Le contraddizioni di un giubileo che si chiude

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(di Roberto de Mattei su “Il Tempo” del 22/11/2016) Tra le chiavi di interpretazione del pontificato di papa Francesco c’è sicuramente il suo amore per la contraddizione. Questa disposizione di animo risulta evidente dalla lettera apostolica ‘Misericordia et misera‘, firmata a conclusione del Giubileo straordinario della misericordia. In questa lettera papa Bergoglio, stabilisce che quanti frequentano le chiese officiate dai sacerdoti della Fraternità san Pio X possano ricevere validamente e lecitamente l’assoluzione sacramentale. Il Papa sana dunque quello che, costituiva il principale fattore di “irregolarità” della Fraternità fondata da mons. Lefebvre: la validità delle confessioni. Sarebbe contraddittorio immaginare che una volta riconosciute valide e lecite le confessioni non siano considerate altrettanto lecite le Messe celebrate dai sacerdoti della Fraternità, che sono in ogni caso certamente valide. A questo punto non si capisce che necessità c’è di un accordo tra Roma e la Fraternità fondata da mons. Lefebvre, visto che la posizione di questi sacerdoti è di fatto regolarizzata e che i problemi dottrinali ancora sul tappeto, al Papa, come è noto, interessano scarsamente.

Nella stessa lettera, affinché «nessun ostacolo si interponga tra la richiesta di riconciliazione e il perdono di Dio», papa Bergoglio concede, d’ora innanzi «a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto». In realtà, i sacerdoti avevano già la facoltà di perdonare il peccato di aborto in confessione. Però, secondo la prassi plurisecolare della Chiesa, l’aborto rientra tra i peccati gravi puniti automaticamente con la scomunica. «Chi procura l’aborto, ottenendo l’effetto incorre nella scomunica latae sententiae» recita il Codice di Diritto Canonico del 1983 al canone 1398. I sacerdoti, dunque, avevano bisogno del permesso del proprio vescovo per togliere la scomunica prima di poter assolvere dal peccato di aborto. Adesso ogni sacerdote può assolvere anche dalla scomunica, senza bisogno di ricorrere al suo vescovo o d’esserne delegato. La scomunica di fatto cade e l’aborto perde la gravità che il diritto canonico gli attribuiva.

In un’intervista rilasciata il 20 novembre a Tv2000, papa Francesco ha affermato che «l’aborto rimane un grave peccato», un «crimine orrendo»,  perché «pone fine a una vita innocente». Può il Papa ignorare che la sua decisione di sganciare dalla scomunica latae sententiae il reato di aborto relativizza questo «crimine orrendo» e permette ai mass-media di presentarlo come un peccato che la Chiesa considera meno grave del passato e che facilmente perdona?

Il Papa afferma nella sua Lettera che «non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre», ma, come è evidente dalle sue stesse parole, la misericordia è tale perché presuppone l’esistenza del peccato, e dunque della giustizia. Perché parlare sempre e solo del Dio buono e misericordioso, e mai del Dio giusto, che premia e punisce secondo i meriti e le colpe dell’uomo? I Santi, come è stato osservato, non hanno mai cessato di esaltare la misericordia di Dio, inesauribile nel dare; e, insieme, di temere la sua giustizia, rigorosa nell’esigere. Sarebbe contraddittorio un Dio capace soltanto di amare e premiare il bene e incapace di odiare e punire il male.

A meno di non ritenere che la legge divina esiste, ma è astratta e impraticabile e l’unica cosa che conta è la vita concreta dell’uomo, che non può non peccare. Ciò che importa non è l’osservanza della legge, ma la fiducia cieca nel perdono e nella  misericordia divina. Pecca fortiter, crede fortius. Ma questa è la dottrina di Lutero, non della Chiesa cattolica. (di Roberto de Mattei su “Il Tempo” del 22/11/2016)

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