Le molte ombre e le poche luci del Piano nazionale per la fertilità

Fertility Day

(di Tommaso Scandroglio) Il Ministero della Salute da tempo ha varato un Piano nazionale per la fertilità dal titolo Difendi la tua fertilità, prepara una culla nel tuo futuro. Il Piano è stato voluto perché ormai appare a tutti evidente che l’Italia sta passando dall’inverno demografico ad una condizione di era glaciale demografica permanente. «Il valore di 1,39 figli per donna, nel 2013, colloca il nostro Paese tra gli Stati europei con i più bassi livelli» di natalità e «nel 2050, la popolazione inattiva sarà in misura pari all’84% di quella attiva» si legge nel documento elaborato dal Ministero.

Il Piano non è privo di forti ombre. Rammentiamo, solo a mo’ di esempio, l’indicazione di una parità di ruoli tra madre e padre all’interno del nucleo familiare, la promozione della legge 40 sulla fecondazione artificiale – seppur accompagnata da riserve sulla sua reale efficacia – e della legge 194 sull’aborto. Questa iniziativa del governo non è dunque aliena dai difetti genetici dell’egualitarismo sessuale, dell’autodeterminazione della donna e della reificazione del figlio che ormai sono la struttura portante di qualsiasi politica familiare del presente governo e di quelli passati.

All’interno del Piano sono state previste anche una giornata dedicata a questa tematica, il Fertility Day, che si celebrerà il prossimo 22 settembre e una campagna di sensibilizzazione. Quest’ultima si è tradotta in una serie di spot volti a far prendere coscienza che l’orologio biologico soprattutto delle donne cammina sempre, ma non per sempre una donna può mettere al mondo un bambino. Gli slogan degli spot erano i seguenti: Prepara un culla per il futuro; Datti una mossa, non aspettare la cicogna; La bellezza non ha età, la fertilità sì; La fertilità è un bene comune; Genitori giovani, il modo migliore per essere creativi.

Le critiche alla campagna sono state così numerose ed intense che il Ministro Lorenzin si è vista costretta a ritirare gli spot. Le censure sono state molteplici: accuse di insensibilità verso le donne infertili e di ritorno a campagne di matrice fascista, le donne intese solo come fattrici, mancanza di realismo, etc. Tra tutti si è distinto il solito Roberto Saviano: «È un insulto a tutti, a chi non riesce a procreare e a chi vorrebbe ma non ha il lavoro».

Il premier Renzi, accortosi che aria tirava, ha alzato subito le mani: «Io non sapevo niente di questa campagna», ha dichiarato via radio, aggiungendo che la causa delle culle vuote deve essere rinvenuta nel portafoglio degli italiani, spesso troppo vuoto. Ciò è falso, sia perché anche nei paesi più ricchi del nostro come la Germania, i fiocchi azzurri e rosa scarseggiano assai, sia perché in Europa gli incentivi economici alla natalità non hanno sortito gli effetti sperati, sia perché gli immigrati, che hanno un reddito assai inferiore all’italiano medio, vantano un tasso di fertilità superiore al nostro. I soldi certamente servono, ma non risolvono il problema.

Un Tavolo di lavoro istituito dal Ministero della Salute per studiare il problema ha invece, seppur parzialmente, messo in luce le vere cause dell’inverno demografico: perdita di valori, ritardo nella maturazione personale, narcisismo, individualismo, carrierismo, instabilità di coppia, atteggiamento di rifiuto verso i figli visti più come una perdita in termini di indipendenza e libertà che come un dono e una risorsa, percezione che il titolo di “genitore” sia dal punto di vista sociale quasi squalificante, emancipazione femminile che ha mascolinizzato le donne mandando in soffitta gli aneliti materni.

La reazione rabbiosa di molti sta ad indicare che gli spot della Lorenzin hanno messo sale sulle ferite. Quegli spot hanno toccato, anzi solo sfiorato molok intoccabili quali: l’autodeterminazione. Nessuno può azzardarsi nemmeno a suggerire ad un altro di mettere al mondo i figli. L’utero è di proprietà della donna non del Ministro della Salute. Il soggettivismo. Il figlio non ha valore di per sé (prospettiva oggettiva), ma solo se voluto, solo se desiderato dalla coppia (prospettiva soggettiva).

Il peccato mortale della Lorenzin è invece stato quello di affermare che i figli sono sempre una ricchezza. L’individualismo. Agli orecchi di molti è suonata come una bestemmia quella di affermare che «la fertilità è un bene comune». I figli al massimo sono un “bene privato”, una risorsa solo per la coppia, senza alcun rilievo per la società. Il femminismo. Le donne si realizzano innanzitutto nel lavoro, solo in seconda battuta nella maternità. Il razionalismo che fa a pugni con il sano realismo.

Il Ministro ha richiamato un dato ovvio di realtà: dopo un certo numero di anni è impossibile dare alla luce un bambino. Tale fatto nudo e crudo è inaccettabile per la cultura contemporanea che invece vive di utopie, di desideri irrealizzabili ma che vuole realizzare a tutti i costi. Una cultura che non accetta che nel ventre della madre c’è un essere umano, bensì pensa che sia solo un grumo di cellule; che non accetta che l’uomo è attratto dalla donna e viceversa, bensì ritiene naturale anche l’attrazione omosessuale; che non accetta che la nostra mascolinità e femminilità ci identifica, bensì ritiene che il dato genetico sessuale sia irrilevante; che non accetta appunto che una quarantenne ha poche speranze di diventare madre e allora si rivolge alla fecondazione artificiale. Tutto ciò grazie anche a questo Governo.

Detto questo la campagna del Ministro cerca di riparare ad un danno autoinflitto. Poniamo mente alla legge sull’aborto – prima causa dell’attuale inverno demografico – alle compagne per la diffusione della contraccezione che parallelamente diffondono una mentalità anti-life ed incrementano, nel caso di quella ormonale, l’infertilità femminile, alle politiche culturali per favorire nei giovani una sessualità disinibita (l’infecondità femminile trova una delle sue principali cause nella promiscuità sessuale) e per disgregare la famiglia (leggi sul divorzio, convivenze e unioni civili), rendendo ancor più vuote le culle perché, come ammette lo stesso Ministero, l’instabilità di coppia si riverbera negativamente anche sulla decisione di mettere al mondo dei figli. Però, seppur con gravi pecche, è stato lodevole il tentativo di invertire in un certo qual modo il senso di marcia. (Tommaso Scandroglio)

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