Le manif pour tous: alcune testimonianze

manif pour tous(di Franciscus Pentagrammuli e Andrea Virga su Campari e demaistre del 22-04-2013)  Nonostante il silenzio pressoché totale della stampa e dei media italiani, qualcosa  sta succedendo in Francia: da più di una settimana, milioni di manifestanti pacifici (fra cui sono ragazzi e ragazze, padri e madri di famiglia, ebrei, musulmani, ragazzi di parrocchia, omosessuali non politicizzati, preti) in tutto il paese protestano, in gigantesche manifestazioni a livello nazionale o in più piccole azioni di protesta simbolica locali, ma sempre notevoli per il numero dei partecipanti e, soprattutto, per la loro costanza (non passa un giorno o una notte, senza che vi sia almeno una manifestazione), contro la legge in discussione al parlamento (discussione repentinamente accelerata ed ostacolata nel suo aspetto di opposizione dal partito socialista al governo) sui matrimoni omosessuali.
Tali manifestazioni (marce disarmate, veglie notturne nei prati della capitale, contestazioni3 ad alta voce contro ministri o sostenitori della legge, letture pubbliche di classici della letteratura francese…) vengono puntualmente represse con la violenza dalla polizia (ormai stabilmente in assetto anti-sommossa, e con effettivi oltremodo numerosi e rinforzi mandati a Parigi da tutto l’Esagono) agli ordini del primo ministro Manuel Valls. Violenza significa: gas lacrimogeni, manganelli, arresti, maltrattamenti vari… (qui un commovente e scandaloso esempio, risalente a giovedì sera; immagini che si commentano da sole in un breve video).

Tuttavia, le autorità non smettono di sminuire tali proteste, togliendo sempre qualche centinaio di migliaia di partecipanti al conto delle manifestazioni, e demonizzando i contestatori come “estremisti e fascisti” (mai si erano visti in Francia tanti fascisti come in questi giorni!).

Presentiamo qui tre testimonianze, prese da un sito cattolico (sì: integrista!) francese: Le rouge et le noir.

Si tratta di due dei 67 ragazzi e ragazze arrestati e tenuti in guardia a vista da Domenica notte e lunedì pomeriggio per aver preso parte ad una veglia pacifica e silenziosa davanti all’Assemblea Nazionale, e di un terzo giovane che, ad una di queste veglie, essendosi interposto fra un poliziotto e un deputato per difendere questi dall’aggressione poliziesca, ha ricevuto percosse e maltrattamenti ed è stato arrestato, per poi passare alcuni giorni in ospedale a meditare sulla umanità dei servizi d’ordine della Repubblica.

