lo confermano. Si è di fronte ad una specie di moderna Torre di Babele ed il conto è salatissimo: «Agli Usa fa più comodo un’Europa unita e indebolita dall’euro – spiega ancora Bagnai –. L’Ue è talmente priva di capacità decisionale che in condizioni di crisi è costretta ad affidarsi a un organo informale come l’Eurogruppo; organo che, non essendo previsto dai Trattati, non soggiace ad alcuna regola, né controllo: chiara indicazione della fallacia dei Trattati e fulgido esempio di deficit democratico».

Secondo lui, «la natura intrinsecamente pagana del progetto europeo è scolpita nella sua superba pretesa di aver creato una cosa “irreversibile”, cioè eterna: l’euro». Ma nulla, che sia creato dagli uomini, può dirsi ed essere eterno, tanto meno una moneta vacillante come questa. In genere, le pretese prometeiche sono quelle il cui prezzo, alla fine, è molto, troppo alto.

Sul numero di ottobre di Radici Cristiane, in distribuzione per abbonamento, nelle prossime settimane, sarà possibile leggere l’interessante intervista al prof. Bagnai in forma integrale. (Mauro Faverzani)

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