La maternità cristiana contro il “sabba delle streghe”

Marina AbramovićMarina Abramović

(di Cristina Siccardi) La celebre e quotata “artista” di Arte Contemporanea – l’AC, per usare l’acronimo della storica dell’Arte Christine Sourgins, con il quale ella indica quell’arte oscena, oscura e mercificata che trasmette bruttezza e disvalori, sovrapponendosi con il potere delle lobby all’Arte autentica, che esprime bellezza, verità naturali e divine – Marina Abramović (nella FOTO), serba naturalizzata statunitense, autodefinitasi «Grandmother of performance art», ha dichiarato in questi giorni, durante un’intervista rilasciata al giornale tedesco Tagesspiegel: «Ho avuto tre aborti. Un figlio sarebbe stato un disastro per la mia carriera» perché «Ognuno ha un’energia limitata nel proprio corpo e con un bambino so che avrei dovuto dividerla».

Che genere di donna è mai questa? Tale diabolica dichiarazione ha fatto il giro del mondo non solo perché l’Abramović è nome noto, ma anche perché tale affermazione si riallaccia a quell’ideologia ultrafemminista che ha seminato morte e distruzione, soprattutto a partire dal 1968.

Al Museo del Prado è esposto un dipinto di Francisco Goya, un olio su tela realizzato fra il 1819 e il 1823 (140×438), dal titolo Il sabba delle streghe. Un’opera che raffigura molto bene ciò che rappresenta Marina Abramović. Goya, infatti, fa convivere il mostruoso e l’umano: il caprone (Satana) che troneggia al centro della scena ha trasmesso i propri tratti demoniaci alle donne sedute a cerchio intorno a lui: donne dai volti deformati, grotteschi che gli offrono in sacrificio… dei bambini.

«Quale padre tra voi», domandò Gesù, «se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!» (Lc 11, 11-13). Lo scorpione, oggi, viene distribuito in lungo e in largo ai figli, già nel grembo, ancor prima che possano chiedere una qualsiasi cosa. La morte dell’innocente è fatto normale nella inciviltà postcristiana.

Il Fatto quotidiano ha titolato così l’esternazione della disartista disumana, pienamente accolta e vezzeggiata dal mondo dell’AC: «Marina Abramović ha ragione: i figli sono un freno alla carriera». Ha ragione, dunque, ed ha abortito, scrive la giornalista Elisabetta Ambrosi, «non per cinismo, non per indifferenza alla maternità, piuttosto – come lo racconta – per la consapevolezza che non sempre si può avere tutto nella via e che occorre fare delle scelte» e la scelta è stata compiuta con la licenza di uccidere.

La giornalista donna prosegue nel suo vaniloquio per trovare motivazioni irragionevoli e inesistenti: «Si potrebbe obiettare alla Abramović che la maternità è un’esperienza creativa, che non può che arricchire un’artista, dandole nuovi spunti per le sue opere. Ma anche in questo caso si peccherebbe per scarso realismo e poca conoscenza del mondo dell’arte: il dilemma degli artisti è sempre stato quello tra vita e opera (quanto dedicare alla vita e quanto all’opera) e moltissimi tra di loro, ad esempio gli scrittori, avvertendo tragicamente che il tempo è poco e che per affermarsi occorrono dedizione assoluta e abnegazione, hanno sacrificato esperienze importanti per la propria esistenza. Valeva ieri e vale anche oggi: il mondo dell’arte contemporaneo è difficile, competitivo, e Abramović ha raggiunto la fama grazie a performance spesso estenuanti, nella preparazione e nell’esecuzione» di realizzazioni che hanno il più delle volte per oggetto il turpe, lo scandalo, l’osceno, le tenebre, il disgustoso, il macabro, l’ignominioso. Questa disartista che progetta e realizza tali aborti artistici ha pianificato e compiuto anche aborti di creature umane.

