La Corte costituzionale apre all’eugenetica di Stato

eugenetica(di Tommaso Scandroglio) Il 10 novembre scorso è stata depositata una sentenza della Corte costituzionale, la n. 229, che ancora una volta concerne il tema della fecondazione artificiale. Due sono i punti interessanti di questa ennesima pronuncia della Consulta sulla legge 40. Da una parte i giudici ammettono la legittimità di selezione degli embrioni per scopi eugenetici, possibilità vietata dalla legge 40.

In buona sostanza si ritiene legittimo scartare gli embrioni non sani. La Consulta arriva a questa decisione con rigore logico partendo da due premesse giuridiche, una di carattere giurisprudenziale e l’altra di carattere legislativo. Partiamo dalla prima. Solo pochi mesi or sono la stessa Corte Costituzionale aveva aperto le porte del figlio in provetta anche alle coppie fertili ma affette o portatrici sane di malattie genetiche.

Ciò ha comportato la liceità della pratica della diagnosi preimpianto volta ad accertare che l’embrione da trasferire non sia affetto da alcuna patologia, vera o presunta che sia. Permettere la selezione degli embrioni solo alle coppie fertili ma portatrici di qualche malattia genetica e vietare tale pratica a tutte le altre appariva discriminatorio e dunque ora hanno esteso questa facoltà a tutte le coppie richiedenti.

Il secondo puntello usato per aprire all’eugenetica di Stato è dato dall’art. 6 della 194, legge sull’aborto procurato. Questo articolo viene richiamato in sentenza per affermare che se è possibile abortire un bambino malformato non si vede perché vietare l’impianto in utero di un embrione ugualmente malato. A questo proposito è difficile dare torto ai giudici della Consulta, una volta che si è fatto proprio l’erroneo assunto principale, cioè che un bambino possa essere ucciso prima che venga dato alla luce.

E dunque hanno un bel strillare anche molti cattolici sostenendo che la legge 40 sulla fecondazione artificiale non c’entra un bel nulla con la legge 194, perché la prima è figlia della seconda. Già lo avevano capito nel 2012 i giudici della Corte europea dei diritti dell’uomo quando fecero notare ai nostri legislatori l’incoerenza dell’ordinamento giuridico italiano perché da una parte c’era una legge, la 194, che permetteva di sopprimere il nascituro se malato e dall’altro le legge 40 non permetteva di sbarazzarsi dell’embrione “difettoso” prodotto in provetta. Ma in realtà, prima degli interventi dei giudici sia nazionali che non, la possibilità di selezionare gli embrioni per scopi eugenetici era già contenuta nella legge 40.

Infatti il medico, secondo quest’ultima, ha il dovere di informare la coppia che si sottopone a fecondazione artificiale sullo stato di salute dell’embrione. Qualora riscontrasse possibili anomalie la donna può rifiutare l’impianto, impianto che ovviamente non è coercibile. Quindi possiamo dire che i giudici della Consulta hanno in realtà dato applicazione ad un principio già presente nella legge 40.

Principio che poi si lega bene ad altri due principi di più ampio respiro. Il primo vede l’embrione come un prodotto. Se permetti di fabbricare l’uomo allora la persona diventa una cosa. E una cosa puoi farla oggetto di commercio (vedi pratica dell’utero in affitto), selezionarla in base alle sue qualità o distruggerla, come un capo d’abito fallato. Il peccato originale di queste sentenze demolitorie della legge 40 è dunque contenuto nella stessa legge 40. È come se al suo interno ci fosse stato un timer legato a più candelotti di dinamite che nel tempo, uno ad uno, sono scoppiati e i giudici hanno semplicemente acceso la miccia.

Il secondo principio soggiacente sia alla legge 40 che alla 194 è quello che fa riferimento al concetto vaghissimo di “salute della donna” che in realtà significa principio di autodeterminazione. Tutto ciò che è minimamente incompatibile con il capriccio della donna equivale ad un danno alla sua salute psichica. Il figlio allora non va accolto per quello che è, bensì scelto per le sue caratteristiche. Non è più la madre che si piega sul figlio per accudirlo, ma è il figlio che deve piegarsi alle esigenze della madre, che deve rientrare tra i parametri e gli standard di qualità voluti dai genitori.

Torniamo alla recente sentenza della Consulta. Questa ha poi deciso che gli embrioni scartati non devono essere distrutti ma crioconservati. Questo perché i giudici hanno riconosciuto all’embrione una certa dignità che però si può affievolire, decretandone la morte, se vi sono altri interessi contrapposti, come ad esempio la tutela della salute della donna. Ma vi potrebbero essere anche altri interessi contrapposti, quale l’interesse della scienza di sperimentare sugli embrioni.

Pende infatti davanti alla Corte la questione sulla legittimità della sperimentazione sugli embrioni, pratica vietata dalla legge 40. È facile quindi prevedere che anche questo divieto cadrà. E dunque i giudici della Consulta hanno deciso di risparmiare gli embrioni scartati non per bontà d’animo, ma per convenienza, non perché hanno visto negli embrioni delle persone, bensì delle cavie di laboratorio utili per la ricerca. (Tommaso Scandroglio)

 

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