L’Irlanda cattolica sempre sotto assedio

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(di Tommaso Scandroglio) Con 95 voti contrari e 45 favorevoli la Camera bassa del Parlamento irlandese ha bocciato una proposta presentata dal deputato Mick Wallace per modificare l’attuale legge sull’aborto, proposta che mirava a consentire di sopprimere i nascituri affetti da gravi malformazioni. L’Irlanda è da tempo sotto assedio per la sua normativa sull’aborto.

Dato che la sua Costituzione all’art. 40 prevede che madre e nascituro hanno entrambi pari diritto alla vita, l’aborto inizialmente non veniva punito solo in stato di necessità, qualora la vita della madre fosse stata in pericolo. Ma la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel caso del dicembre 2010 “A, B e C contro Irlanda” chiese al governo di meglio specificare l’iter per poter ricorrere all’aborto nel caso appunto in cui la donna fosse in pericolo di vita.

Nel 2013 allora il Parlamento irlandese, dopo aver varato per ben tre volte un quesito referendario sull’aborto, modificò la relativa disciplina ed emanò una nuova legge dal titolo Legge per la protezione della vita durante la gravidanza. In essa si prevede che una donna possa abortire anche nel caso in cui ci sia pericolo di suicidio della stessa. In punta di diritto tale ipotesi infatti rientra in senso stretto nel caso di «pericolo per la vita della madre», ma dal punto di vista sostanziale solo un evento letale insorto connesso con la gravidanza poteva giustificare l’applicazione dello stato di necessità, evento non ricercato direttamente dalla donna come invece nell’ipotesi del suicidio. Va da sé poi che gli abusi potrebbero essere all’ordine del giorno.

Due anni fa poi il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite chiese al governo irlandese un’accelerazione in merito alla semplificazione dell’iter per accedere all’aborto. Infine il 9 giugno scorso il Comitato dei diritti umani – organo che ha il compito di monitorare il rispetto e la promozione dei diritti previsti dal Patto sui Diritti Civili e Politici del 1966 – in una vertenza che vedeva coinvolta una donna irlandese che andò all’estero per abortire sentenziò che l’Irlanda aveva violato l’articolo 7 del Patto internazionale sui diritti civili e politici nella parte in cui recita: «Nessuno può essere sottoposto (…) a trattamenti crudeli, disumani o degradanti», questo perché la donna, non potendo abortire nel suo Paese, fu “costretta” a viaggiare fuori dai confini nazionali.

Inoltre l’Irlanda aveva violato anche l’art. 17 dello stesso Patto che tutela la privacy delle persone. Infatti l’“autonomia riproduttiva” della donna – per usare un’espressione dello stesso Comitato – era stata lesa dalla legislazione irlandese che prevede troppi vincoli per abortire: «il Comitato – si legge nella decisione dello stesso – ritiene che l’interferenza nel processo decisionale della parte attrice su come meglio affrontare la sua gravidanza (…) era irragionevole e arbitrario in violazione dell’articolo 17 del Patto».

Infine, condannando l’Irlanda a risarcire la donna per le sofferenze patite, aggiungeva che la stessa «dovrebbe modificare la sua legge sulla interruzione volontaria della gravidanza, ed anche, se necessario, la sua Costituzione, per garantire il rispetto del Patto, al fine di garantire procedure efficaci, tempestive e accessibili per interruzione della gravidanza».

Il primo ministro Enda Kenny, che aveva espresso il suo rifiuto in merito alla modifica proposta da Wallace, vorrebbe istituire delle consultazioni pubbliche sul tema dell’aborto, forse mettendo in piedi in tutto il Paese delle assemblee popolari. Fino a quando l’Irlanda resisterà ai colpi d’ariete del fronte abortista? (Tommaso Scandroglio)

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