Le vere cause dell’inverno demografico

CULLE VUOTE

(di Tommaso Scandroglio) Qualche giorno fa il Ministro per la Salute Beatrice Lorenzin, in una intervista rilasciata a Repubblica, ha lanciato un allarme: «In cinque anni abbiamo perso oltre 66mila nascite, cioè per intendersi una città più grande di Siena. Se andiamo avanti con questo trend, senza riuscire a invertirlo, tra dieci anni cioè nel 2026 nel nostro Paese nasceranno meno di 350 mila bambini all’anno, il 40% in meno del 2010».

Il declino demografico nel nostro Paese iniziò negli anni ’70 e nel 1983, per la prima volta, il numero dei morti superò quello dei nati. Oggi abbiamo toccato quota 1,39 figli per donna: il 25% delle donne entra in menopausa senza mai aver avuto un figlio. Come è noto, il ricambio generazionale è invece assicurato da una valore minimo pari a 2,1.

Quali i motivi di questo famigerato inverno demografico? Il Ministro Lorenzin indica problematiche di carattere economico. «Non può non esserci una correlazione con la crisi economica», afferma il Ministro. Da qui la sua proposta di raddoppiare il bonus bebè per i nuovi nati. Ma le cause non sono tanto da ricercare nel portafoglio degli italiani, bensì nel loro cuore e nella loro testa. Cioè sono cause prima di tutto culturali.

Se andiamo a vedere in Europa i Paesi in cui si sono elargiti bonus bebè sostanziosi e agevolazioni fiscali per la famiglia significative, le culle non si sono riempite come sperato. Ad esempio Francia, Germania e Svizzera hanno politiche di sostegno alla maternità molto serie e assai simili tra loro, eppure il tasso di fecondità tra le francesi è di 2, tra le donne tedesche è pari a 1,4 e in Svizzera è 1,5. Semplificando: a parità di soldi elargiti non abbiamo uguali effetti in quanto a nuovi fiocchi azzurri e rosa.

Il denaro c’entra poco anche perché la decrescita si è accentuata in Italia proprio quando negli anni Ottanta e Novanta l’Italia non era certo in crisi (erano gli anni della Milano da bere). Inoltre in Italia gli immigrati continuano a fare più figli degli italiani, nonostante i primi abbiano un reddito inferiore ai secondi. E dunque la radice del male non è di natura principalmente economica. Abbiamo prima notato che il collasso della natalità in Italia è iniziato negli anni ’70, proprio all’indomani del varo della legge sul divorzio. Se uccidi la famiglia, chiaramente uccidi anche la possibilità di avere figli perché allora – meno oggi – conditio sine qua non per mettere al mondo dei figli era essere sposati.

Nel 2014 sono stati 363.916 i figli nati da genitori sposati, circa 100mila in meno rispetto al 2008. Di contro oltre 138mila bambini sono nati nel 2014 da genitori non sposati, quasi 26mila in più del 2008. Ma il dato che emerge dalla lettura complessiva di queste cifre non è quello che la convivenza aiuta le nascite, ma che diminuendo i matrimoni ovviamente diminuiscono anche le nascite da coppie coniugate e aumentando il numero di convivenze necessariamente aumenta anche il numero di nati da genitori conviventi.

Più in particolare le nascite comunque diminuiscono perché il figlio viene messo al mondo solo se c’è una garanzia di stabilità di coppia. Ora le coppie sposate spesso non credono più nell’indissolubilità del matrimonio e quindi ci pensano molto prima di dare alla luce un figlio. A maggior ragione chi convive, dato che ha instaurato una relazione per sua natura precaria. La possibilità di divorziare e la diffusione della convivenza hanno quindi contribuito al fenomeno delle culle vuote. L’incertezza del domani non fa bene alla voglia di maternità.

Ecco quindi che il figlio “si cerca” solo quando “ci si sente pronti”, cioè verso i 35-40, età in cui, soprattutto per le donne, è molto difficile rimanere incinta. Da qui l’impennata di richieste di avere un figlio in provetta. In questo scenario di voluta instabilità di relazioni, il figlio poi non è visto come dono, ma come rischio, come pericolo che attenta alla serenità del singolo e della coppia, come elemento terzo che può togliere risorse, soldi e tempo. Il figlio è percepito come nemico del proprio benessere.

Questo è l’esito di quella cultura che esalta l’individuo e il suo star bene. Nel campo della vita nascente ciò significa diffusione delle metodiche contraccettive – guarda caso anch’esse emerse con forza negli anni ’70 – le quali, da una parte, incentivano una mentalità contro la vita e dall’altra, per la contraccezione ormonale, aumentano i pericoli di non riuscire a concepire un figlio, dato che gli effetti contraccettivi possono sopravvivere per un lungo periodo anche dopo che non si fa più ricorso alla pillola contraccettiva (cd. overtreatment contraccettivo).

La mentalità contro la vita poi ha il suo apice nella pratica abortiva. Abbiamo visto che in Italia il numero di morti ha superato quello dei vivi nel 1983. Proprio nel 1982 si è registrato il picco di numero di aborti chirurgici in Italia. È l’aborto la prima causa della denatalità nel nostro Paese. Un concepimento su cinque finisce in un aborto procurato. Se si vietasse l’aborto l’incremento della popolazione sarebbe intorno al 20-25%. Prima di cercare di far nascere nuovi bebè, sarebbe meglio non uccidere quelli che già ci sono. L’Institute of Family Policies in America ha calcolato che «il numero di aborti nei ventisette paesi europei in un anno (1.207.646) equivale al deficit nel tasso di natalità in Europa». Senza poi contare tutti i criptoaborti prodotti dai preparati chimici e dalla fecondazione artificiale.

In realtà non è la crisi economica che favorisce la denatalità, bensì sono le culle vuote che svuotano i conti correnti. Ad avvertire del pericolo è stato già alcuni anni fa l’economista Ettore Gotti Tedeschi, il quale sulla questione è tornato ad esprimersi più volte: «La crisi in corso nasce grazie al crollo delle nascite nel mondo occidentale, iniziato intorno al 1975. Tale caduta ha provocato la flessione dello sviluppo economico, l’aumento dei costi fissi (i costi sociali, con sanità e farmaci) a causa dell’invecchiamento della popolazione» e di conseguenza «l’aumento delle imposte e il crollo del tasso di crescita del risparmio prodotto» (Riprendiamo a fare figli e l’economia ripartirà, in Corriere della Sera, 23 luglio 2010). (Tommaso Scandroglio)

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