L’abate di Einsiedeln e la “cenere” della Chiesa

Martin Werlen(di Mauro Faverzani) È membro della Conferenza Episcopale Elvetica, che pare appoggiarlo. Per questo che a fare certe affermazioni sia mons. Martin Werlen, il cinquantenne abate benedettino di Einsiedeln, nel Cantone di Schwytz, in Svizzera, fa ancora più scalpore e crea ancora maggior confusione. Ciò che scrive nel suo opuscolo dal titolo Scoprire la brace sotto la cenere – ripreso nell’edizione on line del quotidiano cattolico francese “La Croix” ‒, è sconcertante: ad esempio, ritiene sia giunta l’ora che i battezzati ed i cresimati di una Diocesi vengano coinvolti «in maniera adeguata» nella nomina del loro Vescovo. Il che significherebbe, nei fatti, introdurre una forma rivoluzionaria di “democraticismo” all’interno della Chiesa.

Di più, significherebbe colpire Pietro, visto che il Codice di Diritto Canonico al Canone 377 comma 1, precisa con chiarezza come sia «il Sommo Pontefice»a nominare «liberamente i Vescovi»o a confermare quelli che siano «stati legittimamente eletti». E proprio al Santo Padre mons. Werlen suggerisce con disinvoltura di cambiare consiglieri e rimpiazzare i Cardinali con uomini e donne provenienti da ogni parte del mondo, da convocarsi ogni tre mesi per un periodo sperimentale di cinque anni. Non essendo questi costretti a dire o tacere alcunché «per timore di porre a rischio la propria carriera», ritiene che possano per ciò stesso suscitare «un nuovo dinamismo nel governo della Chiesa». Con altrettanta insistenza mons. Werlen chiede di rivalutare i Sinodi episcopali, purché “sganciati” dal controllo romano sull’esempio del Vaticano II, afferma, e con un’ansia di cambiamento tesa a far emergere il «nuovo». Come se nel deposito della fede, non ci fosse già tutto…

Altra “trovata” dell’abate: smontare il celibato dei preti. «Noi siamo riusciti a presentare la sequela di Cristo nel celibato in modo tale da farla sembrare una legge», lamenta. Dimenticando forse come ancora il Codice di Diritto Canonico, al Canone 277 comma 1, preveda per i chierici «l’obbligo di osservare la continenza perfetta e perpetua per il Regno dei Cieli». Le tesi dell’abate di Einsielden si scontrano frontalmente anche col Catechismo della Chiesa Cattolica che al n. 1579 spiega come i ministri ordinati conservino «il celibato “per il Regno dei Cieli” (Mt 19,12)», per «consacrarsi con cuore indiviso al Signore», donandosi «interamente a Dio ed agli uomini».

La stessa Sacra Scrittura attribuisce a chi non sia sposato il compito di preoccuparsi «delle cose del Signore, come possa piacere al Signore» (I Cor 7,32). Ed anche per i divorziati risposati suggerisce di seguire l’esempio degli ortodossi, che non li escludono dalla Comunione, approccio ‒ ha precisato l’abate ‒ mai condannato dalla Chiesa Cattolica. Che, tuttavia, pur non mettendo becco in casa altrui, è molto chiara in casa propria, laddove nel Catechismo della Chiesa Cattolica specifica al n. 1650: «La Chiesa non può riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il primo matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la Legge di Dio. Perciò essi non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione. Per lo stesso motivo non possono esercitare certe responsabilità ecclesiali. E questo non per arbitrio, bensì seguendo la Sacra Scrittura: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio”(Mc 10, 11-12)».

Ma mons. Werlen incalza, facendo intendere come anche sulla questione del “gender” la Chiesa sia, a suo giudizio, «maldestra ed impotente». E debba anzi farsi più «femminista», poiché farebbe «sempre fatica col «sì» alla donna», dimenticando completamente come, ad esempio (ma è solo un esempio…), nella Lettera alle donne del 29 giugno 1995 il Beato Giovanni Paolo II non esitò a parlare di «genio femminile», specificando come la Chiesa ne veda «in Maria la massima espressione».

Ma come e attraverso chi l’abate svizzero è giunto a tali conclusioni? I nomi sono i soliti. Da una parte l’anagrafe lo rende figlio del cosiddetto “spirito” del Concilio Vaticano II. Dall’altra lui stesso afferma d’aver tratto spunto nello scrivere quest’opuscolo da una frase del Card. Carlo Maria Martini, quando disse in un’intervista: «Io vedo nella Chiesa d’oggi così tanta cenere freddatasi sulla brace che spesso un sentimento d’impotenza m’opprime». Da qui mons. Werlen trarrebbe spunto per definire «drammatica»la situazione della Chiesa, accusata di scarsa «creatività» e di aver tirato «il freno a mano»al punto da poter presto essere cancellata «con le sue istituzioni». Accusa i vertici di disobbedienza: «La disobbedienza deplorata dalla Chiesa ufficiale è spesso la conseguenza della disobbedienza dei suoi rappresentanti».

Stupisce che il suo opuscolo sia già giunto alla terza edizione ed in pochissimo tempo. Ancor più stupisce che ‒ secondo quanto riportato dal “National Catholic Reporter” ‒ il neo-eletto Presidente della Conferenza Episcopale Elvetica, mons. Markus Büchel ‒ in carica dal primo gennaio ‒, dopo aver letto il testo, abbia espresso gratitudine all’abate di Einsielden, elogiandolo per essersi fatto carico «di questioni urgenti», per aver delineato «i problemi in modo chiaro»e per aver avanzato «possibili soluzioni». Tutto questo sarebbe di «stimolo per discussioni alquanto necessarie nella Chiesa»e corrisponderebbe ad una sua «personale preoccupazione». Ciò, ad indicare come plausibilmente mons. Werlen non agisca da libero battitore, bensì intercetti e faccia propria la linea di tendenza di un’importante Conferenza Episcopale centro-europea. L’abate invita a «scoprire la brace, che dona la vita, e vuole, ancora oggi, ardere». Di certo, non vi riuscirà opponendosi alla Tradizione, unica fonte certa e preziosa per non smarrire la retta via. L’unica in grado di riattizzare davvero il fuoco della fede. (Mauro Faverzani)

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