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Testimonianza di Carol Ardent
4Arrestati a mezzanote e cinquanta, con Ambrogio Riva, Louis Jaeger e Carl Moy-Ruifey, mentre manifestavamo pacificamente e silenziosamente, malgrado la presenza di I-Télé e del senatore Yves Pozzo di Borgo, ecco ciò che abbiamo vissuto.
Abbiamo aspettato più di tre ore fuori, davanti il commissariato, senza sapere ciò che sarebbe successo. Siamo stati perquisiti, e alcune delle nostre cose sono state confiscate, secondo lo stile proprio dei gendarmi mobili: le nostre coperte della nonna sono state registrate quali “coperte di tipo militare”. Ci aspettavamo un semplice controllo d’identità. E’ stato entrando nel commissariato che apprendemmo non trattarsi di normali controlli di routine. Eravamo stati messi in guardia a vista. Secondo i gendarmi mobili e i poliziotti, «Gli ordini vengono dall’alto». Essi sono i primi ad essere sorpresi del trattamento inflittoci: preferirebbero occuparsi dei veri delinquenti.
Veniamo messi in cella. Le 24 ragazze che ci accompagnano stanno in una sola cella, ammassate fra manifestanti malate, scioccate, spaventate. Fra il vomito e le lacrime, tengono duro. Gli uomini non si demoralizzano, e continuano a cantare tutta la notte, accompagnati dai sorrisi complici delle guardie. Altri improvvisano delle riunioni politiche segretissime sotto lo sguardo delle telecamere della prigione.
Tuttavia, alcune cose ci ricordano che siamo in prigione: non sappiamo l’ora, non possiamo comunicare con l’esterno; siamo privati della nostra libertà di movimento, di un buon letto, di nicotina, e di buon cibo; dobbiamo andare al bagno sotto la sorveglianza di una signorina, peraltro molto accomodante e, soprattutto, non sappiamo quando potremo uscire. E’ dura.
I poliziotti, molto scocciati di doverci infliggere tutto ciò, quando condividono tutte le nostre opinioni e sanno che noi siamo quella gente riconoscente per il loro servizio, ci autorizzano ad uscire dalle celle e a camminare nel commissariato senza manette. E’ ben poco.
Alle 17.10, sono stato fra i primi 10 manifestanti a ritrovare la libertà. Un comitato d’accoglienza, raccolto dalla Manif Pour Tous e dal Printemps Français, ci acclama. Ci teniamo a ringraziarli in questo articolo: fu una vera gioia vederli.
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Testimonianza di Louis Jaeger
600:30 – Il campeggio è folcloristico. I gendarmi arrivano in massa e ci accerchiano rapidamente. Il senatore Yves Pozzo di Borgo, che indossa una sciarpa tricolore, viene a darci sostegno. Ma un’altra persona, sconosciuta e in abiti borghesi, si avvicina dalle linee dei gendarmi, anch’egli con una sciarpa tricolore. Grazie al suo megafono, domanda ai campeggiatori di disperdere l’assembramento. La confusione regna e i gendarmi formano allora un cerchio più ristretto quindi ci trascinano via come cespi d’insalata, noi che siamo aggrappati gli uni agli altri con le braccia e le gambe. Una volta “riempito il cesto”, piuttosto rapidamente, i gendarmi sloggiano gli ultimi recalcitranti, quindi partiamo.
1:00 – Iniziamo a vedere il commissariato: un grande portico con cancelli ricoperti di filo spinato. I campeggiatori e le campeggiatrici sono divisi dalle lunghe e compatte file di gendarmi e poliziotti. Dopo varie ore di attesa, entriamo uno per uno nel commissariato. Nel frattempo, dei membri delle forze dell’ordine ci parlano, in un’atmosfera più distesa. Non capiscono. Da un lato, nessuno qua sembra conoscere il luogo, perché delle unità dei diversi commissariati di Parigi sono state richiamate per l’opera. Molta gente, per 67 campeggiatori. D’altro lato, noi discutiamo con loro e alcuni ci esprimono il loro malcontento. Per uno di essi, questa immagine ricorda dei momenti oscuri nella storia della polizia francese, per degli altri, si tratta di una vasta operazione politica: «Non abbiamo mai riservato un tale trattamento agli agitatori LGBT né mai messo in guardia a vista per così poco, quando i manifestanti dell’estrema sinistra si sarebbero meritati dieci volte di più, visto il loro comportamento. Ma gli ordini vengono dall’alto». La parola è stata detta: «Guardia a vista». Stupore. Pensavamo di essere sottoposti ad un semplice controllo d’identità. I pochi uffici sono pieni da scoppiare, e gli agenti sono stupefatti.
