L’eutanasia in parlamento

Eutanasia

(di Tommaso Scandroglio) Tornano a soffiare venti di morte sul Parlamento. Infatti, incassate le Unioni civili, ora si dibatte di eutanasia nei palazzi del potere. Sono sette le proposte di legge sul tema – ed altre sono in fase di presentazione – ma la più citata è la proposta di legge di iniziativa popolare nata dietro impulso dell’associazione radicale Luca Coscioni. Tra le sette ricordiamo che c’è anche quella redatta dagli onorevoli Binetti e Roccella, sulla falsa riga del Disegno di legge Calabrò che mai vide la luce e che presentava pericolose derive eutanasiche.

La Camera dei Deputati ha fatto una scelta furba: le proposte seguiranno due iter distinti. Da una parte i testi che chiedono esplicitamente l’eutanasia e dall’altra quelli che chiedono “solo” le Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat). È una scelta furba perché si è consapevoli che se chiedi cento – l’eutanasia – almeno ti daranno dieci – le Dat, strumento che facilmente può aprire all’eutanasia. Ed infatti le proposte sulle Dat hanno iniziato il loro iter parlamentare presso la Commissione Affari Sociali prima di quelle che concernono l’eutanasia.

La relatrice dei testi, la deputata Dem Donata Lenzi, ha fatto sapere che su questa materia occorre applicare un “diritto mite”, che tradotto significa disciplinare la materia in modo non molto preciso e vago. In tal modo qualsiasi pertugio presente nel testo di legge si potrà trasformare alla bisogna in varchi aperti alla “dolce morte”.

In Commissione sono già iniziate le audizioni degli esperti. Un punto su cui il dibattito si è subito acceso è quello riguardante l’alimentazione, l’idratazione e la ventilazione. Giancarlo Sandri, consigliere della Società italiana di nutrizione clinica e metabolismo (Sinuc), così si è espresso sulla questione: «Non possiamo non identificare nell’idratazione e nutrizione artificiale un trattamento terapeutico. Non è uguale imboccare un anziano e nutrirlo per via endovenosa: il secondo caso è artificiale». Ad analoghe conclusioni è giunto anche Mauro Rossini, dell’Associazione italiana di dietetica e nutrizione medica (Adi). Tentiamo di rispondere all’affermazione che alimentazione e idratazione, nonché ventilazione, sono trattamenti terapeutici e quindi, secondo un’errata interpretazione dell’art. 32 della Costituzione, cure che possono essere rifiutate dal paziente.

L’alimentazione e idratazione per loro natura sono modi per soddisfare l’esigenza della fame e della sete. Se acqua e cibo fossero cure, fame e sete sarebbero patologie invece sono bisogni, esigenze fisiologiche. Se fame (anche di aria) e sete fossero malattie, noi ci staremmo curando perlomeno due volte al dì. Ma affermare questo sarebbe assurdo.

Alimentazione e idratazione poi non si trasformano in terapie in base alla loro maggiore o minore artificiosità (vedi sondino naso-gastrico). Anche usare forchetta e bicchiere è un modo artificiale di nurtrirsi e bere così come il sondino naso gastrico, ma questo non comporta che la natura dell’atto si trasformi da soddisfazione di alcune esigenze fisiologiche a terapia. Alimentazione e idratazione inoltre non diventano cure se la somministrazione avviene grazie ad un medico. Infatti questo soggetto, al pari di altri, non può cambiare la natura di questa azione.

Il medico aiuta solo a compiere un atto fisiologico. Infine una provocazione: lecita sul piano morale l’idratazione e alimentazione coatta? Sì, anche il biberon viene dato al poppante in modo coattivo, perché alimentarlo, sebbene contro la sua volontà, soddisfa il suo bene oggettivo. E poco importa che il neonato non sia capace di esprimere un consenso o un dissenso maturo e responsabile ed invece il paziente adulto sì. Il bene della vita deve essere tutelato anche contro il dissenso consapevole del titolare del bene stesso per due ragioni. Innanzitutto a motivo dell’elevatissima preziosità del bene vita che comporta una legittima difesa anche contro gli atti che attentano al bene stesso e che provengono dal paziente medesimo (si difende la vita contro gli attacchi nocivi del suo titolare). E in secondo luogo perché, volendo morire, questa scelta configura un atto contrario alla dignità della persona.

Impedirlo con la forza, una volta esaurite le strategie persuasive, è, nella generalità dei casi, necessario perché la decisione di morire – rifiutando alimentazione e idratazione – comporta anche l’irreversibilità della condizione in cui verserà il paziente. Cioè a dire che una volta morto, il paziente è moralmente irrecuperabile dato che cercando la morte anche la libertà di emendarsi morirà con lui. L’atto coattivo si impone allora anche perché necessitato dalla particolarità della fattispecie eutanasica. (Tommaso Scandroglio)

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