L’”etica dell’amore” e le querele di Enzo Bianchi

Enzo Bianchi(di Carlo Manetti) Il 1° agosto 2014 Enzo Bianchi dava una delle più edificanti dimostrazioni di che cosa sia, in concreto, il superamento della giuridicità della Chiesa e la sostituzione dell’amore alla verità come stella polare dell’agire umano e, quindi, cristiano.


In un memorabile discorso in occasione della Festa del Perdono di Assisi alla Porziuncola, il dottor Bianchi, parlando della situazione in Medio Oriente ha affermato che «dobbiamo dire una parola come cristiani proprio nel momento in cui siamo cacciati e perseguitati in quelle terre. […] E proprio perché noi cristiani siamo vittime in questo momento, e non siamo attori del conflitto, dovremmo avere il coraggio, un forte coraggio di dire che l’unica via per portare la pace in quelle terre è il perdono. […] Se si guarda la giustizia, i palestinesi hanno molte cose da rimproverare agli ebrei e gli ebrei hanno altrettanto da rimproverare ai palestinesi. Solo con la giustizia non si viene fuori da quel conflitto. Occorre un perdono reciproco per ricominciare una nuova storia. E noi cristiani dobbiamo avere la forza e l’audacia di portare questo che è il messaggio di Cristo». Egli, quindi, ha formalmente richiesto a persone e popoli che hanno conosciuto e patito ingiustizie di sangue, persecuzioni e morti di amici e parenti, fino ai familiari più stretti, di rinunciare non solo alla vendetta, ma anche alla giustizia e di perdonare tutto; ha, di fatto, chiesto ad interi popoli un atto di eroismo difficile e duro per chiunque, santi compresi. L’ardire è grande. E ancora maggiore è l’audacia di incorporarsi a quelle persone e di rivolgere l’invito ad un «noi», che lo rende parte integrante di coloro che sono chiamati a perdonare, anche se lui non ha patito nulla di paragonabile, non ha nulla di così grave da perdonare, ma la sua “autorità morale” lo pone alla testa di questi eroici uomini di perdono, anche senza portare alcun dolore raffrontabile al loro. Egli pretende di dare l’esempio, anche senza essere in condizioni oggettive simili, condizioni che renderebbero esemplarmente credibile tale pretesa.

Nel medesimo giorno l’avvocato Andrea Castelnuovo di Torino, in nome e per conto del capo della comunità di Bose, inviava una lettera di diffida e minaccia di querela nei confronti di vari siti internet, colpevoli, a suo dire, di aver utilizzato abusivamente immagini, liberamente reperibili sulla rete e non coperte da copyright, del suo cliente e di averlo diffamato.

Indipendentemente dalla rispondenza al vero di tali accuse, rispondenza tutt’altro che evidente e, soprattutto, messa in dubbio dalla stessa genericità delle accuse formulate (senza riferimenti precisi), colpisce lo stridente contrasto tra l’eroico perdono richiesto alle popolazioni mediorientali e l’implacabile “sete di giustizia” (nella più benevola delle ipotesi) di Enzo Bianchi nei confronti di chi, al massimo, ne avrebbe leso il buon nome. Parrebbero esserci gli estremi per accusare il minacciato querelante di clamorosa incoerenza. Ma non è così. Le due parti di questa emblematica giornata si legano coerentemente nell’ideologia e nella fede religiosa del soggetto.

In quello che potremmo definire come post-Modernismo, vale a dire la banalizzazione di potere e la conduzione alle sue estreme conseguenze del Modernismo classico e della «Nouvelle Theologie», la Chiesa istituzionale deve essere abbattuta, per lasciare il posto ad una «Chiesa pneumatica», vale a dire totalmente carismatica, dove «lo Spirito soffi dove vuole», con accenti schiettamente gioachimiti. Questa è sicuramente la visione che caratterizza Enzo Bianchi, di cui è divulgatore instancabile; si potrebbe quasi dire che il fondatore della comunità di Bose sta al post-Modernismo come Piero Angela sta al Positivismo scientifico.

«Come nell’infinito lo Spirito Santo procede dal Verbo e nella creatura spirituale la volontà dall’intelletto, così la negazione di quella processione importa l’assorbimento della legge nell’amore. L’uomo avente la carità è libero dalla legge la quale è presa unicamente come ordine obbligante e coercitivo. Anzi si contrappone la legge allo spirito e se ne fa il carattere dell’uomo antico e il contrario del Vangelo. La dottrina cattolica viceversa insegna che l’amore contiene l’obbedienza alla legge e modella la volontà sull’ordine della legge» (Romano Amerio, Iota unum, n171). Gesù stesso dice ai Suoi discepoli «se mi amate, osservate i miei comandamenti» (Gv 14,15).
L’assolutizzazione dell’amore ha come conseguenza la relativizzazione e soggettivizzazione della verità («ciascuno ha la sua verità e solo dal dialogo si può crescere nella comprensione reciproca») e, conseguentemente, dei dogmi, che debbono essere reinterpretati in modo da non essere «divisivi» ed il dialogo cessa di essere strumento di conversione degli acattolici, per divenire mezzo di reciproco arricchimento, quando non fine a se stesso. Di qui l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso, portati alle loro estreme conseguenze, con il passare sotto silenzio (nella migliore delle ipotesi) i dogmi cattolici che maggiormente possono urtare la sensibilità degli interlocutori o quella che come tale si presume.
Consegue da questa visione l’impossibilità di definire un’etica oggettiva, uguale per tutti ed a tutti imponibile: poiché, come la Chiesa insegna da sempre, la morale discende dal dogma, se i dogmi sono divenuti liquidi ed adattabili (nel senso che non solo possono, ma debbono essere adattati) all’interlocutore ed alla circostanza, a maggior ragione lo sarà la morale; le medesime azioni diverranno buone o cattive a seconda dei momenti e delle circostanze.

In questa “logica”, diviene perfettamente conseguente e perde tutta la sua contraddittorietà richiedere, da un lato, l’eroismo del perdono, quando il farlo può essere utile pars construens della positiva immagine della Chiesa della misericordia e priva di legge, e, dall’altro, reprimere, con tutta la durezza di cui si è materialmente capaci, coloro che, criticando uno dei principali banditori di tale Chiesa, pretenderebbero di difendere la Chiesa del passato, della legge e non aperta allo spirito, in una sorta di pars destruens.

La minaccia di querela non è da intendere, in questo contesto, come una riaffermazione del primato del diritto, sia pure statuale, come sarebbe stato nel Modernismo classico, ma come mero strumento pratico per mettere a tacere i nemici della nuova concezione di Chiesa. L’eliminazione della legge, sia morale che giuridica, dall’orizzonte della nuova etica dell’amore comporta un’applicazione ecclesiale della leniniana doppia morale o morale rivoluzionaria: senza nessuna considerazione per un qualsivoglia giudizio sulle azioni astrattamente considerate, diviene buono ciò che è utile all’affermazione della religione dell’amore (Lenin avrebbe detto della Rivoluzione) e cattivo ciò che vi si oppone.

(di Carlo Manetti)

 

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