Lettere a un figlio sull’educazione

lettere a un figlio sull'educazione(di Cristina Siccardi) A dispetto di una parte del mondo occidentale e di una parte di teologi e indegni pastori che desiderano far credere, a tutti i costi, che la vita delle persone è regolata, in pratica, dagli istinti indominabili e non più dalla ragione e dall’anima, è uscito un libro magnifico di un medico, che prima di essere medico è padre, rappresentante di tutti coloro che continuano ad usare la ragione e l’anima per vivere e per dominare passioni e tentazioni.

Si tratta di Lettere a un figlio sull’educazione (La Fontana di Siloe, € 10.00, pp. 154) di Giovanni Donna d’Oldenico, che scrive 18 lettere ad un figlio che sta per sposarsi. Non siamo di fronte ad uno stucchevole manuale per fidanzati, né ad un prontuario domestico, né ad un testo di psicoanalisi. È la vita, tutta intera, che qui viene snocciolata: dalla culla alla tomba.

Non sono idee, ipotesi, “secondo me”, teorie che vengono proposte; ma è il parlare di un padre pieno di Fede, di buon senso, di saggezza, di amore per i propri figli e che per loro auspica la vita eterna. È un padre ricco di quell’arte del saper vivere, che proviene soltanto dalla frequentazione assidua della Santa Messa, della confessione, dall’appuntamento costante con la preghiera, con le pagine del Vangelo, con il Santo Rosario.

Insieme all’amata moglie Carmìna ha formato una famiglia bellissima, perché costruita sulla roccia di Cristo. Hanno avuto 9 figli: Piero, già medico, Anna, Carlotta, Filippo, Matteo, Giuseppe, Tommaso, Agnese, Maddalena, che frequenta la seconda elementare. E uno di loro è seminarista, perché in famiglie siffatte è evidente che nascano le vocazioni. Questo libro è un connubio felice di teologia, filosofia, poesia dell’esistere naturale e soprannaturale. Donna d’Oldenico va al fulcro dei problemi usando un metodo vincente, quello della teologia morale ed è chiaro che in essa si rimembrano le note di un sant’Alfonso Maria de’ Liguori, di un san Giuseppe Cafasso o di un san Giovanni Bosco. Basta fare qualche assaggio:

«(…) il desiderio di un amore indissolubile, fedele e fecondo è inscritto nella carne e nella mente di ogni donna e uomo, che non siano stati feriti o alienati dalla natura o dal vizio, dal potere o dalla vita. Indissolubilità, fedeltà e fecondità corrispondono a quanto il cuore desidera, e, se fossimo davvero liberi, non avremmo difficoltà a vivere fino in fondo questa aspirazione. Siccome, invece, la libertà è quotidiana conquista, tale diventa anche quanto di buono, di bello, di vero e di giusto il cuore brama. Per fortuna la Trinità, che ha pietà di tutte le umane fatiche, anche di quelle necessarie a vivere un amore sponsale che sia all’altezza di ciò che la natura dell’uomo esige, ha redento questo amore, riconducendolo al Suo originario disegno; un progetto che, riguardando Cristo prima di Adamo, addirittura supera ciò che l’uomo, di per sé, potrebbe conseguire.

Già: la Chiesa e i Sacramenti, frutto del sacrificio del Redentore, permanenza di Cristo nell’umana compagnia, danno all’uomo la possibilità di partecipare alla vita della Trinità. Figli nel Figlio. Vita divina. Amore divino: nel Matrimonio, Cristo si coinvolge per sostenere l’impegno degli sposi, avverando per loro la possibilità di trascorrere la vita intera dentro un amore molto più grande di quanto il loro cuore sia naturalmente capace: un amore soprannaturale. Rendendo il Matrimonio un Sacramento (…). È un mistero grande, esclama san Paolo, riferendolo a Cristo e alla Chiesa» (pp. 126-127).

La Chiesa in terra, oggi, durante il Sinodo che si sta svolgendo a Roma, vorrebbe, forse, mettere in discussione gli insegnamenti di Cristo e di san Paolo, sovvertendo l’architettura, le proporzioni, l’ordine e l’armonia della famiglia così come l’ha concepita Dio?

«L’amore che unisce la Chiesa e Cristo, è la perfezione dell’amore che unisce moglie e marito. Questo devi guardare, per intendere quello. È un amore che consiste nel dare la vita l’uno per l’altra, dentro il lavoro e le cose di ogni giorno (…)» (p. 128).

