La Vultum Dei quaerere e la sovietizzazione dei Monasteri

Vaticano, 22 luglio 2016. Conferenza stampasulla Costituzione apostolica  Vultum Dei  quaerere. Mons. Jose Rodriguez Carballo

(di Cristiana de Magistris) La Santa Chiesa di Dio è stata fondata da Nostro Signore Gesù Cristo in modo innegabilmente gerarchico. Basta sfogliare le pagine del Vangelo per imbattersi nella chiamata degli apostoli o nel primato di Pietro o nella istituzione – durante l’ultima Cena – di una gerarchia solidamente costituita per comprendere che il principio gerarchico nella Chiesa di Dio non è un’ipotesi, ma un fatto ben determinato ed irrevocabile.

Il potere supremo di giurisdizione, ad esempio, è conferito dal Signore al solo Pietro e non al Collegio apostolico, né tantomeno a un sinodo o ad un’assemblea. La giurisdizione delle Chiese particolari è data – nella storia della Chiesa sin dai primordi – a singoli Vescovi e non a collegi episcopali. Questa struttura piramidale non implica naturalmente che coloro che appartengono alla gerarchia voluta da Nostro Signore siano tutti santi. La storia ha dato infinite prove del contrario. Ciononostante – scrive il grande padre domenicano  R.T. Calmel – «il Signore ha voluto nella sua Chiesa l’autorità personale e l’ha istituita personale. Invece dopo il Concilio, assistiamo ad un gigantesco tentativo di spersonalizzazione dell’autorità: da personale quale essa è per diritto divino, la vediamo parlamentarizzarsi, collegializzarsi, si potrebbe dire sovietizzarsi».

Attraverso questa sovietizzazione dell’autorità nella Chiesa, coloro che, di fatto, esercitano l’autorità hanno infiniti mezzi per eclissarsi e scomparire nell’anonimato della collegialità. Ma il sistema collegiale – scrive ancora Padre Calmel – «è ipocrita e contro natura», perché, se da un lato «esenta ciascuno dal peso delle proprie responsabilità e dagli intollerabili bruciori dei rimorsi», «al tempo stesso e in forza dello stesso meccanismo, fa cooperare tutti ai peggiori misfatti, all’istallazione di una falsa religione cristiana sotto una maschera cristiana». Si tratta di una autentica “commedia collegiale” attraverso cui i vescovi sono personalmente sempre più impotenti ma divengono collegialmente onnipotenti.

Questo “abile camuffamento collegiale” ha tristemente penetrato la Chiesa di Dio in tutte le sue dimensioni. A partire dalle Conferenze episcopali, passando per ogni tipo di Commissione, fino alle parrocchie ed ora anche ai Monasteri di clausura, i quali – in forza della recente Costituzione apostolica Vultum Dei quaerere – hanno ora l’obbligo di “federarsi”, ossia di appartenere ad una Federazione, che altro non è se non l’applicazione della rivoluzione collegialista e democratica ai Monasteri.

Una delle caratteristiche principali delle comunità monastiche è stata, infatti, finora, la loro configurazione canonica di monasteri sui iuris, ossia autonomi, in quanto dipendenti direttamente da un superiore (il Vescovo o il Superiore del ramo maschile del medesimo Ordine). Tale configurazione, di origine antichissima, riflette e garantisce il “proprium” di ogni monastero, che è la separazione dal mondo per sostenere il mondo con la preghiera e la penitenza. Ogni monastero è, o meglio era, una piccola tebaide, un luogo solitario dove le monache attendono solo a Dio e alla salvezza delle anime. La clausura, caratteristica dei monasteri femminili, separa le monache dal mondo ma non dagli uomini, che esse, grazie anche alla clausura, ritrovano nel Cuore di Dio. Le associazioni di più monasteri – le cosiddette “Federazioni” – imposte dalla nuova Costituzione apostolica minano questa struttura secolare, giuridica e religiosa, fin dalla sue fondamenta.

Va detto che le Federazioni di Monasteri non sono in sé una novità: esse furono istituite da Pio XII negli anni ‘50 a seguito delle due guerre mondiali, che avevano reso difficile e decadente la vita di alcune Comunità monastiche. Fu un’iniziativa forse discutibile, ma fatta con ottime intenzioni. In ogni caso, l’istituzione delle Federazioni non implicava l’obbligo di appartenervi. Ciascun monastero, essendo sui iuris, cioè autonomo, poteva decidere se aderirvi o meno.

Ora le cose sono cambiate. Con l’obbligo di appartenere alle Federazioni, i monasteri perdono, de facto anche se non de iure, la loro autonomia per annegarsi in una massa anonima di monasteri che andranno verso l’appiattimento e la dissoluzione della vita monastica “di sempre”. Le Federazioni sembrano il “cavallo di Troia” della Costituzione apostolica. Attraverso di esse, la normalizzazione modernista dei pochi monasteri, che ancora sopravvivono alla rivoluzione in atto da cinquant’anni, sarà un’operazione inevitabile oltre che rapida.

L’opera di smantellamento, del resto, inaugurata con le riforme conciliari della vita religiosa, continua nella recente Costituzione apostolica anche attraverso la definitiva abrogazione di tutti gli articoli del CIC contrari alla Costituzione stessa, nonché dei documenti pontifici che avevano regolato finora la vita claustrale (Sponsa Christi di Pio XII, Inter preclara e Verbi Sponsa della Congregazione per i Religiosi).

Molto giustamente nel documento è riaffermato a più riprese il valore inestimabile della vita claustrale, poiché – vi si legge – «le sorti dell’umanità si decidono nel cuore orante e nelle braccia alzate delle contemplative» (n. 17). Evidentemente, se lo scenario mondiale che è sotto i nostri occhi è frutto della preghiera delle claustrali, si può lecitamente sollevare qualche perplessità sulla santità di vita che si conduce nei monasteri. E il loro futuro – dopo questa Costituzione apostolica – non si profila certo migliore, visto che il colpo mortale ai Monasteri è stato inferto dall’Autorità che dovrebbe difenderli e vivificarli. La loro “sovietizzazione” avrà come unico risultato la loro normalizzazione e dissoluzione, con le nefaste conseguenze, per la Chiesa e per il mondo, che ognuno può ben immaginare. Ancora una volta “Roma mi ha fatto male”.

Nel processo di autodemolizione della Chiesa resta allora da chiedersi se e come potrà sopravvivere la vita contemplativa. Prima di morire, il cardinal Liénart, che fu tra gli artefici di quest’autodistruzione, disse: «Umanamente parlando, non c’è più salvezza per la Chiesa». Ma resta il soprannaturale, cioè l’essenziale, di cui la vita contemplativa rappresenta la punta di diamante. E se la vita contemplativa, nella sua struttura giuridica, segue inevitabilmente l’autodemolizione della Chiesa, niente e nessuno potrà arrestare la contemplazione delle anime amanti di Dio con la quale esse – nonostante l’autodemolizione della Chiesa – restano invariabilmente ancorate all’anima e ai frammenti sempre viventi del suo Corpo.

La Chiesa si ricostruirà con i mezzi soprannaturali che – come ci ricorda Padre Calmel – sopravvivono al logorio della storia e alle turpitudini del mondo, perché sono le risorse inespugnabili di vita e di risurrezione. (Cristiana de Magistris)

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