Le «mujeres de blanco» in piazza S.Pietro per dire “no” all’aborto in Cile

DSCN1123(di Mauro Faverzani) L’appuntamento era per la mattina del 5 giugno. Più o meno negli stessi istanti, in cui papa Francesco riceveva in udienza il Presidente del Cile, Michelle Bachelet.

Puntuali alle ore 11,30 in piazza San Pietro, a Roma, decine di «mujeres de blanco» – assieme a molte persone unitesi a loro -, tutte vestite di bianco, si son date appuntamento per manifestare – con umiltà e con amore – contro il disegno di legge, che nel loro Paese vorrebbe depenalizzare l’aborto. Tale progetto è stato presentato lo scorso gennaio dal governo in carica, ma è stato subito sostenuto anche dal Presidente socialista, Bachelet, che ha fatto, della realizzazione di questo punto, addirittura una promessa elettorale, ricorrendo al solito vocabolario dell’«antilingua» e dicendo di volere l’aborto per «amore della vita». Ritiene il suo un «Paese maturo» al punto da poter legalizzare l’interruzione di gravidanza, bollando gli oppositori come “cattolici reazionari”.

Le «mujeres de blanco», a Roma, han tenuto tra le mani delle scatole bianche di cartone, ciascuna con un nome ed una croce. Per ricordare che ogni aborto è la morte di un bimbo innocente. Il loro appello chiede di essere ascoltato prima che queste scatole si trasformino «in bare davvero». Si sono sdraiate a forma di croce sul selciato rovente di piazza San Pietro, in una torrida giornata di sole. Attorno, in semicerchio, altri partecipanti alla manifestazione. Tutti in silenziosa preghiera. Tutti uniti da un vibrato, convinto “no” all’aborto. Sotto i riflettori dei media di tutto il mondo. Al termine, è stato recitato il S.Rosario.

«Secondo il Presidente Bachelet, un terzo delle donne soffrirebbe di qualche forma di violenza sessuale e psicologica – non cessa di ripetere Maria Paz Vial, leader delle «mujeres de blanco» –. In realtà, non c’è violenza peggiore di quella sofferta da una donna incitata ad uccidere suo figlio nel proprio corpo. Noi sappiamo che dolore provochi: abbiamo sentito nel nostro ventre la morte dei nostri bambini». Molte di loro hanno già abortito. Per questo sono in piazza a chiedere che all’aborto sia posta fine. Provengono da ogni ceto e da ogni condizione. Altro che “reazionari”…

Hanno chiesto di essere aiutate «ad accogliere i piccoli, che custodiscono in grembo». Non ad ammazzarli. «Noi sappiamo che una donna non abortisce per decisione propria, abortisce per abbandono, per solitudine, per coercizione, per mancanza di opportunità, per paura». E giudicano senza tanti giri di parole «un atto di codardia» il fatto che lo Stato cileno voglia acconsentire ed anzi incentivare tutto questo, anziché «darsi da fare per risolvere davvero i problemi delle donne e della famiglia». Afferma Vial: «La verità non schiaccia, né condanna, ma permette l’inizio di una nuova vita».

L’aborto terapeutico in Cile è fuorilegge dal 1989, dopo un periodo di legalizzazione: chi lo pratichi, può essere condannato sino a 5 anni di carcere. Tra l’altro, ciò ha permesso di migliorare la qualità della salute materna, superando i livelli degli Stati Uniti, dove il numero di decessi legati alla gravidanza appare invece in costante crescita. Nel Cile, ove è vietato l’aborto, muoiono 0,39 donne ogni 100 mila; negli Usa, ove invece l’aborto è legale, ne muoiono 17,8 ogni 100 mila.

Eppure lo scontro su questo tema, in Cile, è particolarmente duro, a tratti feroce. Le «mujeres de blanco» hanno già manifestato nelle piazza di Santiago del Cile, compresa la spianata di piazza della Costituzione, di fronte a La Moneda, il palazzo del governo cileno. Perché le posizioni pro-choice del Presidente Bachelet non sono così condivise.

Un giovane medico, Carolina Aguilera, nel marzo scorso, si è permessa di interrompere il discorso del Capo dello Stato: per ricordarle che i medici hanno giurato di difendere la vita e non di uccidere esseri umani nel grembo materno, come ha dichiarato poi questa giovane ad un’intervista rilasciata alla Cnn. Sull’altro fronte, due anni fa centinaia di attiviste hanno fatto una clamorosa irruzione nella Cattedrale di Santiago per manifestare a favore dell’aborto, imbrattando con scritte blasfeme gli altari, dando striscioni alle fiamme, distruggendo banchi e confessionali. Evidente, qui, la violenza, che accompagna il loro messaggio. Non solo. Recentemente Somos miles, un collettivo femminista, ha postato su Internet – da YouTube ai social network – dei video-choc a favore della depenalizzazione dell’aborto.

Le «mujeres de blanco» hanno preferito opporre a tutto questo l’arma della preghiera. Silenziosa. Ma efficace. Molto efficace. Molto più della ferocia dimostrata dal fronte pro-choice.

Donazione Corrispondenza romana