La dignità non viene meno in un indegno erede

Tu es Petrus(di Cristina Siccardi) «Tu es Petrus», con queste parole Cristo trasformò Simone nel Principe degli Apostoli e gli consegnò il governo, in terra, della sua Chiesa. «Per chi sa riflettere, questa eco storica ed evangelica, che si fa realtà presente e vivente, mette quasi timore, e suscita una interiore domanda elementare: “il Papa è proprio Pietro?”», così domandò Paolo VI nell’udienza generale del 15 luglio 1964 e così rispose solennemente: «La figura del Papa appare in questo quadro di maestà e di splendore (…).e gode del riflesso, quasi profetico, che sembra proiettarsi dalla Chiesa trionfante in cielo su questa Chiesa terrena, tuttora peregrinante, militante e sofferente».

Dunque una grande consolazione si poggia sulle anime che sanno subito vedere tanto l’uomo Pietro quanto il Pietro del Paradiso nel «suo modesto, ma tanto onorato successore, il Papa presente». C’è chi, invece, fatica a compiere l’identificazione di Pietro con il Papa a motivo della sua eleganza nel presentarsi: «Un povero mantello di pescatore e di pellegrino non ci darebbe immagine più fedele di Pietro, che non il manto pontificale e regale, che riveste il suo successore?», chiedeva ancora Paolo VI. «Ma questo manto non esclude quel mantello!».

Il manto lussuoso sta a significare «un atto di fede che la Chiesa, dopo tanti secoli, ancora pronuncia sicura: sì, questi è lui, è Pietro. È come un canto a gran voce: Tu sei Pietro; è una ripetizione che celebra in un culto magnifico il prodigio compiuto da Cristo; non è sfarzo vanitoso, ma è come uno sforzo devoto per dare evidenza e risonanza ad un fatto evangelico, decisivo per la storia del mondo e per le sorti spirituali dell’umanità».

I simboli  sono una prova tangibile della Fede. Tuttavia la Chiesa nella sua storia, essendo stata consegnata a uomini e non ad angeli, può offrire di sé, talvolta, manifestazioni modeste o addirittura tenebrose. Citiamo, per esempio, il caso di Stefano VI (?-897): egli successe a Bonifacio VI, eletto dopo la morte di Formoso (896) e rimasto in carica appena quindici giorni. Il Papa, a causa di faide (oggi si direbbe lobby) di potere, decise di annullare l’elezione papale di Formoso e lo fece convocando il cosiddetto «Concilio del cadavere», che si tenne a Roma nel gennaio dell’897.

La salma mummificata di Formoso, fu posta su un seggio per inscenare un processo di tre giorni contro quel legittimo Pontefice e al suo lato un diacono fu incaricato di rispondere alle accuse. Il “Concilio” si tenne in un clima di minacce e ricatti e la sentenza fu la condanna di Formoso, con l’annullamento di tutti gli atti che egli aveva compiuto come Pontefice. Il cadavere fu spogliato delle vesti pontificali e rivestito con indumenti laici, per significare l’invalidità dell’elezione; infine, mutilato delle dita della mano destra con cui si impartiscono le benedizioni e le ordinazioni, fu sepolto nel cimitero degli stranieri, per poi essere nuovamente profanato e  gettato nel Tevere.

Infine fu recuperato alle porte di Roma e tenuto nascosto da un monaco, fino al pontificato di Teodoro II, che lo restituì alla sua tomba in San Pietro. Stefano VI sarà poi privato della sua dignità, forse costretto a farsi monaco, per poi essere incarcerato e successivamente strangolato. Nonostante tutto egli fu Vicario di Cristo. Infatti, come disse ancora Paolo VI  nell’udienza generale di quasi 50 anni fa: «…l’onore tributato al Papa non si ferma a lui, e nemmeno, propriamente parlando, a Simone Pietro, ma sale a Cristo glorioso, al Quale tutto dobbiamo, e al Quale non avremo mai reso onore abbastanza. Noi possiamo ben dire, ed a maggior ragione, ciò che il Papa Leone Magno diceva di sé: “Nell’umiltà della mia persona colui si veda e colui si onori (cioè Pietro – e noi possiamo spiegare – cioè Cristo), nel quale si contiene la sollecitudine di tutti i pastori… e la cui dignità non viene meno in un indegno erede”». (Cristina Siccardi)

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