La devastazione morale si allarga con il divorzio breve

divorzio breve(di Cristina Siccardi) Ancora un colpo di machete sulla famiglia, l’ennesimo. «Un altro impegno mantenuto. Avanti, è la #volta buona» ha twittato tutto soddisfatto il premier Matteo Renzi, quando il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva (con 398 sì, 28 no e 6 astenuti) la riforma delle norme sul divorzio, che stabilisce che una famiglia si può cancellare in soli sei mesi.

Non ci sono soltanto gli attentati terroristici islamici a colpire l’Occidente, ma gli stessi legislatori occidentali innestano suicidi a catena, con scelte politiche i cui danni sono incalcolabili. Da oggi in Italia basteranno sei mesi per rompere il legame matrimoniale ed essere divorziati; al massimo un anno, se si decide di ricorrere al giudice, contro i tre anni che servivano fino a oggi. E se ci sono bambini? E se ci sono disabili? Che importa allo Stato? Si saranno creati individui sempre più deboli, sempre più fragili, sempre più in pericolo e in balia del totalitarismo delle libertà di questa breve vita, quelle che ti fanno scivolare, dritte, dritte, veloci, veloci nella Geenna.

Da oggi nella “cattolica” Italia ogni cittadino coniugato avrà la possibilità di accedere al divorzio, tramite una negoziazione tra i coniugi, assistiti da avvocati, senza passaggio in Tribunale, anche nel caso in cui ci siano figli minori o disabili non autosufficienti. La procedura lampo è scaricata sulle Procure della Repubblica: il pubblico ministero incaricato avrà tempo solo cinque giorni per valutare che i diritti dei figli siano garantiti e, in caso di parere negativo, per rivolgersi al giudice. Nessuna pietà per nessuno: né per moglie e marito, che potrebbero avere un ripensamento sulla loro situazione, né per i figli.

A biasimare una simile legge non sono soltanto i soliti reazionari. Si legge, infatti, nell’articolo di Luciano Moia, apparso su “Avvenire” il 23 aprile scorso, dal titolo La devastante china anti-familiare. Divorzio breve, un incivile traguardo: «Servono leggi e provvedimenti che sostengano l’impegno della famiglia e che contribuiscano alla crescita di consapevolezza della coppia. E ci ritroviamo, invece, con norme che, favorendo e incentivando il già drammatico senso di precarietà delle relazioni, finiscono per sancire il malcostume dell’instabilità affettiva e del disimpegno familiare. Questo sì ‒ abbiamo il dovere di gridarlo dai tetti ‒ autentico “traguardo di inciviltà”».

Ha dichiarato, il Direttore di “Famiglia Cristiana”, don Antonio Sciortino: «(…) non riusciamo proprio a condividere il clima di festosa celebrazione che ha accolto, in Parlamento e su quasi tutti i mass media, l’approvazione della legge sul cosiddetto “divorzio breve”, che ha ridotto da tre anni a sei o dodici mesi il tempo che può passare dalla separazione al divorzio vero e proprio. (…) È come se la società dicesse agli sposi: “Se volete separarvi, fate più in fretta che potete, ma da noi non aspettatevi nulla” (…) non possiamo considerare l’approvazione della legge sul divorzio breve come una conquista di civiltà: oggi, sia i coniugi, sia i figli, sia la società… tutti sono più poveri e più soli, in una falsa libertà, che diventa una solitudine sempre più abbandonata. Abbiamo smarrito la serietà del matrimonio. Abbiamo banalizzato l’amore e gli impegni duraturi, soccombendo alla prima difficoltà». Monsignor Nunzio Galantino, Segretario generale della Cei, è intervenuto in questi termini: «Una accelerazione per quel che riguarda il divorzio non fa che consentire una deriva culturale. Togliere spazio alla riflessione non risolverà. Il matrimonio e la famiglia restano il fondamento della nostra società» (http://www.famigliacristiana.it/articolo/mons-galantino-una-fretta-che-peggiora-le-cose.aspx).

La deriva culturale è comunque dovuta ad una deriva religiosa: la Chiesa, da diversi anni, ha rinunciato a denunciare i peccati e segue l’andamento del mondo, ogni giorno più lontano da Dio.

