La Fondazione Veronesi apre alla maternità surrogata per gli omosessuali

Comitato etico della Fondazione Veronesi

(di Tommaso Scandroglio) Il Comitato etico della Fondazione Veronesi si è espresso con un parere su un tema che è al centro di forti dibattiti, il tema della maternità surrogata. Tale pratica prevede che una donna, quasi sempre dietro compenso, si faccia carico della gravidanza di un bambino concepito in vitro il quale poi, all’atto della nascita, verrà consegnato ad una coppia richiedente. Non di rado la gestante in conto terzi mette a disposizione anche il proprio ovocita.

Per il Comitato etico la pratica «è moralmente accettabile», infatti «per solidarietà va sempre ammessa, subordinandola unicamente all’accertamento dei legami affettivi o sociali tra gestante e i genitori committenti nonché all’accertamento dell’idoneità della coppia richiedente alla genitorialità e della madre surrogata a ricoprire tale ruolo dal punto di vista psicofisico».

La maternità surrogata, che secondo la lingua del politicamente corretto oggi dovrebbe essere definita come «gestazione per altri», deve invece essere sempre rifiutata. I motivi sono ben indicati dall’istruzione Donum Vitae della Congregazione per la Dottrina della Fede: la maternità “sostitutiva” «è contraria, infatti, all’unità del matrimonio e alla dignità della procreazione della persona umana. La maternità sostitutiva rappresenta una mancanza oggettiva di fronte agli obblighi dell’amore materno, della fedeltà coniugale e della maternità responsabile; offende la dignità e il diritto del figlio ad essere concepito, portato in grembo, messo al mondo ed educato dai propri genitori; essa instaura, a detrimento delle famiglie, una divisione fra gli elementi fisici, psichici e morali che le costituiscono» (n. 3).

Dunque gli ostacoli di ordine morale sono i seguenti: separa l’atto unitivo da quello procreativo (come per tutte le tecniche di fecondazione artificiale); si dona la propria capacità procreativa (gamete maschile) ad una donna con cui non si è legati da matrimonio; è dovere inalienabile della madre assumersi l’onere della gestazione del figlio (ci riferiamo al caso in cui la gestante non abbia messo a disposizione il proprio ovocita); ed infine lede la dignità del figlio e quello della donna gestante. Su questo ultimo aspetto appuntiamo due brevi riflessioni.

Ogni nostro gesto verso terzi deve rispettare la dignità di questi. Il concepimento con tecniche di fecondazione artificiale non è consono all’intima preziosità del nascituro. Analogamente anche la gestazione da parte di una donna che non è la madre biologica del figlio lede la sua dignità (la donazione di organi, a cui fa riferimento Veronesi per legittimare la maternità surrogata affermando che è pratica molto simile a questa, è cosa ben diversa, infatti a certe condizioni è consona alla dignità del persona dato che ha finalità terapeutiche, finalità assenti nell’utero in affitto dal momento che la coppia richiedente rimane sterile o infertile).

Il mancato rispetto della dignità del nascituro si verifica anche nel caso in cui la gestante “doni” il proprio ovocita, perché la sua gravidanza non è motivata da un atto di amore bensì di mercificazione della maternità. Stesso discorso nel caso in cui la madre biologica, la quale porta in grembo un figlio da dare ad altri, sia mossa da intenzioni filantropiche e non volesse denaro per la sua gestazione (caso più unico che raro): infatti il bambino ha il diritto di essere accudito ed educato dalla propria madre genetica e non essere preventivamente concepito con lo scopo di essere dato ad una coppia richiedente, perché così si intende il nascituro come un pacco postale, reificandolo.

Un’obiezione potrebbe essere la seguente: nell’affido e nell’adozione il bambino non crescerà con la madre biologica eppure sono pratiche moralmente lecite. La risposta all’obiezione così si articola. In primo luogo si procede all’affido e all’adozione solo nell’ipotesi in cui i genitori non siano in grado di provvedere in modo adeguato all’educazione del figlio. Tale eventualità dovrebbe essere verificata caso per caso nella maternità surrogata. In secondo luogo, e qui andiamo alla radice del problema di carattere etico, la “cessione” del figlio dalla madre biologica surrogata alla coppia richiedente non è motivata dal fatto che la gestante è incapace di prendersi cura del figlio, bensì dal fatto che la coppia richiedente ha commissionato un figlio per sé. Ed infatti si parla di utero in affitto e non di adozione. Perciò quello che fa problema è la volontà previa di concepire un figlio e farsi carico della gestazione al fine di darlo ad altri.

La maternità surrogata non è dunque una scelta tesa a sopperire alla mancanza di un ambiente familiare adatto alla educazione del figlio bensì mira a dare un figlio a chi non lo riesce ad avere. Fine buono ma realizzato attraverso una pratica intrinsecamente malvagia.

Tale pratica poi svilisce la stessa gestante che diventa una incubatrice di carne, una donna che prostituisce le sue facoltà generative e materne spesso dietro compenso. Questa eventualità non fa specie al ginecologo Carlo Flamigni il quale ha partecipato alla redazione del parere: «Il commercio deve essere evitato. Però una donna può essere costretta ad affittare una parte del suo corpo per necessità. Meglio della prostituzione». In realtà è vera e propria prostituzione procreativa.

Umberto Veronesi poi commenta: «Bisogna guardare al futuro e anticipare i tempi. L’infertilità maschile e femminile è in aumento e non si può escludere a priori una soluzione che nei prossimi anni sarà una necessità». Ma anche in questo caso un fine buono – trovare rimedio all’infertilità – non può essere soddisfatto per il tramite di mezzi illeciti. Se così fosse potremmo considerare lecito anche la compravendita di bambini, ormai nati, da famiglie disposte a vendere i propri figli per far contente quelle coppie affette da sterilità o infertilità.

Poi l’oncologo rincara la dose e cita il caso biblico della schiava Agar che diede un figlio di nome Ismaele ad Abramo. Per Veronesi sarebbe un caso di maternità surrogata ante litteram presente nelle Sacre Scritture e così chiosa: «i cristiani dunque non devono scandalizzarsi». Qualche distinguo a tal proposito. In primo luogo non si tratta di maternità surrogata, dato che Abramo ebbe un rapporto sessuale con Agar, ma di adulterio poiché Abramo era sposato con Sara. E rimane adulterio anche se Sara era consenziente. In secondo luogo da nessuna parte è scritto che Dio benedisse tale scelta di Abramo e Sara, che quindi rimane una scelta immorale. Non c’è da stupirsi: sappiamo infatti che i personaggi biblici ne fecero di cotte e di crude. In terzo luogo se i cristiani possono accettare l’utero in affitto dato che Abramo ebbe un figlio con una schiava la quale non avrebbe cresciuto il bambino, allora per analogia logica potrebbero accettare anche la schiavitù.

Infine Veronesi apre alla maternità surrogata per le coppie omosessuali: «La maternità surrogata per le coppie gay? Perché no. L’omosessualità è una forma di accoppiamento da riconoscere e se riconosciuta non bisogna sorprendersi che due uomini abbiano desiderio di paternità». E dunque oltre ai problemi morali di cui sopra si aggiungerebbe quello che vede l’ambiente educativo della coppia richiedente non consono al bene e alla dignità del bambino che ha il diritto di essere cresciuto da un padre e da una madre. (Tommaso Scandroglio)

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