La vicenda dei Marò, una vergogna italiana

Marò(di Danilo Quinto) La Corte Suprema indiana deciderà il 12 settembre se il militare italiano Massimiliano Latorre – trattenuto in India, insieme al suo compagno Salvatore Girone dal 15 febbraio 2012, quando un incidente provocò la morte di due pescatori indiani al largo del Kerala e ancora in attesa di processo – potrà tornare a casa, per 3-4 mesi, ritenuti necessari per curare i postumi dell’ischemia che lo ha colpito nei giorni scorsi.

Quel che si è ottenuto, nell’udienza che si è svolta lunedì scorso, è solo l’esenzione per due settimane dall’obbligo di firma presso il commissariato. Nel corso dell’udienza, si è anche appreso che nel caso in cui la Corte – che ha chiesto al Governo di esprimere un suo parere – decidesse di concedere il rientro temporaneo del militare italiano, l’Italia è pronta ad accettare non meglio specificate condizioni a garanzia.

L’udienza si è svolta nello stesso giorno in cui il giornale indiano “Hindustan Times” ha scritto che i due fucilieri della Marina italiana «presumibilmente cercarono di coprire il loro operato spingendo il capitano della petroliera Enrica Lexie a inviare un rapporto per le organizzazioni internazionali di sicurezza marittima in cui si sosteneva che i pescatori erano armati e che questo fu alla base della decisione di sparare».

Una fonte del Ministero dell’Interno indiano che ha richiesto l’anonimato ha detto al giornale che «il capitano della Enrica Lexie generò un rapporto via e-mail in cui si sosteneva che sei dei pescatori a bordo del peschereccio St. Antony erano armati». «Ma gli investigatori indiani – ha scritto ancora il giornale – verificarono che tutti gli undici pescatori a bordo erano disarmati. Non c’erano armi sul peschereccio».

Il giornale infine scrive che la e-mail fu mandata ad una organizzazione per la sicurezza marittima che l’avrebbe poi inoltrata all’International Maritime Organisation, agenzia dell’Onu per il rafforzamento della sicurezza marittima. «Ma quando durante le sue indagini l’Agenzia nazionale per la sicurezza (Nia) indiana ha interrogato il capitano della Enrica Lexie – dice la fonte anonima – questi ha negato di essere stato testimone dell’incidente e della sparatoria, dichiarando di aver redatto la e-mail sotto la pressione dei fucilieri di Marina accusati. L’obiettivo era quello di presentare i pescatori come pirati».

Il giornale ha usato una fonte del Ministero dell’Interno, l’organo che dovrà formulare i capi d’accusa a carico dei militari italiani, a dimostrazione di quanto l’intera vicenda presenti sempre più contenuti di torbidità.

Da 31 mesi – tanto è il tempo trascorso da quel 15 febbraio ’14 – l’opinione pubblica italiana assiste inerte alla sorte dei due nostri connazionali, senza che alcuno sollevi, salvo isolate eccezioni, una questione semplice e nello stesso tempo fondamentale: la loro difesa corrisponde alla difesa della nostra identità e sovranità nazionale, alla difesa di quella che una volta si chiamava patria.

I tre Governi, i tre Ministri degli Esteri e i tre Ministri della Difesa che si sono succeduti in questi 31 mesi, avrebbero dovuto mettere da parte (nel senso di non considerare) l’ammontare dell’interscambio commerciale tra Italia e India, che si aggira intorno 8,5 miliardi, i 1.000 miliardi di grandi opere che l’India intenderebbe avviare entro il 2017, i 250 miliardi di dollari che spenderà nel prossimo decennio per ammodernare il suo equipaggiamento militare, i contratti di Finmeccanica in ballo.

Avrebbero dovuto pensare solo alla vita di quei militari e alle loro famiglie e decidere d’interrompere i rapporti diplomatici ed economici. Non l’hanno fatto e sono stati proprio loro – fino ad ora – a creare una situazione che per le persone ragionevoli appare del tutto ingestibile. Questa è una vergogna italiana. (Danilo Quinto)

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