La Festa dell’Addolorata

mater-dolentes(di Cristina Siccardi) Maria Santissima Addolorata, ricordata il 15 settembre, è l’aspetto mariano oggi più trascurato. Avendo messo da parte la Croce è normale che siano state anche accantonate le spade che trafissero il Cuore Immacolato.

Infatti Jacopone da Todi, nella sua composizione lirica Stabat Mater, inizia il suo capolavoro proprio con questa associazione filiale e materna: la Croce di Cristo e le lacrime di Maria Vergine: «Stabat Mater dolorósa / iuxta crucem lacrimósa, / dum pendébat Fílius» («La Madre addolorata stava / in lacrime presso la Croce / su cui pendeva il Figlio»). Non a caso la festa dell’esaltazione della Santa Croce precede di un giorno quella della Beata Vergine Maria Addolorata.

Ma il pianto di Maria non si è fermato sul Calvario e sul Santo Sepolcro perché, nonostante la Redenzione del Salvatore, il dolore provocato dai peccati degli uomini continua ad essere presente, peccati che non vengono attualmente neppure più riconosciuti come tali. Nella civiltà postcristiana dell’età postmoderna non solo ci si allontana da Dio, ma lo si oltraggia: questo mondo neopagano calpesta la naturalità e la sacralità sia della vita (creata) che della morte (di cui solo Dio è padrone), disprezzando la Croce e le lacrime di Maria.

La devozione alla Vergine Addolorata si sviluppa a partire dalla fine dell’XI secolo, quando un autore anonimo scrisse il Liber de passione Christi et dolore et planctu Matris eius, da qui ebbero inizio le composizioni sul tema del «Pianto della Vergine». Nel XII secolo, in seguito anche a delle apparizioni della Madonna, si ebbe una maggiore sensibilità per le sofferenze della Vergine, ma in ambiti ancora ristretti.

A dare un reale impulso a questo importante culto furono sette santi nella Firenze del XIII secolo: Bonfiglio dei Monaldi, Bonagiunta Manetti, Manetto dell’Antella, Amideo degli Amidei, Uguccio degli Uguccioni, Sostegno dei Sostegni e Alessio dei Falconieri. Sette uomini che vivevano pienamente nel mondo ed erano mercanti. Ma ad un certo punto si legarono all’oratorio della Compagnia di Santa Maria, o dei Laudesi, adiacente alla cattedrale di Santa Reparata, dove si tributava un culto speciale alla Vergine. Frequentando la Compagnia ebbero modo di unirsi tra loro con vincoli di santa amicizia.

Un giorno del 1233, mentre si trovavano davanti ad un’immagine dipinta della Madonna su parete di una contrada fiorentina, esprimendo a Lei con laudi tutto il loro amore, videro improvvisamente l’immagine animarsi, apparire addolorata e vestita a lutto. Fu così che questi mercanti decisero di gettare alle spalle la loro vita passata, indossarono un abito nero e istituirono la Compagnia di Maria Addolorata, detta dei Serviti, ritirandosi in preghiera, contemplazione e in penitenza sul Monte Senario e seguendo la Regola di Sant’Agostino.

Fu il sacerdote Iacopo da Poggibonsi, cappellano dei Laudesi e loro direttore spirituale, ad imporre a ciascuno l’abito dei Fratelli della Penitenza e il più anziano di loro, Bonfiglio Monaldi, fu eletto superiore della comunità dei Servi della Beata Vergine Maria. Nel 1888 Leone XIII canonizzò i sette Padri votati a Maria Addolorata e a Monte Senario un unico sepolcro raccoglie insieme le spoglie mortali di coloro che la comunione di vita aveva resi un cuor solo e un’anima sola.

Fra il 1668 e il 1690 le iniziative di culto da parte dei Servi di Maria favorirono in maniera incisiva la diffusione della devozione alla Madonna dei Dolori. Intanto il 9 giugno 1668 la Santa Congregazione dei Riti permise all’Ordine di celebrare la Messa votiva dei Sette Dolori della Beata Vergine. Nel relativo decreto si faceva menzione del fatto che i Servi di Maria portavano l’abito nero in memoria della vedovanza di Maria e dei dolori che essa sostenne nella passione e morte del Figlio. Questi dolori toccarono l’apice ai piedi del calvario e nel Sabato Santo quando solo Maria in quelle terribili ore mantenne la vera e integra Fede nella Rissurezione. (Cristina Siccardi)

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