Divorziati risposati (adulteri e concubini)? Unioni omosessuali? Il problema non è per la Chiesa quello di permettere a questi peccatori di farli continuare a peccare in maniera socialmente e mediaticamente giustificata, ma di risolvere il loro peccato alla radice, offrendo loro orizzonti spirituali sani e puliti, colmi di bontà e beltà (per sé e per gli altri), grandiosi rispetto a quelli nefasti che vanno contro la legge di Dio. Per esempio indicando nel cammino di povertà, castità ed obbedienza la vera ed autentica libertà della persona. Scrive Donna d’Oldenico nella settima lettera, intitolata Tutto il contrario: se povertà, castità e obbedienza fossero tre ottimi consigli?:

«Lo sono sicuro, visto chi è il consigliere che, avendoli vissuti in prima persona, li propone». Cristo né è Testimone: povero, casto, obbediente. «Povertà. Castità. Obbedienza. Tre qualità che fanno l’uomo grande e che, per alcuni, diventano una vocazione da vivere con radicalità particolare; certo costoro (…) non prendono i voti per uzzolo: la loro chiamata è per mostrare, a me e a te, che questi tre atteggiamenti sono per tutti il modo giusto per stare dentro alla vita» (pp. 35-36). Povertà, castità e obbedienza, tre mezzi fondamentali e necessari per arrivare alla meta e scartare l’Inferno.

«Inutile nascondersi dietro un dito: tutti siamo segnati dal peccato in ogni ambito della nostra esistenza. Felice colpa, come cantiamo nella veglia di Pasqua: sennò, ci sarebbe qualcuno per cui Cristo si è inutilmente disturbato a passare dentro la passione e la morte, prima di risorgere e sedere alla destra del Padre. (…) Alla fine di tutto, chi non sarà annoverato tra i redenti, starà fra i dannati. Cioè in pessima ed eterna compagnia. Uno convinto di sapere e potere salvarsi da sé, è un paranoico o una penosa macchietta: può sembrare un monolite, ma di quelli che basta una martellata nel punto giusto e si sgretola tutto. Martellata da augurarsi che arrivi, prima che sia troppo tardi. Già. Perché l’esempio può educare, ma solo a una condizione: che in esso sia evidente anche la fallibilità, che è fragilità redenta, lotta contro limiti e peccati».

È Cristo che rende adeguati al compito che ogni giorno all’educatore viene affidato: «Senza di me non potete far nulla» (Gv 15,18)…, infatti ben lo vediamo, purtroppo, in questa civiltà scristianizzata, che oltraggia il Signore e gli innocenti, i bambini: sia sopprimendoli, con l’aborto; sia corrompendoli nella psiche come nelle loro coscienze, con la diffusa cultura del malcostume.

L’esempio di un genitore può valere soltanto quando trasmette al figlio il mistero rivelato, ovvero che la Salvezza può avverarsi soltanto attraverso Cristo; quando, cercando di vivere la grazia che Dio dona, permette a Cristo di trapassare, come per osmosi, da sé al figlio; quando rende evidente che Cristo è sì Misericordia, ma in virtù della Giustizia. «L’esempio, se non è questo, è la superbia compiaciuta del fariseo» (p. 37).

Gli insegnamenti di questo padre medico sono quelli che appartengono a quelli sempre trasmessi da Santa Madre Chiesa che, pietosa, si è instancabilmente chinata sul peccatore – mai sul peccato – offrendogli strumenti adeguati a non cadere più o, se non altro, a cadere con minor frequenza e meno rovinosamente. Per quale ragione non ordina ai suoi fedeli di seguire gli istinti e gli smodati piaceri, ma di vivere al meglio le proprie croci? Perché è Cristo ad averlo spiegato nel Vangelo con parole divine, dunque esaustive e limpide ancor più dell’acqua di montagna. «Chi vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua», dice Gesù (Lc, 9, 23).

L’autore inneggia, con espressioni concrete e liriche allo stesso tempo, alla povertà, alla castità, all’obbedienza. Che cos’è, per esempio, la castità, sublime perla oggi dimenticata? Afferma l’autore: «La castità è lo sguardo meravigliato e non rapace; il gesto che non ruba per sé un piacere, ma dona, accoglie e sa fermarsi. È rispettare, anche nell’altra persona, lo stesso Tu che sta facendo me adesso» e poi chiude con la realistica speranza: «Ora, a costo di essere ripetitivo, ti segnalo che il mondo canta un’altra canzone e, se proprio non irride, almeno ignora e non comprende chi cerca di sostanziare la vita di povertà, castità e obbedienza, anche senza averne fatto professione. Ma siamo in buona compagnia: pure Noè, mentre costruiva l’arca sotto il solleone, era molto sfottuto. Poi sono morti tutti. Tranne lui e i suoi. Anche Cristo in agonia sulla Croce, cioè trionfalmente in cammino verso la gloria, era deriso, lì sotto, da un manipolo di saccenti, goffamente in marcia verso l’ignominia. Conta poco il ghigno spocchioso della piccolezza, di fronte al sorriso padrone di sé della grandezza» (pp. 40-41).

Il sorriso che possiede soltanto chi vive di povertà, di castità ed obbedienza, al quale è promesso il centuplo quaggiù e la vita eterna, negli spazi infiniti dell’Amore perfetto. (Cristina Siccardi)

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