Neppure essere candidate alla poltrona più prestigiosa del mondo, come può essere quella della Casa Bianca, alla quale ambisce in questo momento la democratica e abortista Hillary Clinton, può essere un’ambizione da mettere a confronto con la mirabile essenza – non esperienza!  (non può essere definito semplicemente esperienza ciò che palpita nelle fibre muliebri dall’inizio al per sempre dell’essere mamma) – di trasmettere la vita e di essere responsabile del nutrimento, della cura, della formazione spirituale e caratteriale di questa vita, grazie anche al suo sposo divenuto padre. Qual nobile, altissimo e delicatissimo compito! L’ignoranza crassa della discultura femminista si potrebbe dire che rientra in un circo di tragica iniquità.

Essere madre non è una performance, è esserlo, senza tempo e senza spazio. Per le donne non esiste al mondo un dono più grande della maternità e quelle che non lo capiscono è perché hanno perso il senso della vita, che è un fatto serio: l’arte di bilanciare sapientemente donazione, dovere, sacrificio sotto lo sguardo costante del Creatore. E la felicità dell’essere mamme è proporzionata alla disposizione del sacrificarsi: un sacrificio che non pesa perché è dettato dallo spirito, più forte del corpo.

Come i dolori del parto vengono sublimati in una indescrivibile gioia celestiale dopo la nascita del figlio, così le fatiche materne vengono sublimate nell’appagamento dell’essere riconosciute madri degne dal proprio consorte e dai propri figli: parole e gesti impagabili che arrivano come mazzi d’amore di sublime incanto e profumo a dare alimento per proseguire il cammino, che non è per l’effimero successo, ma per la salvezza eterna. Così, quei sacrifici e quelle rinunce, quelle lacrime e quelle paure d’amore disseminate nei giorni più o meno impegnativi, con il sostegno di Dio e della Madonna, si trasformano in piena realizzazione.

Quando si desidera con infinita e grata gioia il dono mirabile della maternità, quella maternità cercata nello straordinario Sacramento del matrimonio, il Signore arriva in formidabile sostegno a moltiplicare la produttività, le forze, il tempo e non solo per occuparsi della famiglia. Quante sante e quanti santi sono lì a dimostrare la sovrabbondanza umanamente inspiegabile delle loro risorse? Il tempo nelle loro mani si moltiplica in produzione di opere spirituali e materiali.

Vogliamo citare, per stare in ambito di maternità, le spose Teresa Orsini Doria Pamphili Landi, che ebbe quattro figli ed una sorprende vita di soccorso ai bisognosi, ed Elisabetta Canori Mora, abbandonata con i figli dal marito e pronta ad elargire carità agli infelici giorno e notte? Senza dimenticare giammai l’epica ed innumerevole maternità spirituale di Santa Teresa d’Avila; perché anche la vera suora, sposa di Cristo, è madre. Quanta cosciente o incosciente ignoranza negli egoisti, negli edonisti, nei cercatori del piacere fine a se stesso! Inseguono angosciosamente tutto per sé, infliggendo crudeltà e male agli altri, fino a desiderare e provocare la morte dei propri figli.

Gareggiare con la maternità pienamente vissuta è impossibile, perché essa si colloca ad un piano superiore, sulla vetta della dimensione femminile, e guarda letteralmente dall’alto in basso tutti gli altri ruoli sociali a cui una donna può ambire o raggiungere. Se l’obiettivo principale è quello di servire Dio e non mammona, la Grazia arriva in abbondanza già su questa terra. La madre di famiglia della nostra Tradizione cristiana è timorata di Dio, è saggia, attenta, prudente, «forza e decoro sono il suo vestito e se la ride dell’avvenire» (Prov 31, 25): osserva il futuro con speranza perché i suoi figli potranno essere seme buono per ricristianizzare e, quindi, riumanizzare, la società. La madre di famiglia della nostra gloriosa e splendente Tradizione ripone tutta la sua fiducia nel Signore e non nelle beffarde, truculente, orribili, ben remunerate performance da mostrare al mondo o durante il sabba delle streghe. (Cristina Siccardi)

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