La leadership di Matteo Salvini

 

matteo salvini(di Danilo Quinto) Dedicare, come si è fatto, commenti e editoriali al solo tema della presenza di militanti di Casa Pound alla manifestazione della Lega che si è svolta a Roma sabato scorso – dando invece rilevanza a quella dei movimenti “antagonisti” che ad essa si è contrapposta ‒ significa una cosa sola: non guardare ai problemi reali che quell’evento ha posto. Sono di duplice aspetto: di contenuto e di prospettiva politica.

Per quanto riguarda i primi, se si usa un metro equilibrato di giudizio non si può non convenire sul fatto che con la “parola d’ordine” di quella manifestazione – «Renzi a casa» – la Lega non fa altro che sottolineare un ruolo politico che si è conquistato “sul campo”. È stato l’unico soggetto politico – fatta eccezione per la sterile e ormai irrilevante presenza parlamentare del “Movimento 5 Stelle – che nell’ultimo anno ha saputo condurre un’opposizione chiara e decisa al “Partito della Nazione” del Presidente del Consiglio, costituendo un argine alla sua avanzata nel campo moderato.

C’è chi afferma che il ruolo che la Lega si è ritagliato – secondo i sondaggi si attesta intorno al 15% dei consensi – potrebbe essere funzionale all’egemonia di Renzi, al quale andrebbe pure bene un competitor con caratteristiche populiste ed estremiste. Può anche essere che così sia. Resta il fatto che il Presidente del Consiglio dovrà dimostrare in elezioni “vere” – non quelle europee, dove ha incassato un 40% che considerando la percentuale delle astensioni corrisponde a poco più del 25% ‒ se è in grado di dare risposte concrete alle questioni che il Paese vive.

Da questo punto di vista, non c’è alcun dubbio che Matteo Salvini, nel suo tentativo, avviato con successo, di rendere il suo Partito una forza da spendere sul piano nazionale – la Lega è accreditata attualmente del 20% al Nord, del 10% al Centro e addirittura del 6% al Sud – proponga soluzioni a problemi reali.

Al di là delle interpretazioni che si vogliono dare sull’anti-europeismo della Lega e sulla sua avversione alla moneta unica, non viene affrontata la questione di fondo: affidare le sorti di un Paese ad una burocrazia bancaria e finanziaria che ne limita fortemente la sovranità e con le sue politiche di austerità per tutti e di privilegi per pochi, ha inciso in maniera forse irreparabile sulla povertà e sulla disoccupazione di ampi strati della popolazione europea. Così come avviene sul proposito di Salvini di eliminare la legge Fornero sul sistema pensionistico ‒ una delle leggi più scellerate della storia repubblicana – o sulle proposte sull’immigrazione, rispetto alla quale la posizione della Lega non è solo ragionevole, ma è di governo della realtà, soprattutto se si guarda al rischio che l’Islam rappresenta per l’intera Europa.

Un rischio ritenuto irrilevante dal resto del panorama politico – abituato ad usare le “belle parole” dell’accoglienza e dell’integrazione – ma evidentemente condiviso dalla maggior parte dei cittadini del nostro Paese, che Salvini ha saputo riconoscere e al quale ha dato dignità politica.

Resta da affrontare il problema della prospettiva. È in grado Salvini – nell’attuale contesto – di acquisire la leadership di un centrodestra in evidente crisi? Ilvo Diamanti, in un editoriale su “Repubblica”, lo definisce «agile, abile e determinato», ma non in grado di essere protagonista di quest’operazione. Su un altro versante, Marcello Veneziani, sostiene che di Salvini gli «interessa la pars destruens, la demolizione del vecchio edificio. Per costruire ci vorranno anche altri interlocutori». Il problema è proprio questo: esistono e chi sono gli interlocutori di Salvini? E se fossero “solo” i cittadini che una volta o l’altra – dopo tutta questa “sfilata” di grandi e meravigliose riforme ‒ dovranno pur essere chiamati a votare? (Danilo Quinto)

 

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