3:15 – Arrivo infine davanti ad un agente di polizia giudiziaria per firmare le carte riguardanti la mia guardia a vista. Mi mandano in una sala sorvegliata assieme a degli altri, poi veniamo minuziosamente perquisiti: cellulari, gioielli, cinture, stringhe delle scarpe… tutto è proibito. Durante questa procedura, l’agente mi confida il suo disappunto: «Qualcosa in questo paese non funziona: perché eravate là? Per il matrimonio omosessuale? E’ disgustoso, sono desolato di dover farvi questo. Tutto passerà, non preoccuparti». Capisco allora il contesto: degli agenti chiamati apposta per sorvegliarci e schedarci, un vasto dispositivo che oltrepassa largamente i quattro funzionari di polizia dei trasporti che gestiscono normalmente questo commissariato in cui ci troviamo.
3:45 – Sono senza orologio, ormai senza più la cognizione del tempo, ed entro in una cella umida, untuosa, putrida. Una sala con delle panche attaccate ai muri, 20 metri quadrati più o meno, nella quale sono buttate 21 persone. La cella delle ragazze deve accoglierne 24, con delle tracce e l’odore del vomito come antipasto per le lunghe ore d’attesa in queste stanze umide e in cui regna un calore spossante. Le altre stanze tengono 14 (che non hanno abbastanza posto per stare tutti seduti) e 7 persone, rispettivamente. La respirazione e la condensa in uno spazio tanto ristretto rendono rapidamente l’aria irrespirabile.
Comprendiamo che dovremo passare delle lunghe ore qua dentro, ma il coraggio non manca. Iniziamo allora il repertorio dei canti sboccati, tradizionali, militari: “La strasbourgoise”, “Fanchon”, “la Madelone” (perché avevamo veramente molta sete), e “les Partisans blancs” e il “Kyrie des Gueux”, qui ci danno dei colpi al cuore.
A contatto con gli agenti di polizia, constatiamo il loro stupore: «Voi non siete proprio la nostra clientela abituale», «E’ raro sentire dei canti dalle celle, non c’è male!». Bisogna dire che tutto l’edificio risuonava di quelle parole francesi, sia dalla cella delle ragazze che da quelle dei maschi.
Faccio conoscenza con i miei compagni di cella. Ci sono diversi motivi, ma soprattutto una vera inquietudine: la guardia a vista si annuncia difficile, ma noi stringiamo i denti, letteralmente, perché non avevamo scelta. Non posso che rimanere seduto per quasi 6 ore, degli altri dormono sul pavimento, pieno di capelli, di immondezze, di sporcizia, e impregnato di un forte odore d’urina. Un agente ci informa che un’altra cella è occupata dagli aggressori che hanno accoltellato Samuel Lafont (un deputato di destra fortemente contrario alla legge sui matrimoni gay n.d.t.), ma anche una persona arrestata per violenza sessuale. Siamo in buona compagnia.
Verso le 10 – Dopo una notte e una mattinata nelle celle lugubri e insopportabili dove non è stato possibile dormire, un superiore fa aprire tutte le porte e ci permette di sederci nel corridoio areato: finalmente respiriamo. Un medico è venuto a visitare la cella dove sono ammassate le ventiquattro ragazze. Ha ordinato la loro evacuazione, tanto l’aria era irrespirabile e le condizioni di detenzione scandalose. Molto fortunatamente, lo stesso regime di aria pulita è applicato anche a noi.
Questo stesso agente ci porta dei piatti per il pranzo, durante il quale il direttore, con il berretto da ufficiale di polizia in testa, passa fra le gambe dei “delinquenti” facendo qualche riflessione sul nostro “trattamento di favore”, in una atmosfera glaciale.
La comprensione degli agenti di polizia e la loro prossimità ci permettono di pazientare più facilmente. Durante gli interrogatori dei campeggiatori davanti agli agenti di polizia giudiziaria, continuiamo a tentare di dormire qualche minuto sul pavimento.
Verso le 17 – Cominciamo a partire quindi ci ritroviamo finalmente all’aria aperta e alla luce del sole, mentre numerosi sostenitori ci applaudono. Le telecamere i giornalisti ci saltano addosso: «A quale gruppo appartenete?», «Come vi chiamate?», «Siete tutti cattolici, vero?». Abbiamo ritrovato il mondo esterno, un altro calvario.
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Lettera di un manifestante molestato