Possibile, però, che i commenti critici arrivino sempre il giorno dopo, a fatto compiuto? Si sa che prevenire è meglio che curare, e non solo a livello sanitario. Una battaglia non soltanto culturale, ma anche ecclesiastica era possibile, era doverosa: era l’occasione giusta per ritornare a difendere l’istituto sacramentale del matrimonio! «La sua fede cristiana quanto conta, se conta, nel suo fare politica?», chiese a Matteo Renzi, nel 2013, il giornalista Antonio Sanfrancesco di “Famiglia Cristiana” (http://www.partitodemocratico.it/doc/257939/renzi-sono-un-cattolico-ma.htm) e così il “cattolico” fiorentino rispose: «La mia fede arricchisce tutto quello che faccio perché credo nella risurrezione. Da cattolico impegnato in politica non mi vergogno della mia appartenenza religiosa. Al contempo, non rispondo al mio vescovo o alla gerarchia religiosa ma ai cittadini che mi hanno eletto. Per me questa è la laicità. Sui temi etici e morali io sono per un confronto, purché si abbia l’onestà intellettuale di non scivolare in un moralismo senza morale».

La peste nera, abbattutasi sulla famiglia italiana con il femminismo prima, il divorzio poi, per arrivare alla 194 e oggi con il “matrimonio usa e getta”, è il risultato di quella Democrazia che osava definirsi Cristiana. La stessa domanda posta a Renzi, sarrebbe stata da porre a molti membri dello scudo crociato il 12 maggio 1974: 59,1 % la percentuale di voti contrari, nel Referendum, all’abrogazione della legge sul divorzio. Giulio Andreotti, fino all’ultimo, provò a percorrere la via del “doppio binario”: matrimonio religioso indissolubile e matrimonio civile con la possibilità del divorzio… l’importante era evitare lo scontro con il Pci e i radicali. Aldo Moro, quando la campagna elettorale entrò nel vivo, rimase in disparte. Allora, ci chiediamo, quale differenza passa fra i cattolici di allora e i cattolici di oggi? Probabilmente, nella sostanza, nessuna. Oggi, si potrebbe dire, sono più disinibiti e sono più lesti nel seminare gli errori.

Quando Enrico Berlinguer incontrò lo storico Pietro Scoppola, punto di riferimento di molti di quei cattolici per il “No” referendario, gli confessò: «Abbiamo vinto troppo». Berlinguer era un politico intelligente, aveva compreso che non aveva vinto la struttura del Pci, la sua capacità di mobilitazione, bensì aveva vinto il pensiero laico e radicale.

Per la prima volta vinse un voto slegato dalle organizzazioni di massa; scelte individuali, non voto d’appartenenza. Molti cattolici votarono a favore del divorzio perché volevano emanciparsi dalla legge divina e guardare all’uomo moderno che sogna un mondo privo di doveri e di regole. Ma la natura, in tutte le sue multiformi manifestazioni, è libera soltanto in virtù del suo seguire le norme del Creatore. Altrimenti è la rovina.

Il piano di Dio è che il matrimonio sia un impegno per tutta la vita terrena: «quello dunque che Dio ha unito, l’uomo non lo separi» (Mt 19, 6). Con il divorzio breve è logico che le convivenze aumenteranno ancora di più, così come i divorzi civili e, come già rilevano le statistiche, verranno sempre meno le domande alla Rota romana di richiesta per le cause di nullità matrimoniali… La lussuria, in definitiva, è la grande protagonista di questi tempi: «Quando giungon davanti a la ruina, / quivi le strida, il compianto, il lamento; / bestemmian quivi la virtù divina. / Intesi ch’a così fatto tormento / enno dannati i peccator carnali, /che la ragion sommettono al talento» (Dante, Inferno, Canto V, vv. 34-39).

Soltanto la Chiesa bimillenaria ha argomenti idonei per porre finalmente freno al neopaganesimo: il Sinodo sulla famiglia sarà in grado di esporli e Papa Francesco avrà misericordia delle anime? (Cristina Siccardi)

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