Le “mani libere” di Monti

(di Danilo Quinto) Ora il Presidente del Consiglio ha le mani libere. Ed è bene che sia così. Ci si preparava ad altri cinque anni del suo Governo. Hanno una bella faccia di bronzo coloro che sostengono che questo Governo ha messo a posto i conti, considerati i dati relativi al PIL, alla disoccupazione, al debito pubblico, al numero delle imprese che nell’ultimo anno hanno dovuto chiudere e a quello degli imprenditori che si sono suicidati. È stato dimostrato soprattutto quanto il problema dell’Italia sia quello di trovare una classe politica e dirigente in grado di assicurare una condizione pre-politica: l’individuazione dei bisogni dei cittadini rispetto alla loro vita reale, quotidiana.

Pensiamo ai giovani che per un terzo del numero sono disoccupati e al fatto che metà di questo terzo non lo cerca neanche più un lavoro. Altro che quota dello spread o dettati della Banca Centrale Europea, un’associazione privata che domina i mercati finanziari e si erge ad una difesa assurda dell’euro, una scelta ritenuta irreversibile da coloro che vogliono affidare a soggetti estranei alla sovranità nazionale degli Stati le scelte che riguardano la vita di popoli interi. Si scontri Monti, quindi, in una competizione elettorale e conquisti sul campo i “galloni” di Presidente del Consiglio. Senza accordi precostituiti, senza nomine che calano inopinatamente dall’alto, per giunta con i gradi di “senatore a vita”. Attraverso la legittimazione popolare e democratica. Se è vero che le sue politiche incontrano il favore degli italiani, che questo fatto sia verificato.

C’è anche una coincidenza che va rilevata. Montezemolo, prima dell’annuncio di dimissioni di Monti dopo l’approvazione della legge di stabilità, aveva dal canto suo annunciato di riflettere sulla formazione della sua lista. Le primarie del Partito Democratico e il ritorno in campo di Silvio Berlusconi, lo avrebbero fatto desistere. «Siamo al colpo di coda della prima Repubblica», aveva sostenuto. Come se la seconda Repubblica avesse qualche chance di sorgere con la sua presenza o con quella di Andrea Riccardi, Andrea Olivero e Raffaele Bonanni, ai quali si vogliono aggregare Fini e Casini, che rischiano di scomparire dalla scena politica dopo appena trent’anni. Senza Monti, Montezemolo si sentiva perso e lo ha fatto pesare. Subito dopo questa dichiarazione, Monti ha annunciato le sue dimissioni. I fatti, così come si succedono, hanno sempre un loro preciso significato.

Vuole il suo partito, Monti. Non demorde. E gli altri vogliono andare nel nuovo Parlamento sotto la sua protezione. Farà come fece Andreotti anni fa, sostenendo dall’esterno la lista promossa da D’Antoni. Oppure si candiderà, tanto le regole non valgono più. L’importante, per Monti, è continuare ad esserci, in una “partita” che lo vedrà ancora protagonista, fino ad approdare tra qualche mese al Quirinale. Sempre che Berlusconi sia d’accordo. Anche rispetto a questa prospettiva, piaccia o non piaccia, il “pallino” è ancora nelle mani di Berlusconi. Sarà populista Berlusconi – come gli dice il Presidente del Consiglio – ma spesso ci azzecca pure.

Infine, un’ultima questione. Con le elezioni che si annunciano per il 3 e 4 febbraio, si riduce a una ventina di giorni il tempo utile per la raccolta delle firme autenticate (150mila) per i partiti che non sono rappresentati in Parlamento. Una farsa, che si traduce nella lesione di diritti soggettivi – all’elettorato passivo e attivo – sanciti dalla Costituzione. Con il Presidente della Repubblica che invece d’intervenire sul Governo perché sani con un decreto questo vulnus e che si è battuto per la modifica della legge elettorale contro precise norme del Consiglio d’Europa che impediscono di modificare la normativa entro un anno dal voto, si preoccupa di come risponderanno i mercati alle dimissioni di Monti. E poi dicono che non siamo nelle mani delle Banche e dei banchieri. (Danilo Quinto)

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