L’Islam cambia marcia e punta sull’Europa

(di Mauro Faverzani su Riscossa Cristiana del 20-08-2012) Per il “Corriere della Sera” l’avvocato Abdelfattah Mourou, uno dei fondatori del partito Ennahdha  al potere in Tunisia, rappresenta il volto dell’islam moderato, uno dei paladini della cosiddetta “primavera araba”, il fautore quindi di “una linea progressista e innovativa”. L’intervista che il quotidiano milanese gli ha dedicato è tutta tesa ad evidenziare presunte aperture verso l’Occidente: “Dobbiamo vivere insieme ai fratelli italiani, tendere la mano e partecipare alla vita della città”. In realtà, letta senza le lenti deformanti del “politicamente corretto”, rappresenta una lucida strategia di conquista culturale del Vecchio Continente, in sintonia perfetta con altri autorevoli pronunciamenti, già espressi in passato ed in più occasioni da altri autorevoli esponenti musulmani.

Innanzi tutto, chiariamo subito chi sia davvero Ennahdha: contestatissimo anche in patria, questo partito ha qui presentato un progetto di legge “anti-blasfemia”, formalmente volto a “garantire la libertà d’espressione” di tutti, di fatto mirante invece ad “islamizzare totalmente la società prima, lo Stato poi”, come ha ben chiarito una fonte certamente non di parte quale il settimanale “Jeune Afrique”, principale testata africana in lingua francese, nell’edizione on line dello scorso 2 agosto.

Secondo tale periodico, rispetto ai gruppi più oltranzisti, Ennahdha avrebbe mutato “solo il metodo”, scegliendo quello del consenso e del riformismo, senza strafare però, per non scontrarsi con i propri “falchi” interni. Il progetto di legge prevede il carcere da 2 a 4 anni (mica noccioline…) per tutto quanto venga configurato quale ingiuria, profanazione, derisione o raffigurazione di Allah e Maometto. Tradotto: a quel punto, qualsiasi pretesto potrebbe esser buono, nel caso passasse tale proposta, per sbattere un cattolico in galera. Altro che Islam “moderato”…

Ecco, questo è il brodo culturale, da cui proviene l’avvocato Abdelfattah Mourou. Il quale non smentisce i timori, anzi li conferma proprio nell’intervista rilasciata al “Corriere”. In cui auspica che “i musulmani siano il tessuto del Paese in cui vivono”. Non quindi semplice “parte”, bensì il “tutto”, il “tessuto” per l’appunto. Questo è l’obiettivo. Come raggiungerlo? “I musulmani -prosegue- devono partecipare alla vita del Paese, comportarsi come cittadini e non come stranieri”. Tradotto, si punta ad una loro totale equiparazione agli Italiani, coi medesimi diritti civili, voto compreso. Parole, che sono una “bomba” dal punto di vista sociale ed istituzionale, in grado di sconvolgere equilibri consolidati. E poi il proclama: Il nostro Paese è dove viviamo”. Ergo, l’islam ovunque. Come spiega l’avvocato Mourou: “Io metto l’accento sull’avvenire dell’islam”. Il che non stupisce, è il loro programma da sempre, non ne han mai fatto nemmeno mistero: ricacciati nei secoli scorsi con le armi, ora puntano a vincerci con le nostre stesse leggi.

Mourou non esclude l’eventualità di costituire partiti islamici”possiamo dire che cosa pensiamo”, afferma-, ma ora punta tutto sul “lato culturale, in cui si può esprimere la propria confessione”. Il che, se le parole hanno ancora un senso, significa quanto meno non disdegnare la prospettiva di una progressiva islamizzazione dell’Occidente. Non è un caso il “tour” milanese dell’avvocato Mourou nella moschea di via Quaranta, a Cascina Gobba dove ha guidato la preghiera, al Palasharp per l’incontro coi fedeli bengalesi, il “sermone” dell’Aid el Fitr all’Arena civica, nella data più importante del calendario islamico, di fronte alla maggioranza dei musulmani milanesi, che per la prima volta han pregato uniti, tutti in un solo luogo. Un successo politico e religioso ad un tempo, questo. Non a caso lo stesso Mourou ha definito tale aspetto “molto interessante”, segno ormai di una “comunità coesa”.

A stupire, è l’inerte, passiva accettazione di tali idee da parte dei media nazionali, totalmente ed acriticamente inebriati da un Islam che non c’è. Bene ha scritto Juan Manuel De Prada in un intervento, ripreso dall’agenzia “Corrispondenza Romana”: “Quando, in un brumoso futuro, qualche storico desideri spiegare un fenomeno così gigantesco come il crollo della civiltà occidentale, non potrà evitare di fare riferimento al sostegno dato dalla marmaglia che governa l’Occidente alla cosiddetta ‘primavera araba’”.

Che ovunque non ha fatto altro che peggiorare le condizioni delle popolazioni cristiane, costringendole o alla diaspora o alla persecuzione o al martirio, com’è avvenuto in Iraq, Libia, Egitto ed ora anche in Siria: “La verità è un’altra -prosegue De Prada- Ciò che quei movimenti riuniti sotto la floreale etichetta di «primavera araba» desiderano non è la democrazia (sistema di governo che considerano decrepito e blasfemo, anche se ne accettano l’apparenza formale), bensì la restaurazione della ‘umma’ o comunità di maomettani sotto l’egida della stessa fede, che i regimi dei tirannucci stavano ostacolando. ‘Umma’ che, senza alcun dubbio, si otterrà mediante l’imposizione della ‘sharia’ o legge islamica e la persecuzione a ferro e fuoco degli ‘infedeli’”.

Ciò che quest’intervista non smentisce. Aggiungendo un tassello: che ormai quest’offensiva non è più solo africana, anzi -nel silenzio generale- è stata già da tempo scatenata anche nel cuore dell’Europa, complici quei “salotti buoni” particolarmente “illuminati”, sempre pronti a prender lucciole per lanterne. Nel mondo dei media, figuriamoci in quello dei politici. A livello, per ora, solo culturale, certo. Come in Inghilterra, dove la comunità islamica è riuscita ad ottenere tribunali propri con la ‘sharia’ al posto dei Codici. Ma, se andiamo avanti di questo passo, davvero i musulmani non saran forse neppur costretti ad imbracciare mai le armi.

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