La libertà non superficiale. Un esempio sul caso austriaco

Folla-anonima(su Nocristianofobia.org) Possono delle leggi sulla non-discriminazione discriminare comunque?
È questa la domanda provocatoria posta da Gudrun Kugler, fondatrice dell’Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione di Vienna, in un suo scritto che uscirà fra poco, dal titolo “The New Carelessness in Dealing with Freedom”.

La dott.sa Kugler parte da una proposta di legge fatta qualche tempo fa in Austria dal socialdemocratico Rudolf Hundstorfer. In apparenza, il disegno proposto è uno dei più democratici che si siano mai visti, ovvero estendere il divieto di disparità di trattamento (per religione, convinzioni personali, età e tendenze sessuali) anche nel settore privato. Specialmente per quel che riguarda la fornitura di beni, servizi e alloggi.

Una legge perfetta, si dirà, che finalmente non discrimina più nessuno per nessun motivo. Tanto più che coglie perfettamente le direttive europee, anzi le supera persino. Eppure Hundstorfer è stato costretto a ritirare questo roboante progetto, e si capirà subito il perché.
Gli imprenditori, la società civile e le forze liberali del partito dell’ÖVP hanno guardato con orrore a questa proposta. Se passasse, infatti, scrive Kugler: “un albergatore ebraico dovrebbe affittare la sua sala conferenze ad una società musulmana, anche contro la sua volontà. Un omosessuale non potrebbe affittare casa sua ad altri omosessuali e le compagnie ferroviarie non potrebbero applicare particolari sconti agli anziani”. E via così. Nessuno potrebbe mai rifiutarsi di fare la benché minima cosa, senza incorrere nel rischio di sane denunce da controparti piene di diritti. E nemmeno in un “terreno pubblico”, ma in casa propria. Ogni tipo di scelta potrebbe essere perseguibile o bloccata, moltiplicando la stagnazione del mercato.
Questo lo scrive, in prima persona, chi come la dott.sa Kugler sa bene cosa vuol dire discriminare un cristiano o un cattolico. Logica vorrebbe che accogliesse con favore una legge così.

Invece no. Con direttive come queste, il rischio più ovvio è quello di affidare l’imprenditoria privata esclusivamente ai giudici (che potranno fare il bello e il cattivo tempo di un’azienda, grazie alla cause contro) e a tutto un manipolo ben prezzolato di avvocati.
Le strategie del marketing dovranno essere riviste (le aziende non potranno più destinare un prodotto solo ad una certa categoria), con un allungamento dei tempi e dei costi. I prezzi si alzeranno, ma tanto chi pagherà saranno i consumatori.
Oppure, per non incorrere in pasticci, molti saranno costretti ad evitare gli annunci pubblici per affidarsi unicamente all’informazione verbale. Bel progresso, soprattutto per l’occupazione.
Eppure sembra che Bruxelles abbia pronta una direttiva di questo tipo già dal 2008. L’unico motivo per cui non riesce a passare è che non ci sono i consensi nazionali nei vari Paesi.
Almeno per il momento, fino a quando l’Unione Europea non deciderà di rendere obbligatoria la sua applicazione.

Il problema, in realtà, non è nuovo. Riguarda l’annosa diatriba di quanto un governo debba o meno interferire con le scelte personali del singolo cittadino. Anche in termini di leggi educative e correttive. “Non è di paternalismo che abbiamo bisogno,” sottolinea Kugler “ma di libertà, anche se si tratta di libertà di fare cose sciocche”.
Lo stesso tanto decantato diritto alla privacy dovrebbe proteggere le decisioni personali dall’intervento del governo. Ma domani potrebbe non avere quasi più senso.
Non è quindi un problema cattolico o cristiano, ma liberale. La religione subentra unicamente perché è lei ad essere discriminata, insieme a tante altre appartenenze culturali e personali.
La legislazione sulle “pari opportunità” può compromettere la libertà di religione e di coscienza, ed è una cosa che osserviamo ogni giorno di più. Domani sarà sempre più facile parlare di limitazione dei diritti umani, a discapito della vera libertà. E probabilmente la coscienza individuale passerà di moda a favore di quella collettiva o sociale.
Per chi pensa che la religione possa coesistere nella società solo come fatto privato, la smentita potrebbe arrivare in breve tempo. Perché a quel punto tutto ciò che è privato diventerà anche pubblico, e viceversa. Ciò che è pubblico dovrà piacere a tutti anche nel privato.

Forse le intenzioni sono altre: creare irrisolvibili problemi morali o conflitti interiori. O scegli la tua attività o scegli le tue convinzioni, ma tutte e due insieme sono impossibili.
O peggio: forzare la cancellazione delle proprie ideologie e della propria personalità. Altro che libertà.
Fra un po’ si arriverà al punto che, sulla base delle “pari opportunità”, alcuni concetti saranno giusti (laicità) e altri completamente sbagliati (religione), e chi la pensa in modo diverso rischia di essere perseguito.
Anche perché queste leggi creano privilegi per alcuni gruppi, sfavoriscono gli altri, e dimenticano quasi tutti. Si chiede Kugler: “Perché i privilegi sono concessi solo a pochi? Non dovrebbero essere tutti privilegiati? Oppure nessuno?”. E che dire delle persone brutte, dei poveri, dei senza istruzione? Non sono forse discriminati anche loro fin dall’infanzia?
E conclude: “L’uguaglianza è diventata un diffuso motto indiscusso del nostro tempo. L’uguaglianza è una conditio sine qua non per la stabilità sociale e per la tolleranza personale. Ma l’eccessiva legislazione sulla parità appare come una terapia che genera la vera malattia: secondo un sondaggio dell’Eurobarometro 2009, gli svedesi si sentono più discriminati dei Turchi, che al contrario, si sentono meno discriminati degli svedesi.
Sembra che le leggi anti-discriminazione, come presunta soluzione,
producano conflitti più grandi dei problemi originali. Nella storia, la libertà è stata conquistata con fatica. Non dobbiamo trattarla con superficialità”.

Davide Greco

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