La visione natalizia di san Gaetano di Thiene

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(di Don Marcello Stanzione) San Gaetano di Thiene (1480- 1547) è venerato come il “Santo della Provvidenza” per la sua illimitata fiducia in Dio e perché dedicò la propria esistenza al servizio dei poveri, degli ammalati e degli indifesi tanto da fondare un Istituto con questo scopo. Per il suo zelo per la salvezza delle anime venne anche soprannominato  “cacciatore di anime”.

Discendente della famiglia dei conti di Thiene nei presi di Vicenza, rinunciò alla carica che gli era stata offerta a Roma; ai posti d’onore preferì la compagnia dei poveri e degli esclusi. A Roma egli c’era già stato perché, dopo la laurea in materie giuridiche conseguita a Padova, venne chiamato come segretario particolare del Papa con l’incarico di scrittore delle lettere pontificie, un compito che gli fece conoscere persone importanti. Egli non si lasciò abbagliare dallo splendore della corte pontificia, né si scoraggiò di fronte al disordine diffuso – ripeteva: «Roma un tempo santa, ora è una Babilonia» – anzi, illuminato da Dio, cominciò a riformare prima se stesso e poi la comunità cristiana. …

Egli, oltre ai suoi compiti di Curia, cominciò ad assistere gli ammalati dell’ospedale di san Giacomo e si iscrisse all’Oratorio del Divino Amore, a trentasei anni divenne sacerdote e il giorno di Natale del 1516 celebrò la sua prima Messa nella basilica di S. Maria Maggiore. Durante la celebrazione della Messa, a Gaetano apparve la Madonna che gli depose tra le braccia il bambino Gesù; per questo egli è raffigurato nell’arte e nelle immagini devozionali con Gesù Bambino tra le braccia.

Come vivesse, ce lo dice un testimone oculare, certo don Enrico Danese: «Era irreprensibile, casto, mansueto, misericordioso e pieno di ogni pietà verso gli infermi. Con le sue proprie mani li cibava e custodiva e serviva. In quanto alla sua camera era povera: c’era un povero saccone di paglia dove riposava, con un cuscino, un tavolino con uno sgabello per sedere, con alcuni libretti e una figura di carta. Lo vestire suo era di panno grosso, con calzette di cordicella bianca, con calzoni alla veneziana…»

Don Gaetano svolgeva l’ammirevole azione di assistenza spirituale e materiale nell’ospedale di San Giacomo. Ma egli e i confratelli del “Divino Amore” sapevano e vedevano quanti ammalati, tanto gravi da essere ritenuti incurabili, vagavano schivati da tutti, per la città. Pungolati da don Gaetano, i confratelli, che per le cariche civili e religiose occupate avevano voce presso le autorità, riuscirono, superando mille ostacoli, ad ottenere importanti sovvenzioni da dedicare agli incurabili. Il ricovero offerto ai derelitti, miseri, stracciati e ripudiati, fu una non reclamizzata, ma certo tanto apprezzata, affermazione della confraternita del Divino Amore.

I limiti di questo scritto vietano di dire tutto quanto andrebbe pur detto sul «fuoco bruciante e illuminante», che caratterizzò il primo anno di sacerdozio di don Gaetano. Ma del premio che egli ricevette nella notte di Natale del 1516 non si può tacere. Stava pregando in Santa Maria Maggiore, e precisamente nella cappella del Presepio (dove si conservano, inseriti in una magnifica culla di materiali preziosi, alcuni legni della culla di Gesù) allorquando mosse, con gesto apparentemente illogico, le braccia verso l’immagine di Maria col Figlio. Successe allora l’incredibile: la Vergine Maria posò, sulle braccia tese di don Gaetano, «quel tenero fanciullo, carne e vestimento dell’eterno Verbo». 

Questo fatto straordinario lo apprendiamo da una lettera, che lo stesso protagonista scrisse un mese dopo, alla suora bresciana Laura Mignani, donna di altissimi meriti, tanto che don Gaetano e altri sacerdoti, senza conoscerla di persona, se ne erano fatti figli spirituali. Raccontata la visione, don Gaetano la commenta così: «…Duro era il mio cuor ben lo crederete, perché certo non essendosi in quel punto liquefatto, segno è che è di diamante». E sospirava: «Pazienza!». La visione, sempre su testimonianza del protagonista, si ripeté nelle due feste della Circoncisione e dell’Epifania. Don Gaetano ne fu tanto grato che si confermò e si corazzò nelle «immortal guerra contro i tre pestiferi nemici: la carne, il mondo e il demonio, da superare con l’aiuto della croce».

Poco dopo preferì ritornare a Venezia dove fondò l’Ospedale degli Incurabili. Comprese anche la necessità di ricondurre gli Ecclesiastici nell’alveo della santità di vita consona alla propria vocazione; per questo maturò l’idea di un Istituto religioso sacerdotale, dando personale testimonianza di povertà evangelica ed intenso desiderio d’imitazione del Salvatore. Devoto del presepe e della passione del Signore, con Pietro Carafa, il futuro Paolo IV, fondò la Congregazione dei chierici comunemente detti Teatini, da Teate, il nome latino della città abruzzese di Chieti della quale era Vescovo. Erano chierici che trovavano nella Divina Provvidenza la soluzione ad ogni problema. Coadiuvato da tre compagni prese i voti presso la tomba di san Pietro, in Vaticano, intendendo ricreare lo spirito della primitiva comunità cristiana.

I Teatini ebbero un ruolo significativo nella controriforma e il loro esempio fu molto significativo per la Chiesa in tempi in cui il monaco tedesco Martin Lutero, contemporaneo di Gaetano, stava lacerandola irreparabilmente. Quando a Roma scesero i Lanzichenecchi durante le tragiche giornate del sacco di Roma del 1527 da parte delle truppe di Carlo V, Gaetano fu da loro seviziato e imprigionato nella torre dell’Orologio in Vaticano, mentre il Papa fu costretto a rifugiarsi in Castel S. Angelo difeso dalle Guardie Svizzere.

Poco dopo tornò a Venezia. Qui scoppiò l’epidemia di peste che costrinse i Teatini a propagarsi in altre città dove, insieme ai gesuiti, operarono per la Controriforma cattolica. Nel Veneto moltiplicò le sue opere apostoliche e assistenziali accettando tra l’altro l’invito del noto tipografo veneziano Paganino Paganini di avviare i padri Teatini all’arte della stampa tipografica inventata dal tedesco Giovanni Gutenberg. In seguito si trasferì a Napoli dove svolse una multiforme attività diretta a formare il popolo alla pietà e all’integrità dei costumi nonché alla riforma delle comunità claustrali femminili.

Egli fondò ospizi per anziani, incrementò l’assistenza all’Ospedale degli incurabili, stette accanto al popolo durante le carestie e le ricorrenti epidemie che flagellarono la città in un periodo di sanguinosi tumulti e riavvicinò i fedeli al sacramento della riconciliazione. Si deva a lui la fondazione del famoso Monte di Pietà per giusti prestiti ed elargizioni, un istituto bancario pensato per le vittime degli strozzini e degli usurai, dal quale in seguito ha avuto origine il Banco di Napoli, il più grande Istituto bancario del Mezzogiorno. (Don Marcello Stanzione)

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