Ecco una lettera diretta al deputato Poisson, da parte di una persona vittima delle violenze poliziesche di ieri sera.
Signor Deputato,
Ho avuto il piacere di incontrarvi ieri e di salutarvi nel ringraziarvi della vostra presenza alla manifestazione del 16. Ho dimenticato di felicitarmi per la vostra proposta di legge sulla protezione dei deputati che portano il nome d’un animale aquatico, finalmente una legge pertinente!

 

Allorché la situazione è degenerata, ero sul vostro fianco destro e mi sono interposto allorché voi – deputato della nazione, siete stato spinto. In quel momento, sono stato colpito al viso senza avvertimento da un celerino. Poi volendo ritirarmi, ho ricevuto altre tre colpi alla testa della stessa forza (forse non dalla stessa persona). Infine, capendo che intendevano “acchiapparmi”, m’hanno messo a terra, ma non essendo sufficienti 4 celerini a prendermi, uno m’ha infine tirato e trascinato per i testicoli. Per essere “deposto” in un furgone speciale (posto sul lato sinistro dell’ingresso della metropolitana, e non contenente nessuno). Una volta ripreso fiato, sono stato rapidamente rilasciato, mentre mi obbligavano a prendere la metro, allorché gli ho detto che non stavo bene. Vi assicuro che non ho sferrato alcun colpo e le mie uniche parole dovevano essere: “è un deputato”.
Appena uscito dal furgone sono stato fotografato e interrogato da un “giornalista fotoreporter”. La redazione di questa missiva mi è difficile, poiché esco ora dall’ospedale dove ero stato messo agli arresti fino al 18 incluso.
Ecco le foto di questa serata in allegato, utili ad ogni scopo.
Cordialmente

 

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Le testimonianze raccolte mostrano dunque che c’è stato un accanimento nei confronti dei manifestanti del tutto sproporzionato rispetto al loro comportamento, il quale è stato del tutto pacifico e non-violento. Inoltre, l’atteggiamento generale delle forze dell’ordine indica che questi veri e propri atti di violenza e di arbitrio, quali gli arresti di massa, non sono casi isolati o eccessi da parte di agenti di polizia violenti o stressati o di qualche ufficiale troppo zelante. Gli ordini di trattare con durezza i manifestanti, come se fossero dei criminali comuni, vengono direttamente dall’alto. Né è un caso che le questure abbiano pubblicato stime eccessivamente basse per quanto riguarda la partecipazione numerica alle manifestazioni.

 

Tutto questo non deve stupire. Il Ministro degli Interni è il liberalsocialista Manuel Valls, esponente di una sinistra liberale sul piano economico-politico, radicale sul piano sociale-morale e postmoderna sul piano filosofico. Egli rappresenta quindi una punta di diamante di quella che Del Noce ha definito “democrazia radicale di massa”. Valls, affiliato al Grand’Oriente di Francia e invitato diverse volte a presenziare alle riunioni del Club Bilderberg, ha più volte espresso le sue posizioni dichiaratamente laiciste e secolariste, affermando di voler inasprire le leggi laiciste del 1905, le quali a suo dire sarebbero troppo spesso aggirate. La sua intolleranza verso i credenti, siano essi cristiani o musulmani è ben nota. Questo spiega in parte perché siano state adottate simili misure poliziesche.

 

Tuttavia, questi fatti s’inquadrano in un contesto ben più generale, che tutti noi abbiamo avuto modo di sperimentare. Si tratta di quel clima di propaganda e di distorsione della realtà che permea determinati temi, cambiando attraverso l’uso sapiente dei media il significato delle parole, e arrivando a condannare e demonizzare non tanto i veri estremisti, quanto coloro che affermano posizioni del tutto pacate e normali. Così, chi si oppone – per fondati motivi sociali, economici e culturali – all’immigrazione di massa, è automaticamente considerato un razzista; mentre chi manifesta contro le proposte di legge omosessualiste viene tacciato di omofobia, anche se è assolutamente tollerante nei confronti delle persone con tendenze omosessuali. Dalla denigrazione mediatica all’odio e alla violenza, come mostra la storia del Novecento, il passo è breve.

 

Questo processo culturale di pervertimento dei costumi e di calpestamento del diritto naturale e comunitario da parte dell’arbitrio dell’individuo atomizzato e sradicato si può a ben ragione definire totalitario per vocazione, dal momento che non ammette alcun contraddittorio e nessun dissenso riguardo ai nuovi dogmi e ai nuovi tabù postmoderni. Uno dei cavalli di battaglia dell’attuale democrazia, su cui essa pretende di fondare la propria superiorità morale rispetto alle cosiddette dittature, ossia la libertà di espressione ne esce quindi del tutto smentito. Se opporsi, anche solo pacificamente, alle “magnifiche sorti progressive” è “colpa” passibile di arresti e maltrattamenti polizieschi (oggi, ma domani le pene potrebbero essere benissimo inasprite), allora che differenza rispetto a quei “totalitarismi” che riservavano lo stesso trattamento ai “nemici del Popolo” o “della Nazione”? Questa è una riflessione che dovrebbe riguardare tutti, non solo chi si sente minacciato oggi, ma anche chi potrebbe esserlo domani.

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