L’omicidio di Stato esteso all’eutanasia infantile

eutanasia-minori-510(di Tommaso Scandroglio) I Paesi Bassi sono stati la prima nazione a depenalizzare le pratiche eutanasiche. Era il 1993. Passano dieci anni e nel 2003 la rivista scientifica “Lancet” ci comunica che il 2,6% dei certificati di morte (3.647 persone decedute) redatti in Olanda nell’anno 2001 era da addebitarsi a pratiche eutanasiche. In un quarto dei casi poi l’omicidio era stato perpetrato senza consenso del paziente.

Da qui la proposta di legalizzare la “dolce morte”, cioè di renderla legittima a patto di osservare alcune condizioni: soggetto cosciente e maggiorenne, volontà reiterata, firma di due medici, solo per atroci sofferenze e senza prospettive di miglioramento. Da notare che il paziente può ricorrere all’eutanasia anche se non è in stadio terminale. In Olanda in sei anni i casi di eutanasia sono aumentati del 32%, sempre secondo la rivista “Lancet.” Ma c’è da sospettare, come riporta un articolo del “New England Journal of Medicine”, che le cifre siano ritoccate al ribasso dato che molti casi non sono stati denunciati.

Nel 2005 l’omicidio di Stato, grazie ad Eduard Verhagen, autore del protocollo Groningen sull’eutanasia infantile, viene esteso anche ai bambini, che però devono avere dai 12 anni in su. Le regole per uccidere i bambini sono quelle già viste per gli adulti, a parte il fatto che il minore dai 12 ai 16 anni deve richiedere l’assenso dei genitori per togliere il disturbo e dai 16 ai 18 ha l’obbligo almeno di consultarli. Facile intuire che un bambino o un ragazzino è facilmente suggestionabile e quindi il suo “libero consenso” vale come la confessione di un prigioniero sotto tortura.

Sempre Verhagen nel 2005 dalle colonne del “New England Journal of Medicine” dichiara che il 60% dei bambini che muoiono nel loro primo anno di vita smettono di vivere per una pratica eutanasica. Quindi il paletto dei 12 anni, come età al di sotto della quale è vietata l’eutanasia, è saltato bellamente. Quasi banale a dirsi poi che le atroci sofferenze – condizione necessaria per accedere all’eutanasia – spesso non esistono neppure, essendo sufficiente per l’esecuzione capitale che il piccolo abbia la spina bifida o sia idrocefalo. E questi sono la metà dei casi registrati. Una falsa pietà muove il dott. Verhagen quando scrive che «i dottori devono risparmiare ai parenti l’abominio di vedere morire nella sofferenza i propri figli».

Meno ipocritamente bisognerebbe invece appuntare che sono i parenti a chiedere di staccare la spina perché vogliono risparmiarsi l’iniziale sofferenza di accudire un figlio disabile. Infatti un report della Royal Dutch Medical Association rende noto che il 64% dei medici ritiene di subire pressioni da parte dei familiari – e non del paziente – per praticare l’eutanasia. Segno evidente che sono i sani e non i malati che chiedono di morire. Di recente la stessa Royal Dutch Medical Association ci ha informati che negli ultimi anni il numero di bambini uccisi nel loro primo anno di vita con l’eutanasia è passato da circa 600 nel 2005 agli attuali 650. «L’iniezione letale è autorizzata – si spiega nel rapporto ricordando la normativa vigente – se la morte è inevitabile e il periodo di sofferenza è prolungato, causando così gravi sofferenze per i genitori».

“Meglio” degli Olandesi hanno fatto i loro vicini Belgi prevedendo l’eutanasia legale dal momento del parto fino a 99 anni e più. Queste normative sull’eutanasia infantile poggiano né più né meno che sui principi che regolano l’aborto legale. Il principio di autodeterminazione dei genitori che hanno il diritto di vita e di morte sul figlio: perché limitarlo fino alla nascita? Il principio della qualità della vita: perché è legittimo sopprimere un feto malformato e non un neonato malformato? Il principio di utilità: se la donna considera un danno alla sua salute la cura di un figlio con disabilità oppure semplicemente non atteso perché permetterne la soppressione solo nella vita intrauterina? E allora l’eutanasia infantile secondo questa agghiacciante e folle logica potrebbe essere meramente considerata, così come scrivono i ricercatori Giubilini e Minerva sulla rivista “Journal of Medical Ethics”, come un aborto post-nascita. (Tommaso Scandroglio)

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