La Corte Suprema degli Usa continua a distorcere il diritto

Corte Suprema degli Stati Uniti

(di Tommaso Scandroglio) La Corte Suprema degli Stati Uniti il 27 giugno scorso ha cancellato una legge del Texas che imponeva alle pratiche abortive alcuni vincoli importanti.

Questa legge era stata varata il 18 luglio 2013 e prevedeva il divieto di praticare aborti dopo la 20° settimana, una disciplina più ferrea in merito a certe pratiche di buona sanità per le cliniche abortiste che ricalcava quella vigente per gli ambulatori dove si svolgono operazioni chirurgiche in day hospital ed infine l’obbligo per queste di cliniche di non distare non più di 30 miglia da un ospedale al fine di soccorrere la donna qualora fossero insorte delle complicanze.

Quest’ultimo obbligo è stato quello che più ha inciso nella pratica abortiva nello stato del Texas, stato che conta circa 70mila aborti all’anno. Infatti 23 centri su 42 hanno dovuto chiudere proprio perché troppo distanti da un ospedale. Tale norma – la Texas House Bill 2 – era assolutamente compatibile con l’orientamento prescritto dalla Corte Suprema nel 1992 allorché, nel caso Planned Parenthood v. Casey, permise ai singoli stati di vincolare l’accesso all’aborto a proprio piacimento evitando però che le donne dovessero sopportare un “onere eccessivo” per abortire.

La Corte di Appello del Quinto circuito del Texas impugnò la legge e nel 2014 propose appello affermando che la Texas House Bill 2 invece imponeva oneri eccessivi alle donne proprio a motivo del fatto che il numero di cliniche idonee per praticare aborti era diminuito quasi della metà.

La Corte suprema ha infine accolto l’appello e così quei vincoli apposti dal Texas sono stati eliminati. Planned Parenthood, una delle principali organizzazioni abortiste al mondo, ha fatto sapere che si adopererà perché anche altre leggi restrittive in materia di accesso all’aborto presenti in diversi stati USA vengano modificate in senso più permissivo.

E dunque guerra è stata dichiarata a stati quali l’Arizona, la Florida, il Michigan, il Missouri, la Pennsylvania, il Tennessee la Virginia. Sulla stessa lunghezza d’onda la candidata per la Casa Bianca Hillary Clinton la quale ha promesso che, se diventerà presidente, si impegnerà affinché l’accesso all’aborto diventi sempre più libero. Il candidato Donald Trump di contro ha assicurato che in caso di vittoria nominerà alla Corte Suprema solo giudici pro-life.

Il verdetto della Suprema Corte è passato con 5 voti a favore contro 3 e riguardava il caso Whole Woman’s Health v. Hellerstedt, vertenza giudiziaria promossa dal Centro per i diritti riproduttivi di New York. Nella sentenza si afferma a chiare lettere che l’aborto è un diritto e che, secondo l’opinione del giudice Ruth Bader Ginsburg, complicanze in seguito all’operazione abortiva «sono rare e difficilmente pericolose».

La realtà è differente: in Texas ogni anno 500 donne devono essere ricoverate per complicanze dovute all’operazione chirurgica per l’asportazione del feto. Il giudice Clarence Thomas invece nel suo parere ha affermato che «la decisione esemplifica la tendenza preoccupante della Corte a distorcere le regole giuridiche quando qualsiasi tentativo di limitare l’aborto, o anche quando si accenna ad opporsi all’aborto, viene posto in discussione». (Tommaso Scandroglio)

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