La macelleria sociale europea

European flags fly in front of the Europ(di Danilo Quinto) Tra i compiti che il Trattato di Mastricht assegna agli organi istituzionali dell’Unione europea, vi è quello d’informare le opinioni pubbliche della situazione economica e sociale. Il compito viene svolto dalla Commissione europea, che stila un Rapporto annuale sull’occupazione e gli sviluppi sociali in Europa (ESDE).

Nell’ultima edizione, quella di metà gennaio, l’Europa dice a se stessa: «La crisi ha accresciuto il disagio finanziario e i livelli di debito delle famiglie, esacerbato la povertà e l’esclusione sociale, indebolito i legami sociali e spinto molte famiglie e molte persone ad affidarsi a un sostegno informale». Ed ecco i responsabili: «Il deterioramento della situazione sociale per un prolungato periodo di tempo ha avuto un impatto negativo sulla fiducia e sulla credibilità di governi e istituzioni e della loro capacità di farvi fronte».

È così delineata quella “macelleria sociale” – il neologismo che come afferma l’lEnciclopedia Treccani, descrive «in senso figurato la strage delle conquiste sociali; con particolare riferimento ai provvedimenti governativi finalizzati al risanamento dei conti pubblici, ritenuti lesivi dei diritti acquisiti dai cittadini» – di cui l’Europa è stata protagonista in questi anni e che ha nella strenua difesa della moneta unica, nei mancati provvedimenti a sostegno dello sviluppo e nella patente inconsistenza dei provvedimenti adottati dalla BCE, i suoi aspetti più evidenti. Con la conseguenza che mentre il PIL degli Stati Uniti è oggi più alto dell’8% rispetto al 2007, quello europeo è inferiore a quello di sette anni fa.

Una débâcle senza pari del ceto politico e burocratico europeo. Esemplare, in questo contesto, è la situazione drammatica in cui versa la Grecia, dove 3 famiglie su 10 sono costrette a vivere con il più basso reddito familiare annuo, inferiore a 10mila euro e, su una popolazione di 10 milioni di abitanti, sono stati persi in questi anni un milione di posti di lavori, contro i 3,4 milioni della Spagna e il milione e 200mila dell’Italia. In questi tre Paesi, la diseguaglianza sociale è diventato un dato strutturale: il 20% della popolazione guadagna 6-7 volte di più del restante 80%. Per quanto riguarda il nostro Paese, la situazione si aggrava sempre più: l’Eurostat, in uno studio sul terzo trimestre 2014, ha rilevato che ci sono oltre 3,6 milioni di persone che sarebbero disponibili a lavorare, ma non cercano impiego: il 14,2% della forza lavoro, una cifra spaventosa, tre volte la media dell’Unione europea (4,1%).

Se si somma questo dato a quello dei 3 milioni di disoccupati (oltre 3,4 milioni il dato mensile di novembre), si superano i 6,6 milioni di persone, il 7,8% in più dello stesso periodo del 2013. Nel suo intervento al Parlamento europeo a conclusione del fallimentare semestre di presidenza italiana, Matteo Renzi ha affermato: «In un tempo di crisi le famiglie italiane hanno visto crescere i propri risparmi, passati da 3,5 a 3,9 triliardi di euro dal 2012 al 2014. In questi mesi l’Italia ha visto aumentare i propri risparmi, paradossalmente le famiglie si stanno arricchendo perché hanno preoccupazione e paura».

Parole al vento, se si tiene conto dei dati diffusi nell’ultimo rilevamento della Banca d’Italia, relativo al 2013, che attesta come dal 2007 ad oggi c’è stata una perdita di ricchezza costante, complessivamente pari all’8%. Sono andati in “fumo” 814 miliardi di ricchezza negli ultimi 5 anni ed è aumentato in maniera costante il divario tra ricchi (che sono sempre più ricchi) e poveri (che sono sempre più poveri). Secondo i dati ISTAT, quasi 10 milioni di italiani, un sesto della popolazione, vivono in povertà: le persone in condizione di povertà assoluta sono pari al 7,8%, per un totale di 6 milioni e 20 mila, a cui si aggiungono altre 3 milioni e 230 mila persone in povertà relativa. (Danilo Quinto)

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